mercoledì 19 novembre 2008

Accade anche nelle migliori famiglie...

Una delle convinzioni più radicate nell'animo dei neofiti o comunque non informatici di mestiere è pensare che quell'ammasso di plastica e silicio nutre nei vostri confronti un profondo odio e che se un giorno decide di non avviarsi più è solo perché ce l'ha su con voi. Posso assicurarvi che non è vero e che tale pratica può capitare ed è quasi una prassi normale. Qualche giorno fa infatti anche il mio pc, dopo circa 1 anno di onorato servizio, ha deciso di autocancellarsi tutta la system32 (che per chi non lo sapesse è una delle directory base di Windows XP) lasciando questo omino con un palmo di naso e costringendolo a dover esportare tutta la massa di idee e file verso altri lidi prima di riformattare tutto. L'unica differenza tra un informatico e un non informatico è soltanto che quantomeno per effettuare tali operazioni non ho dovuto concupire nessuno promettendo in cambio i soliti favori sessuali che ogni giorno mi sento offrire dalle mie amiche non informatiche.
L'unica speranza a questo punto è che il pc regga per almeno un altro anno e che le donne non studino mai l'informatica.
Cazzate a parte, sono tornato on line da poche ore e pian piano cercherò di rimettermi in pari ma adesso mi tocca andare a far la spesa. Ci si becca gente!!

mercoledì 12 novembre 2008

IV

Ti vedo crescere ogni giorno che passa e ogni giorno ti vedo diverso, più grande. Tra i capricci e le monellerie della tua età scorgo il tuo carattere forte, deciso, testardo che se da un lato a volte ci fa urlare, dall'altro ci rende orgogliosi di te. Ti guardo mentre salti sul divano nuovo, mentre sei intento a disporre secondo il tuo ordine i libri e i ninnoli della libreria che ormai ci siamo rassegnati a tener così come vuoi tu. Ti osservo mentre giochi nella tua stanza canticchiando le canzoncine della inseparabile radio. L'unico modo per farti comprendere le regole è spiegartele: importele è inutile perché - come tuo padre prima di te - rifiuti ogni imposizione. Oggi compi quattro anni e hai già capito che i libri sono amici inseparabili da rispettare, che un regalo è sempre bello da ricevere e non importa se esso sia un giubbotto o un giocattolo. Auguri piccolo grande uomo e ricorda che ogni volta che lo vorrai, sarò sempre di dietro di te o almeno ci proverò.

mercoledì 5 novembre 2008

Yes, He can...

Barack Obama è il 44mo presidente degli Stati Uniti: onestamente non credevo che quei fottuti yankee fossero capaci di una azione simile.
C'è comunque da dare il merito di questa vittoria anche a Bush: ha ridotto il Paese così male che hanno preferito eleggere il primo afroamericano della storia piuttosto che un altro guerrafondaio.
Questa vittoria spero sia davvero l'inizio di un cambiamento, un cambiamento che porti la gente a capire che ogni persona a prescindere dal suo credo o dal colore della pelle, va presa singolarmente e mai in massa. Lo spero, ma non ho mai creduto nei miracoli.
Sarà interessante vedere adesso la reazione della classe politica italiana: ovviamente il diversamente alto dirà che lui è sempre stato un sostenitore di Obama. Chissà se Calderoli avrà il coraggio di portare a spasso il suo maiale in occasione della prima visita ufficiale del nuovo presidente degli Stati Uniti, un mussulmano. E Borghezio? Meglio non pensarci altrimenti mi ribalto dalle risate.

Buon lavoro Obama!

mercoledì 29 ottobre 2008

Ad ogni azione corrisponde una reazione senza formaggio.

