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lunedì 17 agosto 2009

E' da molto tempo che viaggia?

E quindi ero in quella stazione, mi capisci?
Quelle stazioni di passaggio, dove alla fine nessuno scende mai per vedere il paese, ma solo per prendere la fottuta coincidenza. Il paese attaccato a quelle stazioni potrebbe anche non esserci e nessuno se ne accorgerebbe mai, mi capisci? Le case che vedi dalla banchina del binario potrebbero essere benissimo di cartone, come le scene di un teatro. Dipinte. Chi vuoi che vada a controllare? Di quel posto tanto serve solo la stazione.
Insomma, ero in quella stazione a farmi i fatti miei aspettando il treno che mi avrebbe riportato a casa e all'improvviso questo vecchio mi si avvicina e attacca bottone e io penso che probabilmente parlerà di cazzate come fanno sempre i vecchi.
E invece cosa fa quel fottuto vecchio? Mi si avvicina e mi fa - è da molto tempo che viaggia?
Cioè capisci? Una domanda di quelle che non ti aspetti che un vecchio possa farti. Che ne so, mi sarei aspettato mi domandasse l'orario, una sigaretta, se secondo me l'indomani avesse piovuto o meno, e invece cosa mi domanda quel vecchio fottuto? Quel vecchio mi chiede l'unica cosa alla quale stavo pensando proprio in quel fottuto istante.
E io mi trovo li solo, capisci? Con la mia sigaretta tra le dita domandandomi che domanda fosse e senza accorgermene sento la mia voce rispondere - praticamente da tutta la vita.
Ma si può essere più stupidi dico io? Cioè un vecchio ti fa una domanda del cazzo e tu cosa fai? Rispondi pure a tono!
E allora questo vecchio si alza, capisci? Si alza, viene vicino a me, si siede accanto sulla panchina di marmo e mi guarda negli occhi. Non tanto eh? saranno stati all'incirca due o tre secondi al massimo. Si alza, mi guarda fisso negli occhi e poi mi fa - Deve volerle davvero bene.
Lo sapeva, capisci? Lo sapeva!
Non ho idea del come, ma lo sapeva!
A quel punto io mi volto di scatto e mi alzo, capisci? Cioè istinto, no? Cioè cosa avrei dovuto fare secondo te? Perché non poteva saperlo.
E allora mi alzo capisci? Mi alzo e lo guardo e devo aver avuto proprio un'espressione da ebete perché a quel punto lui sai cosa fa? Si alza anche lui dalla panchina di marmo, viene vicino a me e mi fa - Non abbia mai paura di viaggiare, non smetta mai di farlo.
E allora tipo mi sarò girato due secondi per cercare qualcosa da dire, no? Cioè sai quando guardi da qualche parte aspettando che ti arrivi la frase da dire, quella giusta.
Cazzo questo qui praticamente sa la mia vita ed io sto lì, zitto come un idiota a non dire nulla, capisci? Dovevo dire qualcosa, no? Qualcosa di intelligente e allora mi giro due secondi con la mia espressione da ebete, mi rivolto e lui? Era sparito.
Cioè non è che se n'era andato, era proprio sparito. E allora lo cerco con lo sguardo lungo la banchina, sui binari. Cerco quel suo vecchio e logoro cappellino giallo con la visiera e il suo zainetto verde acqua. Lo cerco dapertutto e niente. Non c'era più.
E allora sai che faccio? Tiro una boccata dalla mia sigaretta guardo l'orario e visto che avevo ancora più di un'ora prima che quella fottua coincidenza arrivasse, sai cosa faccio? Esco dalla stazione a vedere il paese.
E sai cosa scopro? Che il paese in quelle stazioni di passaggio, c'è. E non è finto o di cartone, esiste davvero, con persone vere che prendono il caffé, guidano le macchine e vivono la loro vita!
Ed è lì che ho capito che loro, loro che tutti consideravano comparse, avevano sempre vissuto molto più di me capisci?
E per la prima volta sereno davanti l'ingresso di quella fottuta stazione, mi sono ritrovato a guardare il mondo con il mio cappellino giallo in testa e il mio zainetto verde acqua sulle spalle.

giovedì 23 luglio 2009

Che lavoro fai?

Il signor F. era un uomo normale e lo era fin da piccolo.
Il signor F. ogni mattina si alzava alle 06:30.
Doccia, dentifricio alla menta sullo spazzolino che cambiava regolarmente ogni mese, filo interdentale. Deodorante per le ascelle e due gocce di profumo sul collo, quindi passava alla vestizione.
Polo grigia con bande rosse sulle maniche e il logo della TOTAL sul petto, pantaloni grigi anch’essi con bande rosse laterali, scarpe antinfortunistica, berretto.
Il signor F. era un uomo normale e i suoi genitori erano fieri di lui, o almeno suo padre lo era. Sua madre era scomparsa qualche anno prima.
Non beveva e non fumava perché quelli erano vizi che solo gli scansafatiche potevano permettersi, come gli attori o i filosofi, non lui. L'intera economia del Paese poggiava sulle sue spalle e lui questo lo sapeva bene e di questo ne era orgoglioso.
Il signor F. aveva tirato su la sua stazione di servizio dal nulla, ed ora essa si ergeva maestosa nella campagna come una cattedrale nel deserto, dissetando le auto e i conducenti che si fermavano lungo la strada provinciale che dal suo paese portava al successivo.
Nella sua piccola Las Vegas ogni viandante poteva trovare oltre che benzina di ottima qualità, della quale effettuava personalmente il controllo ogni mattina, sigarette, chewingum, fazzoletti e ogni tipologia di deodorante e prodotto per la cura della propria vettura.
Si, a vederlo così realizzato il signor F. appariva agli occhi di tutti come un uomo davvero soddisfatto e in realtà lo era.
La sera, dopo aver chiuso la cassa e attivato la modalità self service, il signor F. chiudeva a chiave il suo ufficio: tre mandate in alto e due in basso, quindi prendeva la sua bella auto che provvedeva a spolverare ogni giorno tra un cliente ed un altro e tornava a casa.
Il signor F. non aveva una fidanzata ma d’altronde non ne sentiva neanche la necessità. Non che le occasioni non gli mancassero intendiamoci, un partito del genere faceva gola a molti padri giù in paese, ma come diceva lui non aveva ancora trovato una ragazza con la quale condividere il suo sogno.
Una bella casa, una bella moglie, due o tre figli, un cane in giardino. Un camper per fare le vacanze al mare. Tutti valori per i quali qualsiasi donna, ai suoi occhi, avrebbe dovuto far follie eppure il signor F. era solo. Tutte le sue fidanzate erano scappate con il solito figlio di buona donna scansafatiche senza arte né parte e lui ogni volta non riusciva a spiegarsi il perché. Semplicemente giustificava la fuga come un segno del destino: quella non era la donna giusta per lui, evidentemente.
Il signor F. era un gran lavoratore e questo tutti in paese lo sapevano e di questo lui era molto orgoglioso.
L’unica debolezza del signor F. erano i fumetti di dylan dog, per i quali nutriva una vera mania. L’acquisto di ciascun numero verso la fine del mese era un vero e proprio rito che si svolgeva secondo un preciso numero di azioni definite.
Innanzitutto la scelta dell’esemplare avveniva di mattina presto, ovvero non appena il giornalaio riceveva le copie dal fornitore. Il signor F. passava in rassegna tutte le copie scegliendo alla fine quella che presentava ai suoi occhi il minor numero di difetti. La distribuzione del colore di copertina doveva essere quanto più uniforme possibile, il dorso non doveva recare alcun segno di usura da sfregamento o altro, quindi il taglio delle pagine doveva essere regolare e secco.
L’apertura del volumetto per consentire la lettura delle pagine avveniva sempre con un angolo non superiore ai 38°, posizione ottimale affinché i bordi esterni della copertina non si lineassero.
Terminata la fase di lettura ciascun prezioso esemplare veniva prima inserito in una apposita busta e sigillato per preservare colori e carta dall’invecchiamento, quindi inserito in bell’ordine sullo scaffale della libreria dove avrebbe passato il resto dei suoi giorni in compagnia dei suoi simili.
Il signor F. era molto orgoglioso della sua collezione e anche lei lo era, perché quei volumi rappresentavano gli unici libri presenti in casa sua.
A volte, dopo aver visto la tv, il signor F. si soffermava sul balcone della sua bella casa a guardare le stelle. Gli piaceva pensare a quei puntolini luminosi come piccole pompe di benzina nel cielo, dove gli UFO potessero far rifornimento alle proprie astronavi. Ma il signor F. non era un sognatore e ogni volta, ricacciava dentro quelle stupidaggini scuotendo la testa, quindi andava in camera da letto, riponeva la divisa in ordine sulla sedia accanto al comodino, infilava il pigiama e dopo aver spento la luce, si addormentava.
Il signor F. non si poneva mai domande perché egli aveva già tutte le risposte.
Al signor F. non piaceva quando le donne lo fissavano dritto negli occhi: esse non avevano alcun diritto di farlo.
Di tanto in tanto il signor F. si concedeva una uscita con gli amici, per andare a divertirsi in qualche bar del centro e quando qualcuno gli chiedeva Che lavoro fai? Egli semplicemente rispondeva il benzinaio. Non aveva bisogno di parole inglesi per definire il suo lavoro come facevano gli amici di infanzia. Account Manger, Project Developer, Unit Reseller, Geometra. Lui era semplicemente il benzinaio e per questo tutti lo rispettavano, come il prete, il sindaco e il maresciallo della caserma.
Si, il signor F. era un uomo normale, la sua vita scorreva placida e odiava sua madre per tutte le botte che gli aveva dato da piccolo, per tutte le domande alle quali non aveva mai dato una risposta, per ogni boccone che aveva dovuto ingoiare controvoglia, per ogni volta che lo aveva pettinato con la riga sulla sinistra e lui avrebbe preferito sulla destra.
Il signor F. era un lavoratore, un uomo, un rispettabile membro della comunità ma quando la madre del signor F. scomparve, così, nel nulla, da un giorno all’altro, egli non versò nemmeno una lacrima.
La stessa sera in cui la madre del signor F. scomparve, il signor F. aveva personalmente effettuato la gettata di cemento per installare la nuova colonnina dell’aria compressa per il controllo dei pneumatici.
Il signor F. fissava ogni giorno quella colonnina e si sentiva orgoglioso di averla installata, nella sua stazione di servizio sulla strada provinciale che dal suo paese porta al successivo.