Avete presente quei film in cui uno scienziato è intento a far correre un topolino dentro un labirinto e sol perché la cavia raggiunge il tozzo di formaggio posto alla fine del tunnel, lo scienziato riesce a trovare la cura per tutte le malattie del mondo compresa la cellulite? Ecco, più o meno questa è la sensazione che provo da qualche giorno, come se qualcuno o qualcosa voglia mettermi alla prova. Ecco, troppi anni di tabacco geneticamente modificato e di fitocannabinoidi hanno dato i loro frutti e quel che rimane della sua mente instabile è definitivamente andato in pappa, direte voi, e invece vi sbagliate perché il mio neurone funziona ancora correttamente, anche se al mattino trova sempre traffico sulla tangenziale ovest delle sinapsi, ma non divaghiamo perché il punto qui non è ciò che resta del mio ipotalamo, quanto le strane situazioni che mi trovo ad affrontare ultimamente nel corso delle giornate. L'altra mattina ad esempio, dopo aver lasciato come tutte le mattine la macchina in seconda fila con le quattro frecce ed aver gustato in pace il meraviglioso cornetto alla marmellata e il caffè dell'Ambrogina, mi accorgo che si era fatta una certa.
Una vecchina mi si avvicina e mi chiede "Scusi, mi darebbe qualcosa per fare colazione?"
Visto che un palermitano non negherebbe un caffé manco al suo peggior nemico, rientro nel bar ordino una brioches ed un cappuccino per la signora, quindi pago saluto ed esco.
"Oh, corbezzoli, son già le dieci... è opportuno che mi sbrighi a recarmi in ufficio" o come direbbero a Courmayeur esclamo "Minchia ch'è tairduuu!!".
Sgommo via, passo con il giallo che però c'aveva ancora quel qualcosa di verde, giro, allazzo, accellero e arrivo sotto l'ufficio. Uno dei parcheggi più ambiti della zona si libera al mio passaggio, frenata, retromarcia e alè, op è fatta.
"Minchia culo!" Parcheggio, prendo zaino, cellulare e ipod e scappo in ufficio.
Passo le solite otto, dieci ore a buscarmi u pani e magicamente alle 18,30 riesco a venir via da quel luogo di perdizione mentale. Camminando verso il parcheggio, noto una macchina posta in seconda fila davanti la mia,
"fanculo a stì terroni che parcheggiano sempre in seconda fila" penso, ma non lo dico.
Poco più indietro noto due vigili in moto che fanno i rilevamenti e una seconda macchina nel mezzo della carreggiata.
"Ah, niente, incidente ci fu."
Dopo essermi comunque accertato che la mia Lei fosse incolume, chiedo al proprietario della vettura in seconda fila se può liberarmi l'uscita.
La scena che si presenta ai miei occhi è a questo punto la seguente: vecchietto sul rincoglionito andante le cui mani ancora tremavano per lo spavento provocato dall'incidente con la vettura posta indietro all'altezza dei vigili, moglie del di cui sopra vecchietto - anch'ella sul rincoglionito andante - totalmente terrorizzata, macchina della succitata coppia non marciante, nel senso che non si accendeva manco con un fiammifero. I vigili, gentili come un calcio sui denti, mi informano che la macchina comunque non poteva essere spostata finquando non avessero completato i rilevamenti e che quindi mi conveniva aspettare. La terza sigaretta post uscita era già tra le mie labbra. Al termine, i gendarmi belli belli, salutano, salgono sulla moto e vanno via. L'automobilista coinvolto, fa firmare il CID, saluta e bel bello va via. Insomma per farla breve questa bella manata di fanghi, come dicono alle mie parti, questo manipolo di gaglioffi ci abbandona e sulla scena rimaniamo io e i due anziani con la macchina in panne. Armato di buona pazienza, faccio scendere la signora dall'auto e la faccio accomodare nella mia macchina, quindi provvedo a spostare la loro fino allo spiazzo del benzinaio e qui, tra i pianti della signora convinta di dover lasciare la macchina li e il totale rimbambimento del marito, cerco di far partire la loro auto, rassicurandoli che alle brutte li avrei accompagnati io a casa. Intanto quella cazzo di macchina non ne voleva sapere di mettersi in moto. All'improvviso il colpo di genio: le auto nuove bloccano il flusso della benzina in caso di urto violento, quindi chiedo al signore il libretto di istruzioni della vettura. Dopo aver visto porre nelle mie mani il libretto di istruzioni dell'autoradio, intuisco che forse è meglio desistere e torno a cercare nel buio quel fottutissimo pulsante di sblocco. Forse qui, forse li ed ecco che ad un certo punto le mie dita lo toccano! E' lui... trovato...
Un liberatorio E vafan 'ntò cuuuulooooo! smorza la tensione.
Lo spingo, giro la chiave e vrroooom, la vettura è pronta all'uso. Dopo i convenevoli di rito, mi accerto che il signore sia comunque in grado di guidare, quindi rimetto i due signori in strada e alle 20 riesco finalmente a dirigermi verso casa.
Ora ditemi voi se questo non è un preciso disegno! Analizziamo i fatti.
Da quando mi son trasferito in quell'ufficio non ero mai riuscito a parcheggiare in quel posto, quindi vuol dire che nell'esatto momento in cui ho parcheggiato lì al mattino, ero già entrato nel mio labirinto. Era evidentemente previsto che parcheggiassì lì, perché era previsto che i due signori quella sera dovessero tornare a casa con la loro auto. Si, ma il mio formaggio? Mah!
Insomma è un pò di tempo che qualsiasi poveraccio che incontro per strada ha bisogno del mio aiuto, che sia un turista perso dalla parte opposta di Milano, una signora che mi chiede un passaggio o un qualsiasi altro fottuto cittadino del mondo che ha bisogno di qualcosa.
Vado a far benzina ad un self service sperduto nella campagna Milanese? Ecco che subito trovo pronta la signora che non sa neanche dove si trovi il tappo della benzina.
Ma che ho scritto in fronte? Mutuo Soccorso?
"Dai, madiamogli quella vecchia che deve attraversare, vediamo come si comporta..." mi sembra di sentir dire alle mie spalle.
E se mi ribello cosa succede? Finisce il gioco? Cala il sipario ed esce fuori il regista? E se mi mettessi pure io a fare il pezzo di merda, di quelli che non guarda in faccia nessuno?
No, non sarò una persona buona e questo è sicuro, ma manco un fango però!
Quindi ora chiedo a colui il quale si sta divertendo: DOVE CAZZO E' IL MIO PEZZO DI FORMAGGIO?

lunedì 20 ottobre 2008

Conversion

Il momento era finalmente arrivato. Di li a poco gli infermieri sarebbero entrati nella piccola stanza posta al terzo piano del centro di riconversione per accompagnarla in sala di estrazione prima e in sala di incisione poi. La finestra era socchiusa, quanto bastava affinché gli odori della primavera solleticassero il suo naso e il suo corpo, nudo sotto il leggero camice bianco annodato sulla parte posteriore, cominciasse ad incresparsi di leggeri brividi. Il roseo e flaccido culo, la lunga e sinuosa schiena, le iper abbondanti cosce, i fianchi generosi. Niente era lasciato all'immaginazione di chi, passando lungo il corridoio, avrebbe voluto sbirciare l’interno della stanza, attraverso la porta socchiusa. Ma purtroppo per Marina, nessuno era interessato a stuzzicare la propria immaginazione con un involucro del genere.
Il grande specchio posto sopra il lavabo della parete di fronte sdoppiava l’interno e Marina, stufa di aspettare il suo turno, si alzò dal letto, vi si avvicinò e lentamente si sfilò via il camice. Erano anni che non fissava il suo corpo o forse, lo aveva fissato e odiato troppe volte per continuare a farlo.
Osservò con attenzione quei seni lunghi, grossi ma tutto sommato ancora sodi per quanto guardassero sempre verso il pavimento, solcati qua e là dalle smagliature causate dall’allattamento di Luca, di Matteo e infine di Giada. Accarezzò quel ventre rugoso e flaccido come uno shar-pei, coccolato tante volte durante le tre lunghe attese e quelle cosce affusolate come una pera capovolta che un tempo erano il suo orgoglio e che suo marito non sfiorava più da anni. Marina non era più una donna, si era ormai trasformata nel peggiore degli esseri umani: una mamma. Una madre tenera, affettuosa e premurosa pronta a donare tutta se stessa agli altri anche a discapito di se stessa. Una madre sempre pronta ad asciugare il nasino gocciolante dei figli con il fazzoletto riposto all’interno della manica, a consolarli quando si sbucciavano un ginocchio cadendo dalla bicicletta, a non far mai mancare una fetta di torta per la merenda. Marina era una di quelle donne grasse che ispirano fiducia e tenerezza, quelle che vorresti coccolare quasi fossero un animaletto da compagnia e questo era ormai per suo marito: un animaletto da compagnia grasso.
Eppure in lei l’ardore, la voglia di esser la peggior puttana nel letto per il suo uomo non si era mai sopita, ma quel corpo le aveva ormai precluso ogni possibilità di portare a termine qualsivoglia intento amoroso. Non che suo marito non la amasse, intendiamoci, ma con l’andar del tempo e l’inspessirsi della sua figura, egli aveva semplicemente trasformato l’amore fisico di un tempo in un sentimento mentale, fatto di rispetto, di casti bacini sulla guancia al mattino, sul ciglio della porta prima di andare al lavoro e di teneri baci sulla fronte prima di dormire. E quei baci per Marina, bruciavano più del fuoco. Proprio lui, che non perdeva mai occasione di carezzarle i seni quando questi erano giovani e rivolti alla luna. Proprio lui, che tempo addietro aveva accarezzato e amato il suo corpo in tutti i modi possibili, aveva semplicemente ridimensionato il suo sentimento in un rapporto fraterno, nell’attesa che la conversione venisse effettuata. Possibile che non riuscisse ad andare oltre quell’involucro, si era sempre chiesta Marina? Eppure il suo interno era sempre lo stesso, non era mutato. Certo, alcuni modi di fare nel corso del tempo erano variati, i suoi modi erano cresciuti come il suo corpo, ma tutto sommato lei era la stessa donna della quale suo marito si era innamorato in quel lontano giorno di Settembre, quando la vide uscire dall’atelier nel quale ogni tanto sfilava per arrotondare un po’ durante i suoi studi.