lunedì 20 ottobre 2008

Conversion

Il momento era finalmente arrivato. Di li a poco gli infermieri sarebbero entrati nella piccola stanza posta al terzo piano del centro di riconversione per accompagnarla in sala di estrazione prima e in sala di incisione poi. La finestra era socchiusa, quanto bastava affinché gli odori della primavera solleticassero il suo naso e il suo corpo, nudo sotto il leggero camice bianco annodato sulla parte posteriore, cominciasse ad incresparsi di leggeri brividi. Il roseo e flaccido culo, la lunga e sinuosa schiena, le iper abbondanti cosce, i fianchi generosi. Niente era lasciato all'immaginazione di chi, passando lungo il corridoio, avrebbe voluto sbirciare l’interno della stanza, attraverso la porta socchiusa. Ma purtroppo per Marina, nessuno era interessato a stuzzicare la propria immaginazione con un involucro del genere.
Il grande specchio posto sopra il lavabo della parete di fronte sdoppiava l’interno e Marina, stufa di aspettare il suo turno, si alzò dal letto, vi si avvicinò e lentamente si sfilò via il camice. Erano anni che non fissava il suo corpo o forse, lo aveva fissato e odiato troppe volte per continuare a farlo.
Osservò con attenzione quei seni lunghi, grossi ma tutto sommato ancora sodi per quanto guardassero sempre verso il pavimento, solcati qua e là dalle smagliature causate dall’allattamento di Luca, di Matteo e infine di Giada. Accarezzò quel ventre rugoso e flaccido come uno shar-pei, coccolato tante volte durante le tre lunghe attese e quelle cosce affusolate come una pera capovolta che un tempo erano il suo orgoglio e che suo marito non sfiorava più da anni. Marina non era più una donna, si era ormai trasformata nel peggiore degli esseri umani: una mamma. Una madre tenera, affettuosa e premurosa pronta a donare tutta se stessa agli altri anche a discapito di se stessa. Una madre sempre pronta ad asciugare il nasino gocciolante dei figli con il fazzoletto riposto all’interno della manica, a consolarli quando si sbucciavano un ginocchio cadendo dalla bicicletta, a non far mai mancare una fetta di torta per la merenda. Marina era una di quelle donne grasse che ispirano fiducia e tenerezza, quelle che vorresti coccolare quasi fossero un animaletto da compagnia e questo era ormai per suo marito: un animaletto da compagnia grasso.
Eppure in lei l’ardore, la voglia di esser la peggior puttana nel letto per il suo uomo non si era mai sopita, ma quel corpo le aveva ormai precluso ogni possibilità di portare a termine qualsivoglia intento amoroso. Non che suo marito non la amasse, intendiamoci, ma con l’andar del tempo e l’inspessirsi della sua figura, egli aveva semplicemente trasformato l’amore fisico di un tempo in un sentimento mentale, fatto di rispetto, di casti bacini sulla guancia al mattino, sul ciglio della porta prima di andare al lavoro e di teneri baci sulla fronte prima di dormire. E quei baci per Marina, bruciavano più del fuoco. Proprio lui, che non perdeva mai occasione di carezzarle i seni quando questi erano giovani e rivolti alla luna. Proprio lui, che tempo addietro aveva accarezzato e amato il suo corpo in tutti i modi possibili, aveva semplicemente ridimensionato il suo sentimento in un rapporto fraterno, nell’attesa che la conversione venisse effettuata. Possibile che non riuscisse ad andare oltre quell’involucro, si era sempre chiesta Marina? Eppure il suo interno era sempre lo stesso, non era mutato. Certo, alcuni modi di fare nel corso del tempo erano variati, i suoi modi erano cresciuti come il suo corpo, ma tutto sommato lei era la stessa donna della quale suo marito si era innamorato in quel lontano giorno di Settembre, quando la vide uscire dall’atelier nel quale ogni tanto sfilava per arrotondare un po’ durante i suoi studi.

- “stanza 245… 20 minuti!”

L’urlo dell’infermiere di turno riecheggiò forte per il corridoio. La stanza 245 era la sua.
Venti minuti, ancora venti minuti e poi sarebbe stata una donna nuova o, per meglio dire, sarebbe stata nuovamente la se stessa di trenta anni fa. Suo marito non aveva badato a spese, aveva scelto il modello più costoso e come per lui, che aveva fatto la conversione tre anni prima, aveva dato incarico allo stesso artigiano di creare un involucro unico appositamente per lei, sulla base di una foto che lui stesso le aveva scattato sulla spiaggia di Alassio quando erano fidanzati, una foto in cui Marina dimostrava tutta la sensuale bellezza dei suoi vent’anni. Almeno non avrebbe rivisto la sua faccia sulle tante persone che acquistavano i modelli economici sui cataloghi della clinica, su internet o nei centri commerciali e che affollavano i mezzi pubblici al mattino. La pelle veniva coltivata in apposite serre, i nasi, le orecchie, le lingue e tutti gli orpelli, anche i più intimi, venivano fatti appositamente crescere sul dorso di topi da laboratorio. Certo, l’idea di avere in bocca e tra le cosce dei pezzi di sorcio non la allettava molto, ma questo era il prezzo da pagare per vivere per altri cento cinquanta anni accanto ai suoi figli, ai suoi nipoti e ai nipoti dei nipoti. Da quarant’anni ormai nessuno aveva più bisogno di trasfusioni o di trapianti, le malattie genetiche, i tumori erano solo un lontano e triste ricordo del passato. I muscoli erano composti da una schiuma che una volta spruzzata sull’esoscheletro di policarbonato di titanio, si espandeva andando a formare le striature, i tendini e tutte le caratteristiche tipiche del muscolo umano. Tutto il sistema veniva irrorato da un liquido per consentire il raffreddamento dell’impianto e del quale gli scaffali dei super erano pieni. Per ovviare il problema della sovrappopolazione era stato stabilito dal Comitato Internazionale di Conversione Umana che la vita di un uomo, comprese le successive proroghe ed eccezion fatta solo per coloro i quali si erano particolarmente distinti in vita, non poteva mai superare i duecento anni. Di fatto c’era gente che circolava da molto più tempo, bastava conoscere le persone giuste e allungare qualche euroyen. La loro data di disattivazione era stata fissata dall’ufficio disattivazione del comune per il 28 luglio del 2238: la stessa data per entrambi, così almeno nessuno dei due sarebbe rimasto senza compagno. In quei tre anni dopo la conversione, aveva visto suo marito sempre lo stesso: nessuna nuova ruga a segnare il volto, nessun capello che un mattino avesse deciso di cambiare colore o di abbandonare per sempre la sua sede, eppure a lei era piaciuto così tanto vederlo invecchiare nel corso dei suoi primi cinquant’anni con il suo corpo iniziale, perché significava averlo accanto, comprendere i suoi acciacchi al mattino, la sua tosse da fumatore incallito. Perché anche questo significava amarlo. Poi, di colpo, da una giorno all’altro, lo aveva rivisto esattamente come lo aveva conosciuto, con lo stesso aspetto dei suoi splendidi trent’anni. In quei tre anni non lo aveva più sorpreso a canticchiare di fronte lo specchio del bagno, mentre cospargeva di schiuma la sua faccia per radersi o sorridere dopo aver riempito un tumbler di ghiaccio, per il crepitio prodotto dai cubetti quando venivano annaffiati da una abbondante dose di Jack Daniel’s. Gli involucri non avevano bisogno di cibo, di alcool, di vita. Due pile ad atomi di idrogeno consentivano l’autonomia per qualche centinaio di anni. Gli uomini non morivano più semplicemente si spegnevano, per legge. E per la data prefissata si organizzavano delle grandi feste di commiato, dove si rideva, si scherzava e si prendeva congedo dai propri cari. Feste senza cibo, feste senza lacrime: l’esoscheletro non poteva. Avrebbe sopportato le lamentele di sua suocera per altri centosessanta anni, a meno di un miracolo. Di per se la conversione era semplice e non durava mai più di due o tre ore, in funzione di quanto un uomo aveva vissuto ed accumulato in termini di ricordi e conoscenza. La memoria veniva estratta e registrata su appositi supporti di storage per il trasferimento e quindi riversata all’interno dei banchi contenuti all’interno dell’involucro prescelto. A richiesta, con un piccolo extra, prima dell’incisione era possibile filtrare alcuni ricordi: quegli episodi che chi più chi meno abbiamo tutti e che cerchiamo di dimenticare rilegandoli nella parte più nascosta dell’ipotalamo. Un piccolo gesto e quei ricordi non ci sarebbero stati più davvero e questa volta per sempre. Nel corso dell’operazione, si potevano vedere sul monitor le immagini dei ricordi volare da una cartella all’altra. Un foglietto per il suo primo giorno di scuola, un altro foglietto per quella giornata al mare, d’inverno, quando aspettava Matteo e si divertiva con Luca a far rimbalzare i sassi piatti lungo la battigia. Un altro foglietto per l’odore di Giada appena nata. Un altro per la prima volta che aveva fatto l’amore con suo marito, sul pianerottolo all’ultimo piano del palazzo dove lei abitava allora. Un altro per la sua anima. Al risveglio, dopo un piccolo periodo di riabilitazione per adattarsi alla nuova scatola, semplicemente si proseguiva la propria vita all’interno di un altro involucro del tutto simile al modello primario donato dalla natura. Il calore, la luce, gli odori e tutte le altre sensazioni venivano interpretate ed elaborate dai processori contenuti all’interno e una volta trasformati in impulsi, venivano inviati all’unita centrale di immagazzinamento che al termine consentiva di percepire una sensazione del tutto identica a quella provata dai corpi naturali. Il gusto non era finalizzato al nutrimento, ma solo al piacere personale, per poter ricreare nel cervello le stesse sensazioni di un corpo old style. Tutto quello che veniva immesso finiva praticamente intonso in una sacca contenuta all’interno del ventre che una volta riempita, finiva negli appositi centri di compostaggio. L’unica rottura era il doverla ripulire poi per bene con prodotti specifici. Una rottura che a lungo andare, placatisi gli entusiasmi dei primi tempi, stancava e la gente finiva per non usare più.
Certo questo era davvero un peccato, soprattutto per lei che adorava così tanto sorseggiare un buon bicchiere di gewurztraminer nei lunghi calici di cristallo che avevano nella vetrina della sala da pranzo.

- “stanza 245… 10 minuti!”

Marina si rinfilò il camice: la nuda verità riflessa allo specchio cominciava a darle noia.
Di li a poco sarebbe stata perfetta: bella, soda e fresca come una volta e non ne vedeva l’ora. Aveva atteso quel momento per due lunghi anni, il tempo necessario alla costruzione del suo modello personalizzato. Avrebbe fatto sesso, di nuovo e di nuovo per la prima volta. Anche in quel campo gli scienziati non si erano certo risparmiati riuscendo a riprodurre esattamente gli stessi impulsi mentali e le stesse sensazioni prodotte dal corpo di default, soltanto non occorreva più preoccuparsi di eventuali gravidanze inattese per coloro i quali, come lei, avevano scelto di partorire in modo naturale. Anche per questo avevano deciso di fare il salto solo una volta che fossero arrivati ai cinquanta anni e i figli fossero ormai grandi. Tutte le sue amiche avevano partorito come ormai era di moda, in vitro ma loro avevano scelto di farlo come una volta, come le loro madri avevano fatto con loro e le loro nonne prima di loro. Erano delle persone semplici in fondo.
Ma i suoi figli, continuava a domandarsi Marina, l’avrebbero amata ancora come prima? Matteo le avrebbe di nuovo slacciato il grembiule, avvicinandosi pian piano alle sue spalle ogni volta che la sorprendeva intenta a cucinare, per poi farsi perdonare dandole un grosso bacio? E Luca? Non avrebbe più potuto fare quelle sue stupide battute sulle sue forme dopo averne misurato la circonferenza con un abbraccio. E Giada, la piccolina di casa, non avrebbe più potuto rifugiarsi a piangere sul suo grosso e morbido seno quando l’ennesimo figlio di buona donna l’avrebbe mollata. Avrebbe avuto di nuovo vent’anni fino alla morte, una morte prefissata della quale avrebbe potuto contare i secondi che intercorrevano. Mai più un raffreddore di stagione, mai più gli occhi gonfi per l’allergia primaverile. Ma l'alternativa era invecchiare, morire in una data imprecisata, non vedere i propri nipoti crescere e farsi uomini, donne. L'alternativa era vivere alla giornata come tanti secoli fa, buttando via tutte le conquiste della scienza. Si, l'unica era farsi convertire, come avevano fatto tutte le sue amiche, sua suocera, suo marito. Era l'unica cosa saggia da fare.

-“stanza 245, paziente 678-05-454-2, è ora”

L’urlo dell’infermiere riecheggiò nella stanza vuota dove un camice bianco era disposto in bell’ordine ai piedi del letto. In sessant’anni di servizio era la prima volta che gli accadeva di assistere ad una cosa del genere: nessuno aveva mai rinunciato all’immortalità, alla giovinezza eterna. Alquanto stupito e irritato per la mole di moduli che gli sarebbe toccato compilare, non gli rimase altro da fare che correre ad avvertire la caposala che l’intervento delle 15,30 era annullato.

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[Immagine] Fernando Botero - Donna allo specchio

martedì 17 luglio 2007

Le tre vite di Ivàn.