- “stanza 245… 20 minuti!”

L’urlo dell’infermiere di turno riecheggiò forte per il corridoio. La stanza 245 era la sua.
Venti minuti, ancora venti minuti e poi sarebbe stata una donna nuova o, per meglio dire, sarebbe stata nuovamente la se stessa di trenta anni fa. Suo marito non aveva badato a spese, aveva scelto il modello più costoso e come per lui, che aveva fatto la conversione tre anni prima, aveva dato incarico allo stesso artigiano di creare un involucro unico appositamente per lei, sulla base di una foto che lui stesso le aveva scattato sulla spiaggia di Alassio quando erano fidanzati, una foto in cui Marina dimostrava tutta la sensuale bellezza dei suoi vent’anni. Almeno non avrebbe rivisto la sua faccia sulle tante persone che acquistavano i modelli economici sui cataloghi della clinica, su internet o nei centri commerciali e che affollavano i mezzi pubblici al mattino. La pelle veniva coltivata in apposite serre, i nasi, le orecchie, le lingue e tutti gli orpelli, anche i più intimi, venivano fatti appositamente crescere sul dorso di topi da laboratorio. Certo, l’idea di avere in bocca e tra le cosce dei pezzi di sorcio non la allettava molto, ma questo era il prezzo da pagare per vivere per altri cento cinquanta anni accanto ai suoi figli, ai suoi nipoti e ai nipoti dei nipoti. Da quarant’anni ormai nessuno aveva più bisogno di trasfusioni o di trapianti, le malattie genetiche, i tumori erano solo un lontano e triste ricordo del passato. I muscoli erano composti da una schiuma che una volta spruzzata sull’esoscheletro di policarbonato di titanio, si espandeva andando a formare le striature, i tendini e tutte le caratteristiche tipiche del muscolo umano. Tutto il sistema veniva irrorato da un liquido per consentire il raffreddamento dell’impianto e del quale gli scaffali dei super erano pieni. Per ovviare il problema della sovrappopolazione era stato stabilito dal Comitato Internazionale di Conversione Umana che la vita di un uomo, comprese le successive proroghe ed eccezion fatta solo per coloro i quali si erano particolarmente distinti in vita, non poteva mai superare i duecento anni. Di fatto c’era gente che circolava da molto più tempo, bastava conoscere le persone giuste e allungare qualche euroyen. La loro data di disattivazione era stata fissata dall’ufficio disattivazione del comune per il 28 luglio del 2238: la stessa data per entrambi, così almeno nessuno dei due sarebbe rimasto senza compagno. In quei tre anni dopo la conversione, aveva visto suo marito sempre lo stesso: nessuna nuova ruga a segnare il volto, nessun capello che un mattino avesse deciso di cambiare colore o di abbandonare per sempre la sua sede, eppure a lei era piaciuto così tanto vederlo invecchiare nel corso dei suoi primi cinquant’anni con il suo corpo iniziale, perché significava averlo accanto, comprendere i suoi acciacchi al mattino, la sua tosse da fumatore incallito. Perché anche questo significava amarlo. Poi, di colpo, da una giorno all’altro, lo aveva rivisto esattamente come lo aveva conosciuto, con lo stesso aspetto dei suoi splendidi trent’anni. In quei tre anni non lo aveva più sorpreso a canticchiare di fronte lo specchio del bagno, mentre cospargeva di schiuma la sua faccia per radersi o sorridere dopo aver riempito un tumbler di ghiaccio, per il crepitio prodotto dai cubetti quando venivano annaffiati da una abbondante dose di Jack Daniel’s. Gli involucri non avevano bisogno di cibo, di alcool, di vita. Due pile ad atomi di idrogeno consentivano l’autonomia per qualche centinaio di anni. Gli uomini non morivano più semplicemente si spegnevano, per legge. E per la data prefissata si organizzavano delle grandi feste di commiato, dove si rideva, si scherzava e si prendeva congedo dai propri cari. Feste senza cibo, feste senza lacrime: l’esoscheletro non poteva. Avrebbe sopportato le lamentele di sua suocera per altri centosessanta anni, a meno di un miracolo. Di per se la conversione era semplice e non durava mai più di due o tre ore, in funzione di quanto un uomo aveva vissuto ed accumulato in termini di ricordi e conoscenza. La memoria veniva estratta e registrata su appositi supporti di storage per il trasferimento e quindi riversata all’interno dei banchi contenuti all’interno dell’involucro prescelto. A richiesta, con un piccolo extra, prima dell’incisione era possibile filtrare alcuni ricordi: quegli episodi che chi più chi meno abbiamo tutti e che cerchiamo di dimenticare rilegandoli nella parte più nascosta dell’ipotalamo. Un piccolo gesto e quei ricordi non ci sarebbero stati più davvero e questa volta per sempre. Nel corso dell’operazione, si potevano vedere sul monitor le immagini dei ricordi volare da una cartella all’altra. Un foglietto per il suo primo giorno di scuola, un altro foglietto per quella giornata al mare, d’inverno, quando aspettava Matteo e si divertiva con Luca a far rimbalzare i sassi piatti lungo la battigia. Un altro foglietto per l’odore di Giada appena nata. Un altro per la prima volta che aveva fatto l’amore con suo marito, sul pianerottolo all’ultimo piano del palazzo dove lei abitava allora. Un altro per la sua anima. Al risveglio, dopo un piccolo periodo di riabilitazione per adattarsi alla nuova scatola, semplicemente si proseguiva la propria vita all’interno di un altro involucro del tutto simile al modello primario donato dalla natura. Il calore, la luce, gli odori e tutte le altre sensazioni venivano interpretate ed elaborate dai processori contenuti all’interno e una volta trasformati in impulsi, venivano inviati all’unita centrale di immagazzinamento che al termine consentiva di percepire una sensazione del tutto identica a quella provata dai corpi naturali. Il gusto non era finalizzato al nutrimento, ma solo al piacere personale, per poter ricreare nel cervello le stesse sensazioni di un corpo old style. Tutto quello che veniva immesso finiva praticamente intonso in una sacca contenuta all’interno del ventre che una volta riempita, finiva negli appositi centri di compostaggio. L’unica rottura era il doverla ripulire poi per bene con prodotti specifici. Una rottura che a lungo andare, placatisi gli entusiasmi dei primi tempi, stancava e la gente finiva per non usare più.
Certo questo era davvero un peccato, soprattutto per lei che adorava così tanto sorseggiare un buon bicchiere di gewurztraminer nei lunghi calici di cristallo che avevano nella vetrina della sala da pranzo.