E’ strano come, adesso, tutto sembri sereno da quassù, tutto. Il coniglio, intento a scolpire con i denti il bastoncino di legno attaccato alla gabbia. Il quadro con i gatti stilizzati attaccato sopra il divano, che mi ricorda molto le composizioni astratte che si vedono d’estate sull’asfalto delle autostrade. Perfino quel tavolino per il telefono, posto all’angolo tra i due divani, per il quale ho sempre avvertito un profondo sentimento di odio.
L’aveva comprato l’anno scorso mia moglie da un rigattiere sulla Darsena del Naviglio, nel tratto in cui attraversa il centro della città. Da oramai qualche anno a questa parte la cara donna ogni ultima domenica del mese, è solita strapparmi dalle amorevoli cure del mio amato divano per trascinarmi alla fiera che viene puntualmente allestita in quel luogo stretto e ameno da rigattieri, antiquari, furfanti, pittori squattrinati, artigiani, borsaioli e chiunque altro abbia qualcosa di inutile da vendere alle centinaia di polli che puntualmente vi si recano per farsi spennare, allegramente convinti di trovare, tra la miriade di cianfrusaglie esposte, degli inestimabili pezzi da collezione.
Sui banchi vi si può trovare di tutto: dalle vasche in ghisa dell’ottocento ai telefoni neri di bachelite degli anni settanta, dai souvenir di Murano - memori di fortunate o meno lune di miele - alle medaglie al valore dell’ultimo conflitto mondiale. Dalle foto ormai ingiallite di arcaici amanti ad interi annali della domenica del corriere, con l’illustrazione di Molino o Beltrame dell’evento della settimana. Ma soprattutto mobili: di ogni sorta, foggia o stile. Antichi (un modo gentile per dire vecchi) e solo da restaurare leggermente (ovvero così tarlati da essere buoni solo per attizzare il camino). Insomma, se cercate una di quelle cose per le quali poco tempo prima avete pagato profumatamente qualcuno farvi sgomberare la cantina, lì la troverete sicuramente.
Mia moglie ha una procedura ormai consolidata per trattare un affare, come dice lei.
Procede con disinvoltura tra le bancarelle, fissando tutto con uno sguardo perso nel nulla misto a disprezzo che sembra dire a chiunque lo incroci “Guarda, caro mio, che io sono una grande intenditrice, cosa credi? Ho comprato tutti i fascicoli dell’enciclopedia dell’antiquariato in edicola, per cui non ci provare nemmeno a fregarmi!”.
Non appena la sua cornea si posa su qualcosa che anche solo vagamente, possa ricordare una delle foto viste su una rivista delle quali ha riempito tutta la casa, per prima cosa passa subito avanti. Poi dopo circa cinque, massimo sei minuti torna indietro per dare una seconda occhiata veloce sempre senza soffermarsi, ancora. Dopo un po’ ritorna e questa volta si sofferma, purtroppo.
Mentre il venditore aveva capito già al suo secondo passaggio di averle venduto quel pezzo e stava già calcolando come poter spendere il ricavato - Uhm, ci pago la rata del mutuo della villa al mare o le bollette della casa in montagna? - lei scruta con attenzione, ma sempre con fare disinteressato, l’oggetto del contendere: rigirandolo per le mani, avvicinandosi, inchinandosi, scuotendolo. Alla fine sentenzia: “Scusi... e quanto vorrebbe per questo?” Come per dire “Ringraziami brutto stronzo che forse e dico forse ti libero di questo peso inutile!” pensando in realtà tra sè e sè “Urca che fortuna! Ma come si fa a vendere un pezzo inestimabile come questo? E’ sicuramente un grande affare!.” Peccato che mia moglie come attrice abbia sempre fatto cagare e nella maggior parte dei casi la piccola quantità di materia grigia che le è stata amorevolmente donata dal Padre Eterno raschiando il fondo del barile (“Ehi… Mariaaaa…Mariaaaaaa… per favore mi porti altro cervello che mi è finito?... Papàaaaa… Si deve ordinareeee… chiamo subito il fornitoreeee… E adesso come faccio?... aspetta forse… vabè è poco ma dovrebbe bastare… anzi… la faccio bionda con gli occhi azzurri e così nessuno se ne accorgerà...!) la porti ad invertire le intonazioni dei due pensieri, per cui se prima il truffante aveva qualche minimo dubbio sulla possibilità di non riuscire a portare a termine la vendita, la sua voce eccitata spazza via qualsiasi brutto pensiero dalla testa di quel povero miliardario.
Io resto in disparte, a godermi lo spettacolo.
La mia funzione si palesa solo al termine delle contrattazioni. Sono il povero Cristo che deve trascinare il prezioso reperto - il cui peso va esponenzialmente ad aumentare al diminuire delle mie risorse fisiche - per tutto il resto della fiera. Una moderna via crucis che si ripete puntualmente ogni maledettissima ultima domenica del mese, senza alcuna Maddalena a tergermi il sudore ma solo centurioni pronti a frustarmi.
Quando acquistò il beneamato e preziosissimo tavolino tripode, la deliziosa consorte ha pure contrattato al rialzo per riuscire a strapparlo ad un altro acquirente interessato, la troia!.
Ora, come si fa, dico io, a pagare duecentocinquanta euro un tavolino che ha solo tre piedi, traballa e cade per terra regolarmente ogni volta che vado a rispondere al telefono?
A parte che è in stile Giovanni XVI – Mi risponde lei
Ma non si chiamava Luigi? - penso io in rigoroso silenzio
e poi ovviamente non ti sei neanche accorto che fa pendant con il lampadario! Stupido! – Mi fa gentilmente notare lei
Ma in fondo, tu, che ne capisci di queste cose? Cosa ne vuoi capire! – rimbrotta lei.
Bhè certo, l’esperta sei tu! – accenno io sottovoce - e adesso levati và... che devo passare l’aspirapolvere – chiude lei.
Ovvio, penso io, c’è il gran premio e mancano due giri dal termine, quale migliore occasione per accendere quello strumento infernale inventato incrociando il motore di un boing 747 con un mantice per il camino al solo scopo di incentivare la vendita di cornetti acustici per sordi. Comunque, io non capirò molto né di antiquariato né di pendant è vero, ma secondo me il rigattiere e l’altro acquirente erano compari. Come nel gioco delle tre carte che fanno alla Stazione Centrale. Lo so. Ne sono certo. Me li vedo: noi due che ci allontaniamo con il tavolino monco sotto braccio e loro due che scaricano dal camioncino pieno di tavolini a tre piedi un altro tavolino disabile da affibbiare ad un’altra intenditrice, ridendo alle nostre spalle come pazzi mentre sventolano le banconote uscite dal mio portafoglio per vantarsi agli occhi degli altri furfanti!
Ma sì, che se li godano. Non mi importa più ormai perché tutto è sereno da qui, tutto.
E’ notte. Notte tarda. Un’altra notte come tante. Che silenzio. Che pace. Tutti dormono, sognano, fanno l’amore, scaricano lo sciacquone del cesso. E’ il vicino. Va sempre a pisciare a quest’ora. Ci puoi rimettere l’orologio. Ha la vescica collegata con l’Istituto Galileo Ferraris di Torino, quello dell’orologione della RAI e dell’uccellino della radio. Prima non ci avrei fatto caso. Non facevo caso a nulla prima. Guardavo senza vedere e sentivo senza ascoltare. Sopravvivevo e basta. Come quando ero militare, sul gommone, in attesa di effettuare lo sbarco a Mogadiscio, con la faccia dipinta di pasta verde – l’unica cosa che mi piaceva fare – il fucile automatico tra le gambe e lo zaino sulle spalle contenente cose che non ho mai usato ma che dovevo portare chissà per quale ragione. Perché così era stato deciso, da altri.
Il tenente, parlava, parlava, parlava…
Impartiva gli ordini con un’espressione seria e compita che lasciava trapelare quanto in realtà si stesse cagando addosso. Attorno a me, i miei compagni, lo ascoltavano con la medesima espressione. Io lo fissavo con uno sguardo interessato (non penso avessi la stessa espressione degli altri però) senza ascoltare nemmeno una parola di quello che diceva. Ero attirato solo dai colori che assumeva la sua faccia alla luce rossa della lampada della camera di sbarco. Ricordava i giochi di luce che si formavano dentro il caleidoscopio che papà mi comprò a sei anni alla Libreria del Sole. Dopo essermi congedato ho ripensato spesso a quella notte: chissà che fine ha fatto quel caleidoscopio. Penso che non lo saprò mai. Chissà perché avevo scelto quella vita. Forse perché non dovevo mai decidere, niente. Tutto era stato previsto e ancora per un po’ potevo tenere la testa sotto la sabbia, potevo prolungare la mia adolescenza in preda alla mia splendida sindrome di Peter Pan. E’ solo quando ti ritrovi a decidere di decidere che scopri di essere cresciuto.
A me è capitato quasi per caso. In un afoso pomeriggio d’estate, andando al garage per prendere la moto e iniziare a girare senza meta per la città. Giusto per non pensare alle brutte cose che avevo appena detto a quel tenero bocciolo di amorphophallus titanum(1) che ho scelto per moglie.
Era lì in agguato, il bastardo!
- Signoreeeeeee!
- Scusi Signoreeeeee!
Non mi voltai nemmeno, mica sono un Signore, io.
Signore sono solo le persone come un padre o un nonno. Quelle persone geneticamente modificate, nate già con i baffi, un lavoro e sposati con mamma o con nonna, a seconda dell’età che hanno deciso di affibbiargli in laboratorio. Continuai a camminare pensando ai cazzi miei come se nulla fosse, quando il piccolo moccioso ripeté più forte:
- SIGNOREEEEEEE!
- Ehiiii… LEIIII… SIGNOREEEEEEE!

Non so perché ma cominciai ad avere il presentimento che, forse, il tenero bricconcello ce l’aveva proprio con me, anche perché di domenica pomeriggio, ad agosto, per la strada, c’eravamo solo io e quei quattro ragazzini dall’altra parte del marciapiede e oltretutto il pallone era tra i miei piedi!
- Signoreeeeeeee!
- Può tirarci il pallone, Per favoreeeee?

E’ quello il momento in cui realizzai. Il momento fatidico in cui guardandomi riflesso nella vetrina a specchio della banca all’angolo presi coscienza che quell’omino grassoccio e brizzolato … ero io!
Tirai quel pallone a quei quattro piccoli bastardi – immaginando quanto sarebbe stato bello poterglielo tagliare sotto gli occhi – ricordando teneramente quando ero IO a giocare per strada alle due del pomeriggio sotto il sole cocente di una Palermo desolata, utilizzando per porta la saracinesca del garage accanto al palazzo. Le saracinesche dei garage sono perfette per giocare a pallone. A volte penso che dovrebbe adottarle pure la FIFA.
Essa ha la duplice funzionalità di:
a) Essere delle dimensioni regolamentari: né troppo piccola da non poter fare nemmeno un goal, né troppo grande da permetterne di farne troppi.
b) segnalare rumorosamente e senza possibilità di appello ciascuna rete che viene segnata.
Altro che Biscardi, processi e moviola!
Il boato inconfondibile prodotto ad ogni tiro non lascia possibilità di appello neppure al più grande principe del foro.
SBRAAAANNNNGGHHH!!!
GOOOOOOOOLLLL!!!

Naturalmente, il fatto che, magari, quel tonfo sordo a cadenza medio-fissa potesse forse disturbare il sonno pomeridiano dei poveri padri di famiglia tornati a casa dopo quattro o cinque infinite ore di estenuante lavoro passato a leggere la Gazzetta dello Sport al comune, non ci sfiorava minimamente.
E invece adesso sono io a non sopportare quei tonfi sordi provenienti dal fondo della strada e le grida esultanti dei mocciosi mentre sto dormendo beatamente sul mio divano – che non farà pendant con un cazzo ma è solo comodo – in una delle rare domeniche pomeriggio che mi viene concesso farlo.
E’ per questo che mi piace la notte. Di notte dormono tutti.
Quei marmocchi che chiamandomi Signore mi hanno fatto più male di quando scoprii che Babbo Natale non esiste, il vicino piscione e la portinaia cesso. Pure quel figlio di puttana del capoufficio, che mi ha negato l’aumento perché “devi capire che non sei più competitivo sul mercato, in un periodo poi di congettura economica particolare come quello in cui viviamo al momento, non potrei giustificarlo davanti la direzione!.
Dorme tutta la generica, mediocre e fetida umanità che mi circonda ogni mattina in metrò. Dorme persino mia moglie, che ho amato e tutto sommato, amo ancora.
Quella petulante e pignola donnetta che condivide il mio letto da anni rubandomi le coperte d’inverno e che mi sveglia di sabato alle sette del mattino dicendomi teneramente con la voce di un sergente istruttore:
Alzati! devo fare il bucato e devo cambiare le lenzuola! Poi dobbiamo andare a fare la spesa e dobbiamo andare a cercare quella credenza per la cucina! E comunque, mica vorrai dormire tutto il giorno no?
Nooooo – rispondo io – perché mai dovrei voler dormire tutto il giorno? Perché dovrei riposarmi?
Dorme pure il direttore di banca, che si scomoda a chiamarmi sul cellulare mentre sono in riunione per comunicarmi laconicamente:
Mi spiace (eh, come no?) il suo conto è in rosso da troppo tempo e quindi occorre trovare un’immediata soluzione o sarò costretto ad adire alle autorità competenti”.
Certo! Mica va a spendere soldi in tavolini senza gambe, lui.
Tutti dormono, Tutti, tranne me.
Ma tutto ciò non ha più importanza adesso, perché tutto è sereno da quassù, tutto.
Adesso, che ho finalmente capito di essere grande e di poter decidere della mia vita. Ora che ho finalmente cominciato a vivere, ad ascoltare, a notare i piccoli particolari.
Adesso, che mia moglie è andata a dormire e il maledetto tavolino menomato del telefono è andato accidentalmente a fuoco, come tutto il resto dell’appartamento, a causa della tanica di benzina che gli ho rovesciato sopra e del fiammifero acceso che mi è inavvertitamente caduto prima di chiudere la porta.
Adesso che la corda che avvolge il mio collo sta finalmente cominciando a stringere.
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[1] L’ A. titanum, un’aracea che può raggiungere i 2,30 metri di altezza, è stata scoperta nel 1878 a Sumatra dal botanico fiorentino Odoardo Beccari. E’ alto tre metri, cresce a una velocità di 10 centimetri al giorno e pesa 75 chilogrammi. E’ altresì nota per il caratteristico odore di carne in decomposizione e la forma fallica del suo fiore, da cui deriva il nome.

venerdì 6 luglio 2007

Senza titolo - 4/4

[la prima parte]
[la seconda parte]
[la terza parte]

Stanco e stremato dall’ennesima notte insonne, Andrea spense la sigaretta nel posacenere e si adagiò sul divano, addormentandosi di lì a poco. Sognò di essere nella stessa camera d’albergo nella quale aveva visto tante volte il suo protagonista e di vederlo lì, ancora vivo. Di spalle. Lo osservò posare la sigaretta sul posacenere guardando la scia di fumo grigio che si ergeva verso il tetto. Lo vide inebriarsi della musica che leggera inondava la stanza, sereno. Lo guardò posizionare la pistola sotto il mento. Osservò con cura il suo corpo muoversi sotto l’onda d’urto dello sparo, come un ramo mosso dal vento impetuoso di settembre, andando ad adagiarsi esanime sulla scrivania, con la pistola ancora fumante nella mano sinistra. Vide quella frase lampeggiare allegra sul monitor del portatile. I quadri imbrattati. Il sangue che colava sulla moquette, dopo aver colorato per bene le brochure dell’Hotel. Andrea si svegliò di soprassalto. Non sapeva cosa fare. Come reagire. Solo una cosa gli era certa. Aveva finalmente svelato l’oscuro disegno che la vita aveva dipinto per lui. L’invito era stato consegnato e lui lo aveva accettato oramai da troppo tempo perché potesse sottrarsi.
Cosa fare si domandò. Scappare forse? Chiudere lì la sua carriera di scrittore e tornare al nido chiedendo scusa?
No. La sua carriera era iniziata con un sogno e doveva finire con un sogno.
No. Non più. Un tempo forse.
Si. Sarebbe scappato.
Avrebbe chiesto aiuto al padre che in tutti quegli anni lo aveva coperto. Si sarebbe addossato anche questa responsabilità. Come le altre che Andrea non si era mai voluto o potuto prendere.
Ma adesso No. Non più. Adesso era vivo.
Si alzò di scatto. Prese tutte le carte che aveva sulla sua scrivania di scrittore e le bruciò nel tinello della cucina, compreso il prezioso modulo bancario. Appena le fiamme ebbero finito di lambire tutte le parole, aprì l’acqua per far scorrere via le ceneri nello scarico del lavandino.
Ricompose la caffettiera. La mise dentro una busta e scrisse sopra il nome e l’indirizzo di sua madre. Al suo interno solo un biglietto a farle compagnia: “Grazie. Mi è stata molto utile”. Quindi la posò con cura sul tavolo della cucina, facendo attenzione che l’indirizzo fosse bene in vista.
Andò nel soggiorno-camera da letto-studio, raccolse il suo computer e tutto il necessario e lo infilò dentro lo zaino. Prima di uscire, ringraziò quelle quattro pareti che lo avevano accolto con tanto amore.
“Arrivederci!” disse, ed uscì senza chiudere a chiave.
Corse fuori alla fermata dell’autobus. Attese qualche minuto guardando l’orologio. Come se avesse paura di non farcela. Di arrivare tardi.
Lo vide delinearsi all’orizzonte. Attese che l’autobus si fermasse e salì senza pagare il biglietto, anche perché nelle sue tasche non vi era l’ombra di un centesimo dopo aver acquistato le sigarette. Una volta arrivato alla stazione di Saronno, prese il treno per piazzale Cadorna, pagando il passaggio allo stesso modo del precedente. Arrivato in città, scese in metropolitana e passò dall’ingresso dedicato agli abbonati senza pensarci due volte. Scese ad una delle fermate del centro, come se sapesse già dove andare. Salì le scale, si voltò, e vide un bell’Hotel lussuoso che si stagliava alto e fiero all’uscita della metro.
“Deve essere lì che mi aspettano” Pensò tra se e se.
Entrò.
“Buonasera” esclamò il portiere, nella sua bella divisa scura con i bottoni color oro sulle spalline.
“Buonasera” disse Andrea. “Posso avere una stanza?”
“Mi faccia controllare…” rispose il portiere. “Abbiamo libera la 232. Posso avere un suo documento per favore?”
“Certo” Rispose Andrea. “Eccolo” disse, porgendo la sua carta di identità al concierge “Fumatori, mi raccomando” aggiunse Andrea.
“Come desidera. Si fermerà molto con noi?” domandò il portiere, un po’ insospettito dall’assenza di bagagli fatta eccezione per lo zaino.
“No, penso solo stasera.” Rispose tranquillamente Andrea.
“Ecco qui. 232. Secondo piano” disse affabilmente il portiere consegnando le chiavi della camera al facchino che, prontamente, si era presentato al bancone al richiamo tintinnate del campanello.
Il facchino gli aprì la camera e lo fece entrare. Tese la mano per ricevere la mancia e Andrea gliela strinse calorosamente per ringraziarlo.
Era esattamente la stanza che aveva sempre immaginato. Le stesse tende, lo stesso copriletto, lo stesso posacenere di ceramica bianca con impresso il logo in oro dell’albergo. Si sedette alla scrivania posta ai piedi del letto, tirò fuori dallo zaino il suo portatile e lo accese. Dopo aver aspettato che finisse tutti i processi iniziali, avviò il player mp3 e riprodusse l’incantevole brano di Ennio Morricone, che aveva scaricato qualche tempo prima in un internet point. Si accorse di non avere le sigarette. Le aveva dimenticate sulla sua scrivania di scrittore.
“Porc… No. Non si può fare senza la sigaretta! Scusate. Torno subito” Esclamò Andrea. Fermò l’esecuzione del brano, scese giù nella hall e ne domandò una al portiere che, guardandolo un po’ perplesso, gliela porse senza esitare. Risalì sopra di corsa, sentendo gli sguardi di tutto il personale addosso. Sorrise. La cosa cominciava a farsi divertente.
Strisciò la carta magnetica e aprì la porta della stanza. Si mise la sigaretta in bocca e si frugò in cerca dell’accendino. Ovviamente come sempre accadeva ne era sprovvisto ma per fortuna, l’Hotel aveva preventivato tali casi ed aveva preparato sul posacenere un pacchetto di cerini con impresso il logo in oro. La accese infilandosi in tasca i cerini rimanenti. Ne tirò una lunga boccata e la posò sul posacenere bianco posto nell’angolo destro della scrivania, sopra le brochure con la descrizione dei servizi offerti. Avviò nuovamente la colonna sonora sul player mp3. Mancava solo il messanger attivato, ma a quello rimediò subito usufruendo della connessione ad internet dell’Hotel.
Adesso sì che era tutto perfetto.
Era finalmente entrato dentro il suo romanzo. Dentro il suo incipit. Dentro la sua vita.
Aprì un nuovo foglio word, dopo essersi assicurato di aver cancellato l’odiato file senzatitolo.doc e aver svuotato più volte il cestino per essere sicuro di averlo cancellato per sempre.
Le mani gli tremavano un po’ per l’emozione mentre scriveva la frase di ringraziamento. Tirò un’altra boccata dalla sua sigaretta. Estrasse dallo zaino la pistola che si era procurato il mese prima alle colonne di San Lorenzo, perché si era convinto che tenerne una in mano gli avrebbe permesso di capire meglio cosa si provasse e quindi di poter finalmente doppiare l’ostacolo che lo teneva in stallo da quattro mesi. Sorrise mentre infilava le pallottole nel caricatore. Diede un colpo secco alla base della pistola con la parte finale del palmo destro. Clic.
Ringraziò la sua musa ispiratrice per la breve ma intensa vita da uomo libero che quel breve incipit gli aveva permesso di vivere e le fece un inchino prima di sedersi sulla comoda poltrona di broccato rosso posta davanti la scrivania. Portò la canna sotto il mento, impugnando saldamente la pistola con la sua mano sinistra. Appoggiò il dito indice sul grilletto. Chiuse gli occhi e andò serenamente incontro al suo destino.