- “stanza 245… 10 minuti!”

Marina si rinfilò il camice: la nuda verità riflessa allo specchio cominciava a darle noia.
Di li a poco sarebbe stata perfetta: bella, soda e fresca come una volta e non ne vedeva l’ora. Aveva atteso quel momento per due lunghi anni, il tempo necessario alla costruzione del suo modello personalizzato. Avrebbe fatto sesso, di nuovo e di nuovo per la prima volta. Anche in quel campo gli scienziati non si erano certo risparmiati riuscendo a riprodurre esattamente gli stessi impulsi mentali e le stesse sensazioni prodotte dal corpo di default, soltanto non occorreva più preoccuparsi di eventuali gravidanze inattese per coloro i quali, come lei, avevano scelto di partorire in modo naturale. Anche per questo avevano deciso di fare il salto solo una volta che fossero arrivati ai cinquanta anni e i figli fossero ormai grandi. Tutte le sue amiche avevano partorito come ormai era di moda, in vitro ma loro avevano scelto di farlo come una volta, come le loro madri avevano fatto con loro e le loro nonne prima di loro. Erano delle persone semplici in fondo.
Ma i suoi figli, continuava a domandarsi Marina, l’avrebbero amata ancora come prima? Matteo le avrebbe di nuovo slacciato il grembiule, avvicinandosi pian piano alle sue spalle ogni volta che la sorprendeva intenta a cucinare, per poi farsi perdonare dandole un grosso bacio? E Luca? Non avrebbe più potuto fare quelle sue stupide battute sulle sue forme dopo averne misurato la circonferenza con un abbraccio. E Giada, la piccolina di casa, non avrebbe più potuto rifugiarsi a piangere sul suo grosso e morbido seno quando l’ennesimo figlio di buona donna l’avrebbe mollata. Avrebbe avuto di nuovo vent’anni fino alla morte, una morte prefissata della quale avrebbe potuto contare i secondi che intercorrevano. Mai più un raffreddore di stagione, mai più gli occhi gonfi per l’allergia primaverile. Ma l'alternativa era invecchiare, morire in una data imprecisata, non vedere i propri nipoti crescere e farsi uomini, donne. L'alternativa era vivere alla giornata come tanti secoli fa, buttando via tutte le conquiste della scienza. Si, l'unica era farsi convertire, come avevano fatto tutte le sue amiche, sua suocera, suo marito. Era l'unica cosa saggia da fare.