Il giorno dopo un piccolo trafiletto sul Corriere riportava la notizia di un ragazzo che si era inspiegabilmente ucciso in una suite dell’Hotel del Centro, lasciando solo una sintetica frase sul monitor del suo computer. Le indagini erano ancora in corso. Le cause erano sconosciute. Uno studente taciturno dagli spessi occhiali e ancor più spesse occhiaie, lesse quell’articolo con molto interesse mentre stava dirigendosi in metropolitana all’Università di Roma per seguire una lezione di diritto. Lesse e rilesse quell’unica frase lasciata in eredità dal suicida con estrema attenzione. Alzò gli occhi e sorridendo, pensò che quello sarebbe stato un bello spunto per scriverne un romanzo.
- fine
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[Immagine] Vincent van Gogh. Camera da letto. Ottobre 1888. Amsterdam, Rijksmuseum

martedì 3 luglio 2007

Senza titolo - 3/4

[la prima parte]
[la seconda parte]

Andrea finì il caffè e si rimise davanti al monitor del portatile cercando di proseguire il racconto. Descrisse minuziosamente l’età del suicida. La sua barba incolta da una settimana. I quadri imbrattati appesi alla parete. Come era solito fare, si fermò alla fine del paragrafo. Rilesse ciò che le sue dita avevano digitato e, come sempre da cinque mesi a questa parte, tenendo premuto il tasto del backspace ne cancellò interamente il contenuto, riportando il cursore ai tre puntini di sospensione dopo la frase “non al computer…”.
Una volta gli sembrava troppo lungo, una volta troppo banale, altre troppo scontato e alla fine ritornava sempre all’iniziale fine. Non aveva ancora trovato neanche il titolo per il suo racconto. Ne aveva tanti in mente, ma nessuno sembrava andare bene per il suo capolavoro e nel frattempo continuava a salvare il file word con il nome di senzatitolo.doc.
Visto che tanto anche quella mattina non c’era modo di continuare, si prese altro tempo. Si infilò la camicia e scese a prendere le sigarette. Si chiuse la porta alle spalle, continuando mentalmente la sua storia.

“Aspettativa? Non capisco. Perché ti servirebbe dell’aspettativa?” Gli aveva chiesto perplesso il direttore la mattina successiva.
“Perché ho bisogno di un periodo di riflessione.” Aveva risposto sinceramente Andrea, confidando nella comprensione del suo superiore.
“Se hai bisogno di riflettere, una giornata di ferie sarà più che sufficiente. Per adesso non è il momento di riflettere. E’ solo il momento di lavorare!” Aveva risposto il direttore, visibilmente alterato nel viso.
“Lei non capisce. Ho bisogno di un periodo per capire cosa voglio fare. Come si sta svolgendo la mia vita” aveva cercato di replicare Andrea.
“Ascolta Andrea” aveva proferito perentorio il direttore “non se ne parla. Se vuoi domani stai pure a casa, ma dopodomani ti voglio qui in ufficio e basta.”
“Non si disturbi ad aspettarmi. Me ne vado”
aveva detto orgoglioso Andrea.
“Passerò a prendere le mie cose quando avrò tempo. Faccia i suoi calcoli e mi liquidi i miei soldi sul conto.” Detto questo, si era girato e senza voltarsi era uscito dalla porta mentre il direttore sbraitava alle sue spalle. Aveva attraversato il corridoio della filiale sotto gli sguardi increduli dei colleghi, che lo avevano sempre considerato un debole, un senza palle. Aveva salutato solo la sua vicina di scrivania, Silvia. La sua compagna di fumo preferita. Aveva raccolto la giacca e lo zaino ed era uscito per sempre da quell’ufficio.
“E tu? Che ci fai a casa a quest’ora?” gli aveva chiesto subito la madre, vedendolo rincasare a quell’ora del mattino.
“Mi sono licenziato” aveva serenamente risposto Andrea.
“Hai fatto cosa?” Gli aveva chiesto la madre, credendo di aver capito male.
“Mi sono licenziato” aveva replicato Andrea.
“Salvatoreeee! Vieni subitooooo!” gridò atterrita la madre per richiamare l’attenzione del marito.
“Tuo figlio è stato licenziatoooooo!!” urlò scoppiando a piangere.
“Non mi hanno licenziato loro. Mi sono licenziato io” aveva ribadito Andrea. Fiero della sua decisione.
“E me lo dici pure! Ma che minchia ti passa per quella testa? Sei impazzito?” aveva reagito il padre una volta che sua madre era riuscito a distoglierlo dal telegiornale e a spiegarli l’accaduto.
“E adesso cosa pensi di fare?” gli aveva chiesto alla fine, arreso.
“Scrivere” aveva risposto Andrea. “Voglio solo scrivere”.
Quella stessa mattina era andato a comprare il suo portatile nel negozio di informatica vicino casa. Quello stesso pomeriggio aveva prenotato un biglietto del treno per Milano. Una cuccetta di 2° classe. Il primo letto in basso. La madre, mentre stava per chiudere la valigia, gli aveva dato la vecchia caffettiera napoletana della nonna. “Potrebbe esserti utile… visto che devi scrivere” erano state le uniche parole che la donna era riuscita a proferire prima di scappare a piangere in cucina.
Mentre si avviava a piedi verso la stazione centrale, guardò il teatro Massimo che si stagliava alla sua destra. I quattro canti. Casa Professa. Li guardò per l’ultima volta e per la prima volta si sentì davvero bene e in pace. Per la prima volta, sul treno, guardando fuori dal finestrino non vide solo la sua immagine riflessa. Sul traghetto, respirò la brezza di mare che lo separava per sempre dalla sua isola. La trattenne nei polmoni sperando che, in qualche modo, un po’ di quella salsedine si depositasse nel suo corpo. Quella mattina il fischio lo avvertì dell’ingresso in stazione. Vide le enormi cupole abbracciarlo, stringerlo a sé. Di colpo, per un attimo, dimenticò tutto: il viaggio, Francesca, le liti. Era solo uno scrittore. Nient’altro.
Pasquale era lì sul binario ad attenderlo. Sempre con il suo sguardo perso nel nulla e l’immancabile sigaretta imbottita tra le mani.
“Compà” gli aveva detto al telefono la sera prima, con il biglietto del treno appena stampato tra le mani “domani sono a Milano.”
“Dai… bello… allora ci vediamo”
aveva risposto Pasquale, con quel suo perenne atteggiamento da fricchettone.
“Veramente… avrei bisogno di un posto dove dormire. Ho deciso di trasferirmi” Aveva timidamente risposto Andrea.
“Dai… bello… allora stai da me… tanto di spazio ne ho” Aveva risposto tranquillamente l’amico che, a dispetto del suo atteggiamento e del suo modo di vestire, lavorava per una delle maggiori società pubblicitarie del paese. Si conoscevano dai tempi del liceo. Ne avevano passate tante assieme. Se Andrea usciva con una ragazza, Pasquale gli chiedeva subito se avesse un fratello. Sapeva delle sue inclinazioni. Ma a lui non era mai importato. Ci avevano sempre scherzato su. Era un amico. Solo un amico. Di quelli che non occorre sentire tutti i giorni per sapere che ci sono. Era andato via subito dopo il diploma e non era mai più tornato. La madre di Pasquale ogni tanto chiamava la sua. La telefonata finiva sempre con sua madre che la consolava. Andrea girava la testa e usciva.
Per tutto un intero mese. Il primo, rimase lì. A casa sua. A ridosso del naviglio. In un loft mansardato arredato da un famoso architetto. Il compagno precedente di Pasquale. Sotto la sapiente guida del suo amico, Andrea scoprì l'altra anima della capitale meneghina. Le persone più in e quelle più out. Dopo quei trenta giorni sapeva a memoria i nomi dei barman dei locali più trendy e i soprannomi dei maggiori spacciatori. Dalle colonne di San Lorenzo a Corso Como. Da Brera alla Darsena.
Alla fine aveva deciso di andarsene per il bene del suo libro. Un intero mese tra feste e alcool e neanche una volta aveva pensato di continuare il suo romanzo. Dopo un piccola ricerca, aveva trovato un piccolo monolocale in affitto in un palazzo popolare di un paesino al limitare dei confini di Saronno. Molto meno costoso e lontano dalla Madunina. Non c’era neanche la metropolitana. Solo un autobus per i lavoratori della fabbrica situata lì vicino. Non era certo granché, ma per lui bastava e poi, una volta divenuto ricco e famoso, si sarebbe potuto vantare dei suoi inizi bohemien e magari lo avrebbe raccontato anche in TV. Pensava.
La fama forse gli avrebbe permesso anche di riappacificarsi con suo padre che continuava ad accusarlo di aver buttato la sua vita nel cesso e di avergli impedito di continuare nella sua fulgida carriera di sportellista di banca ormai quasi sessantenne.
Andrea i primi giorni, le prime settimane, pensava e ripensava spesso a quelle scene svoltesi in sole 48 ore, cercando sempre di cacciarle dentro il suo cervello, chiudendo gli occhi e scuotendo forte la testa. Cercando di sostituire i brutti ricordi con il miraggio della fama e del successo. Per l’arredamento lo aiutò Pasquale dandogli alcuni vecchi mobili che aveva in cantina. Una scrivania, un letto. A lui non serviva altro. La cucina era già arredata – se così si può definire – da una vecchia macchina a gas e un frigorifero anni sessanta. Un armadietto di formica marrone sopra il lavello di ceramica bianca.
I giorni iniziarono ad avanzare sempre uguali. Le settimane divennero mesi. I soldi, nel frattempo, si erano praticamente esauriti senza che il suo file word si fosse incrementato di una sola pagina. Aveva dovuto vendere anche la sua amata motocicletta da enduro. Aveva sempre sognato di possederne una e quella era stata la prima spesa che aveva fatto da uomo libero. Suo padre gli aveva sempre proibito di averne una. L’unica concessione era stata la possibilità di prendere la patente. Adesso, dopo quasi dieci anni, era riuscito a coronare il suo sogno. Anche se per breve tempo. Erano rimasti soli: lui e il suo programmatore suicida.
“Perché ti sei ucciso, fottuto bastardo!” Ripeteva ossessivamente Andrea con la testa tra le mani.
“Perché sei venuto da me? Cosa ti ho fatto! Io avevo una vita! Mi sarei dovuto sposare due mesi fa e forse adesso aspetterei anche un bambino!” Continuava a chiedere al suo unico compagno di avventura.
“Perché ti sei ucciso? Che cazzo c’entra quella fottuta musica, quella fottuta camera d’albergo e quella strafottutissima frase!” Ma il suo programmatore non rispondeva.