-“stanza 245, paziente 678-05-454-2, è ora”

L’urlo dell’infermiere riecheggiò nella stanza vuota dove un camice bianco era disposto in bell’ordine ai piedi del letto. In sessant’anni di servizio era la prima volta che gli accadeva di assistere ad una cosa del genere: nessuno aveva mai rinunciato all’immortalità, alla giovinezza eterna. Alquanto stupito e irritato per la mole di moduli che gli sarebbe toccato compilare, non gli rimase altro da fare che correre ad avvertire la caposala che l’intervento delle 15,30 era annullato.

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[Immagine] Fernando Botero - Donna allo specchio

venerdì 10 ottobre 2008

Coming soon...

"... e come era entrato uscì, come sempre: battendosi per tre volte la mano destra chiusa a pugno sul petto, formando una grande V con indice e medio. "

Solo per dirvi che tonerò presto. Non mi sono preso una pausa, sto semplicemete elaborando la vita per poterne trarre qualcosa di buono. Come ho sempre fatto.

Nel frattempo passo dalle vostre finestre e in silenzio guardo dentro.
E in silenzio, vado via.

Namasteé gente!

असतो मा सद्गमय
तमसो मा ज्योतिर्गमय
मृत्योर् मा अमृतं गमय
ॐ शांति शांति शांति

Brihadaranyaka Upanishad 1.3.28.

martedì 23 settembre 2008

Anno XXXIV, Vita IV

Trentaquattro era un numero molto caro agli alchimisti per le sue proprietà particolari. Ad esempio è la costante magica all'interno del quadrato magico 4x4, riportato anche all'interno dell'incisione Melancholia I di Albrecht Dürer.
E' il nono numero della successione di Fibonacci e il sesto in quella di Markov.
L'inesattezza della formula φ(x)=34 lo rende un numero nontotiente e al contempo, l'impossibile eguaglianza x-φ(x)=34 lo rende altresì un numero noncototiente.
E' il numero atomico del Selenio, nella smorfia napoletana corrisponde alla testa e digitandolo sulla tastiera telefonica il prefisso 0034 raggiungeremo la Spagna. Infine, se dalla nostra libreria preleviamo il Conte di Montecristo, potremo notare che 34 è il numero di prigioniero assegnato ad Edmond Dantès.
Per me è solo un anno in più: il quarto da padre, il nono da marito e da milanese I miei trentatré anni non sono stati poi così male perché hanno visto concretizzarsi molte delle idee e degli obiettivi che mi ero prefissato, speriamo che anche questo nuovo numero che il contatore anagrafico ha deciso di incrementare oggi non mi dia troppi grattacapi .

[34ma regola di Internet: Se esiste X allora in Internet esiste pornografia basata su X.]