(continua - quarta parte)
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[Immagine] Francesco Correggia - La valigia dell'alchimista - 1983

domenica 1 luglio 2007

Senza titolo - 2/4

[la prima parte]

L’ultima sigaretta nel frattempo si era esaurita e Andrea fu costretto a rientrare e a sedersi nuovamente alla sua scrivania di scrittore. Rilesse ancora una volta l’incipit. Mise le dita sulla tastiera e poi... il nulla. Nessuna idea. Nessuna frase. Sapeva che continuare a spremersi le meningi sarebbe stato inutile, per cui decise che era arrivato il momento di concedersi un bel caffè. Aprì l’armadietto della cucina e tirò fuori tutto il necessario. Inserì la polvere dentro il filtro, la pigiò per bene e chiuse la caffettiera inserendo il coppitiello sul beccuccio, come gli aveva insegnato a fare sua madre. Posizionò la fedele compagna napoletana sul fuoco e si sedette sulla sedia posta di fronte. In attesa. Appoggiò il gomito sul tavolo e la faccia nella mano. Fissando la fiamma azzurra del gas che ne scaldava il fondo, riprese a pensare a quella sera.
Aveva salito le scale di corsa. Come faceva sin da bambino. Facendo gli scalini a due a due. Si era pulito e scarpe nello zerbino con la scritta Welcome e aveva aperto la porta. Sua madre era intenta a cucinare la cena e suo padre era come sempre seduto in poltrona davanti al telegiornale di turno. Dopo un veloce saluto, si era infilato subito in camera sua, per scartare il pacco che si sera regalato poco prima. Dopo aver posato il blocco e le matite sul sottomano di pelle scura, aveva tirato fuori dalla tasca interna il prezioso modulo bancario. La giacca e la cravatta erano finite sul letto scomposte. La camicia bianca le aveva seguite poco dopo. Aveva posizionato il foglietto sul tavolo accanto al blocco per gli appunti, cominciando a lisciarlo un po’ con le mani.
Lesse e rilesse più volte quell’incipit, dando ogni volta un’intonazione diversa. Cercava di figurarsi in mente la scena del delitto e quello che ne era scaturito.
La cameriera del piano sente lo sparo. Preoccupata avverte la portineria. Si precipita nella camera cercando il passepartout nella tasca del grembiule bianco. Gli altri ospiti iniziano preoccupati ad aprire le porte delle camere. Il brusio delle loro voci viene interrotto dall’urlo della donna davanti la scena. Il facchino al piano la abbraccia, portandone la testa sul suo petto per farle distogliere lo sguardo da quella orribile scena. E poi. La polizia. I rilievi. Il pennello dalle setole nere della scientifica che asperge la polvere di grafite sui tasti del portatile per rilevarne le impronte. Il mozzicone di sigaretta dentro la busta bianca di plastica per le analisi. Le indagini. I motivi che avevano portato il programmatore al suicidio. Ma era stato davvero un suicidio? O forse il programmatore era stato ucciso e poi l’assassino aveva inscenato tutto? Era davvero un programmatore?
Continuava a porsi quelle domande, per cominciare a dare una trama al suo romanzo e nel frattempo aveva ricopiato in bella calligrafia l’inizio sul blocco nuovo. Mentre scriveva, un’orgia di immagini, di suoni, di odori si susseguivano ininterrotti nella sua mente. Aveva appena completato il periodo e posto i tre puntini dopo la frase “non al computer…” che sua madre aveva urlato a tutti i componenti della famiglia che la cena era pronta in tavola.
“Com’è andata oggi?” gli aveva chiesto suo padre senza neanche distogliere lo sguardo dal telecronista del TG5.
“Mah… le solite cose… bonifici, assegni scoperti, prelievi… nulla di nuovo…” rispose Andrea.
“E la signorina Puleo? Ha poi avuto quella promozione?” aveva replicato il padre, che in quella banca aveva passato trentacinque anni ed era andato in pensione a malincuore per il bene del figlio.
“No.” Aveva risposto sinteticamente Andrea, alle prese com’era con le sue indagini.
Al termine di quella cena, sua madre aveva preparato come di consueto il caffè nella stessa caffettiera che adesso stava cominciando a spandere i suoi profumi per la piccola cucina del suo monolocale.
“Ma stasera non hai il corso prematrimoniale da Don Gianni?” gli aveva chiesto preoccupata la madre, vedendo il figlio tranquillamente seduto nel balcone a fumare.
“Caaazzooo… è vero… è tardi… Francesca sarà già lì… Sarà incazzata nera” aveva risposto il ragazzo. “Vabè… esco… ci vediamo dopo.. Ciao mà, ciao pà”.
Francesca era sull’uscio della sagrestia, ad attenderlo con il cellulare in mano.
“Ma dov’eri finito? E perché non rispondi al cellulare?” aveva chiesto la ragazza.
“Eh?... Ah!...Ehm.. L’avrò dimenticato in camera” si era giustificato Andrea, ricordando benissimo di averlo spento per non essere disturbato.
“Hanno già cominciato?” chiese per sviare le indagini.
“No, non ancora. Per fortuna Don Gianni è andato lungo con la messa serale. Entriamo dai.” Disse Francesca prendendo la mano del suo promesso sposo.
“Che fortuna!... eh!” disse Andrea. Ed entrarono.
Quella sera il nubendo non ascoltò molto delle prediche e delle raccomandazioni che Don Gianni impartiva ai giovani fidanzati circa la sacralità del matrimonio o le modalità da seguire affinché i loro amplessi coniugali potessero essere consoni ai dettami imposti dal Vaticano.
All’uscita, Andrea aveva salutato di fretta Francesca, dicendole che aveva del lavoro da svolgere per l’indomani. La ragazza gli aveva dato un casto bacio sulla bocca ed era salita in macchina allontanandosi nella notte. Avrebbe rivisto Francesca il giorno dopo. Le avrebbe comunicato la necessità di rimandare il matrimonio. Le avrebbe detto che aveva perso il lavoro per seguire la sua nuova strada.
“E adesso come facciamo?” gli avrebbe chiesto in lacrime la ragazza.
“I parenti già avvertiti, il vestito, la chiesa, la casa, i mobili prenotati, le bomboniere, DON GIANNI!… ti odio!” avrebbe ripetuto ossessivamente Francesca.
“Ma io… non l’ho fatto apposta… cioè… un po’ si… capiscimi… io voglio solo... scrivere” avrebbe cercato di giustificarsi Andrea, contribuendo a far accendere ancor di più l’animo della ragazza.
“Scrivere??... Scrivereee?? Lui vuole scrivere!! Ma tu sei solo un pazzo!! Un coglione!! E io che ho perso tutto questo tempo con te!! Vaffanculooo!!” avrebbe risposto Francesca iniziando a battere i pugni sul petto di Andrea.
“Scrivere… LUI VUOLE SCRIVERE!!...E a me non ci hai pensato? Come faccio io adesso?” Gli avrebbe urlato in faccia la ragazza, in preda ad una crisi isterica in piena regola.
Andrea le avrebbe chiesto capirlo. Di amarlo veramente. Il giorno dopo si sarebbero lasciati, per sempre. Se solo Andrea avesse saputo in quel momento ciò che sarebbe successo di lì a poche ore. Se solo avesse saputo che quello sarebbe stato l’ultimo bacio che si sarebbero scambiati. Avrebbe potuto forse amarla. Per l'ultima volta. Forse sarebbe stato meno frettoloso. Forse.
(continua - terza parte)