mercoledì 17 settembre 2008

Elogio dell'inutile

Vi siete mai chiesti che razza di colore sia il pervinca? Io si, ed è questa una delle differenze tra voi e me: io mi pongo delle domande che nella maggior parte dei casi non servono a nulla e voi no; io utilizzo ancora il punto e virgola per separare due concetti interconnessi tra loro e non solo per fare le faccine sorridenti. Se ad esempio uno per la strada mi fermasse e così, d'amblè, indirizzasse verso il mio cospetto la parola "Blu", ecco che subito i miei occhi comincerebbero a visualizzare le immagini del mio mare siciliano o lo splendido vestito indossato da mia madre nel suo quarantesimo compleanno, e tutto senza che io abbia avuto la benchè minima volontà di farlo. Se lo stesso passante, non pago dell'esperienza precedente, tornasse ad esclamare nella mia direzione la parola "Rosso" ecco che - dopo aver ricevuto da parte mia una testata in pieno volto - il mio cervello o quello che ne è rimasto mi trasporterebbe per esempio nel bel mezzo di una corrida, ma senza Gerry Scotti, o tra le poltrone di quel piccolo cinema di periferia dove per la prima volta vidi un film insieme alla mia compagna di vita. Questo semplicemente perché, che lo vogliate o meno, l'occhio segue le vie che nell'opera gli sono state disposte* e voi non potete farci nulla. Perché il pervinca è un colore, che voi lo vogliate o meno; il pervinca è un fiore che senza alcuna richiesta, semplicemente... fiorisce: e voi non potete farci nulla. Perché se è facile apprezzare la splendida e quanto mai banale rosa rossa spuntata a seguito delle amorevoli cure del giardiniere, è altrettanto difficile apprezzare il meraviglioso sforzo compiuto da quel papavero che ha deciso di crescere ai margini di un campo di grano: egli è l'unica pianta inutile nel mezzo di un omogeneo campo di piante utili, ma il vostro occhio - che voi lo vogliate o meno - non noterà la spiga posta nella quarta fila da sinistra, no, il vostro occhio si poserà proprio sul quel piccolo fiore rosso cresciuto ai margini del campo, tra quelle stesse spighe con le quali morirà nel momento della mietitura, senza che lui o voi possiate farci nulla. Perché l'uomo è un pianista convinto di eseguire la più bella sinfonia mai composta, ma nella maggior parte dei casi il suo pianoforte non ha mai avuto alcun tasto, ed egli non solo non è mai stato in grado di suonare alcuna musica, ma non è stato neanche in grado di saper ascoltare l'assoluto silenzio che un pianoforte senza tasti è in grado di suonare e così, come quelle spighe di cui nessuno si ricorderà mai, morirà insieme al papavero rosso che aveva deciso di crescere sul ciglio della strada. Perché se un orologio rotto segna sempre l'orario esatto almeno due volte al giorno, che voi lo vogliate o meno, un orologio perfettamente funzionante ma sfalsato di qualche centesimo di secondo, in avanti o indietro fate voi, quel sottile piacere di perfezione non lo proverà mai. E così, anche se la pervinca è un colore assolutamente inutile, dopo aver letto queste righe che lo vogliate o meno, la prossima volta che incontrerete un uomo per strada che vi griderà "Pervinca!" voi visualizzerete quel piccolo fiorellino posto in alto a sinistra di questo post e anche in questo caso, non potrete farci nulla.

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[* Paul Klee (1879 – 1940), Pädagogisches skizzenbuch]

venerdì 12 settembre 2008

Italiani brava gente

Allora c'è questo libro, Canne al vento, che io già dal titolo ho pensato che fosse uno spreco, mi spiego? Cioè non vale neanche la pena coltivarla se poi te la fai fumare dal vento e invece inizio a leggerlo e scopro che con il fumo non c'ha niente a che fare. Che poi non lo sto neanche leggendo, ma lo ascolto sulla radio, e quando dico sulla radio intendo proprio di sopra perché sono in macchina, che è anche più comodo. E allora io che sono ignorante lo ascolto e mi piace. Ci stanno queste sorelle che sono tipo nobili ma disgraziate perché gli è morto il padre e un'altra sorella più zoccola si era fatta un macellaio e allora nel paese nessuno se l'è più volute pigliare, tipo che se uno c'ha la sorella zoccola, allora sei zoccola pure tu. Insomma poi c'è questo servo Efix che mischino, poveretto, a queste sorelle ci vuole bene, mi spiego, e per loro coltiva l'ultimo pezzo di pezzo di terra che gli è rimasto. Ora come se tutta questa sfiga non bastasse, ci stanno pure i compaesani che come al solito non si fanno i cazzi loro. E mentre cammino e ascolto, penso a quando dicono che gli italiani sono brava gente, mi spiego? Brava gente un cazzo dico io!
Insomma il pettegolezzo lo abbiamo inventato noi, mi spiego, perché ci piace farci tanto gli affaracci degli altri, sparlare della vicina che c'hà l'amante mentre si aspetta che venga in casa il proprio, ma poi però siamo subito bravi a ritrarre la mano ma chi io? Io non l'ho mai detto... ci mancasse!, ci mancherebbe.
Sempre pronti a ritrattare come se uno la memoria non ce l'avesse. Che infatti io avevo studiato che i fascisti erano gente cattiva che appena dicevi che non eri daccordo, arrivavano gli squadristi e se ti andava bene ti facevano ingoiare litri di olio di ricino che cagavi per un anno castori. Se ti andava male ti ritrovavi morto. E mio nonno mi aveva raccontato che dovevi stare attento a parlare pure con tua moglie a casa tue che se la vicina ti sentiva, gli squadristi li chiamava lei. Che poi io avevo studiato che le leggi razziali le aveva promulgate un italiano. Che io avevo visto sulla rai i documentari in bianco e nero che quanto sto pelato usciva su un balcone, ad applaudirlo c'erano così tanti cristìani che manco a Riccione in agosto. Che onestamente non è che sembrava che a quelle manifestazioni ci andavano per forza. Cioè che se a me mi costringono ad andare per forza in un posto che non mi va, io ci vado però quantomeno sto incazzato. Ma a me nel documentario, mi era sembrato che agli italiani ci piaceva tanto e applaudivano. Ma magari mi sbaglio perchè sono ignorante. E infatti adesso dicono che alla fine poi non era così cattivo, che al pelato lo hanno messo in mezzo, mischino. Ma a me uno che manda a morire migliaia di cristìani che erano ebrei, non mi sembra tanto mischino, anche perché stì poveri cristiani, che erano ebrei, erano italiani come lui. Che se anche ti avevano messo in mezzo e tu hai il dovere di garantire un paese, piuttosto che far morire qualche tuo cittadino, dovresti essere pronto a morire tu. Ma io sono ignorante e certe cose non le capisco. Sono così ignorante che se tipo incontro un cristìano che è mussulmano, sotto casa, io lo saluto e tutti gli italiani, che sono più brava gente di me, mi tàliano male, mi guardano male. Che tipo siccome io lo saluto allora tipo che non mi parlano, gli italiani, perché loro, i mussulmani, dice che hanno ammazzato due palazzi di cristìani, che erano americani. E io, che sono ignorante, certe cose non riesco a capirle. Perché allora tipo all'estero non dovrebbero più salutare i tedeschi, che di cristìani, anche se erano ebrei, ne hanno ammazzati 6 milioni. E anche senza che erano ebrei, bastava che non la pensavano allo stesso modo, che a me non mi sembra una buona ragione per ammazzare uno. E tipo non dovrebbero più salutare neanche gli italiani, che anche loro nel mondo ne hanno ammazzati tanti. E neanche agli americani, che di cristìani in Vietnam, in Iraq e nel resto del mondo e hanno ammazzati tanti pure loro. E neanche i cristiani, quelli veri intendo, che la Chiesa pure ne ha ammazzati tantissimi. E invece loro, gli americani, sono buoni, i tedeschi sono buoni e gli italiani sono brava gente. E io, che sono ignorante, queste cose non riesco a capirle e quando incontro qualcuno, io lo saluto lo stesso.

mercoledì 10 settembre 2008

Lavatrici protoniche

Oggi presso il CERN di Ginevra verrà effettuato il primo giro di prova della lavatrice protonica costata 20 anni di lavoro e innumerevoli risorse. Si tratta del più grande esperimento scientifico mai effettuato e si propone di riprodurre lo scenario avvenuto qualche miliardesimo di secondo dopo il Big Bang che dette origine al tutto.
I soliti pessimisti dicono che una tale accelerazione potrebbe anche creare una serie di piccoli buchi neri che successivamente potrebbero fondersi in uno solo capace di risucchiare il pianeta Terra dal suo interno. Ma in fondo, per altri versi, dissero lo stesso anche per le teorie di Galileo. Pur non di meno, quali sarebbero i comportamenti maschili e femminili di fronte alla fine del mondo? Eccovene alcuni...

I dieci pensieri Maschili sulla fine del mondo

10. E anche quest'anno il Milan non vincerà lo scudetto.
9. Buongiorno, vorrei affittare quella ferrari... si, pago con carta di credito
8. Direttore? Avrei bisogno di dirle due paroline...
7. Dove ho messo il numero di quelle due gemelle giapponesi?
6. 20 anni di studi per un pompino cosmico? Tua sorella ha anticipato il CERN di almeno 2-3 anni.
5. E' colpa del precedente governo Prodi.
4. Dove ho messo il telecomando?
3. Cameriere? Vorrei 20 aragoste alla catalana e 1 fusto di birra, grazie.
2. Amore in passato mi sono fatto tua sorella, tua cugina e la tua migliore amica... hai altri parenti per caso in città?
1. Quasi quasi chiamo Claudia e le chiedo di sposarmi? Uhm... e se poi il mondo non finisce? Meglio non rischiare!

I dieci pensieri Femminili sulla fine del mondo

10. Uffa... non ho nulla da mettermi.
9. Noooo, proprio adesso che avevo trovato quelle deliziose scarpe
8. Fine del mondo? Potevi inventarti una scusa migliore per mollarmi.
7. Dov'è finito quel barattolo di nutella?
6. Bah... Uomini: farebbero di tutto pur di entrare in un buco.
5. Non mi interessa: domani a scuola ci vai lo stesso!
4. Bah.. Uomini: farebbero di tutto pur di essere risucchiati.
3. Con quel culo che si ritrova, Claudia potrebbe otturarlo.
2. Amore... mi dai il numero di tuo fratello?
1. Eh?

A domani... io intanto vado a comprare le sigarette.