giovedì 28 giugno 2007

Senza titolo - 1/4

La barretta nera del cursore lampeggiava intermittente, accanto l’unica frase scritta sulla grande pagina bianca: "Io Scendo qui. Grazie di tutto."
Nell’aria la colonna sonora di Nuovo Cinema Paradiso diffusa dalle casse del portatile volteggiava leggera danzando con il grigio fumo della sigaretta, lasciata accesa sul posacenere di ceramica bianca con impresso il marchio in oro dell'Hotel. Nel frattempo una goccia di sangue lasciava la sua scia color vermiglio scivolando lentamente lungo il monitor, parallelamente alla barra di scorrimento, giù fino all’icona dell’orologio. Il fedele servitore tecnologico attendeva paziente vocaboli successivi che non sarebbero mai arrivati. Il riproduttore di mp3 aveva portato a termine la sua esecuzione e nessuna etoile virtuale danzava più con i flutti fumosi di una sigaretta arrivata al filtro come colui che le aveva infuso la vita. L’icona del messanger aveva diligentemente modificato il suo stato in “non al computer”…


Andrea alzò gli occhi dal monitor e fissò il cielo azzurro attraverso i vetri sporchi e opachi della finestra di legno marcio e scrostato posta sopra la sua scrivania di scrittore. L’alba aveva ceduto il posto alla mattina e un timido raggio di sole si era insinuato nella stanza. Spostò leggermente la testa e la pose al centro del fascio di luce. Chiuse gli occhi e si lasciò cullare dal sole. Quando ne fu sazio, dopo aver sollevato i suoi pesanti occhiali sopra la fronte, si allungò sulla poltrona, emise un lungo e liberatorio sbadiglio e si torturò per un po’ le palpebre con i polpastrelli in un movimento ora circolare, ora ondulatorio, per cercare di mandar via la stanchezza di un'altra notte insonne. Attese qualche istante che i puntini luminosi che gli erano comparsi davanti agli occhi scomparissero del tutto e che la luce tornasse a rischiarare i suoi occhi azzurri. Quindi, come in uno scatto d’ira, iniziò a rovistare tra la montagna di fogli stampati, di bollette scadute e di cartacce del McDonalds che incorniciava i lati del portatile, alla ricerca del pacchetto di sigarette. Una volta che ebbe rintracciato il prezioso scrigno, gli cacciò subito dentro l'indice, per sincerarsi della presenza del tesoro. C’era. Lì, nascosta in un angolo. Appiattita alle pareti. Come se non volesse uscire dalla sua tana. Andrea strappò del tutto la carta argentata dal pacchetto di MS morbide e la estrasse dalla sua elsa. La raddrizzò per bene con le dita e la battè un paio di volte sul tavolo per compattarne il contenuto. Accese il fornello della cucina, si abbassò e finalmente assaporò con piacere la prima boccata della mattina. Uscì fuori nel balcone e si appoggiò alla ringhiera con la preziosa amica tra le dita ormai ingiallite, girovagando con lo sguardo per il quartiere, in attesa che l’ispirazione si degnasse di fargli nuovamente visita.
La sua attenzione fu richiamata dall’interno della casa di fronte e dalla massaia in essa contenuta. Aveva i lunghi capelli neri raccolti in una coda di cavallo fermata da un grosso elastico di stoffa arancione. Un vestitino primaverile bianco con dei piccoli fiorellini viola stampati le incorniciava il corpo, lasciandone scoperte le gambe. Stava lavando il pavimento del soggiorno con cura, raddrizzandosi la schiena ogni tanto per riprendere fiato e per spostarsi dalla bocca una piccola ciocca ribelle che, divertita, le si infilava con prepotenza nell’angolo della bocca. Un bambino accanto a lei montava una instabile torre con i mattoncini lego, piangendo e urlando ogni qualvolta la forza di gravità esercitava la sua pressione, danneggiando irrimediabilmente la sua opera. Le tende bianche della camera da letto si gonfiavano e si sgonfiavano, in balia del leggero venticello mattutino. Andrea alla vista di quella scena domestica si voltò di scatto. Chiuse gli occhi e scosse fortemente il capo, per cancellare dalla sua memoria le immagini appena registrate. Tornò a fissare la sigaretta, arrivata ormai a metà della sua esistenza, per cercare di fingere che nulla fosse accaduto. Ma quella scena aveva ormai ripescato dalla sua memoria ricordi soppressi, nascosti a forza dentro l’ipotalamo. Abboccati facilmente a quella invitante esca. Pochi ricordi di una vita mai vissuta che forse avrebbe voluto vivere e tanti, troppi ricordi di una vita vissuta che non avrebbe voluto vivere. Le immagini di quel pigro martedì pomeriggio di cinque mesi prima. Vivide. Come sul telo bianco di un cinema. Si rivide in banca, a Palermo, seduto alla sua scrivania. Rivide la cornice d’argento con la foto di Francesca posta nell’angolo e i moduli bancari ben impilati nella vaschetta di plastica verde. Si rivide chiacchierare con la collega davanti al cancello della banca, mentre fumavano una sigaretta in attesa della riapertura pomeridiana.
Era stato in quell’occasione che Andrea, tra un’operazione di bonifico e una di versamento, aveva sfilato un modulo per la richiesta di contanti dalla vaschetta e quasi senza rendersene conto, aveva iniziato a scrivere sul retro. Quel piccolo paragrafo era uscito fuori dalla sua mano sinistra così, di getto. Come se qualcuno o qualcosa si fosse impadronito di lui, piombando nella sua esistenza come una granata sul tetto di una casa.
Era stato risvegliato solo dall’arrivo del cliente successivo che, dopo averlo fissato per un po’ scrivere senza sosta, ne aveva gentilmente richiamato l’attenzione battendo con il dorso della penna sul bancone.
“Mi scusi…” aveva risposto Andrea rivolto al cliente mentre, cercando di non farsi notare, piegava il foglietto in quattro.
“Sarò da lei tra un attimo…” aveva continuato, mentre infilava al sicuro nella tasca interna della giacca quelle parole.
La giornata era proseguita senza ulteriori interruzioni, ma Andrea sentiva pulsare il foglietto nella tasca. Sentiva che quello era o poteva essere l’inizio di qualcosa. Di una nuova vita. Quello che gli era capitato era stato per lui un dono. Un regalo che non andava sprecato. Fu così che quando usci' dalla banca, dopo aver salutato i colleghi, prese la decisione che avrebbe cambiato per sempre la sua vita come la conosceva allora: avrebbe fatto lo scrittore.
Quella sera tornando a casa, entrò nella cartoleria posta all’angolo della via. Giusto qualche numero prima del suo palazzo. Doveva sancire in qualche modo il nuovo patto.

“Ciao Andrea!” aveva esclamato l’anziano commerciante nel vederlo aprire la porta. Il signor Fausto lo conosceva bene. Lo aveva visto nascere, crescere, diventare un uomo. Aveva sempre ottemperato alle sue richieste che, nel corso degli anni, erano passate dalle gommine profumate, ai quaderni con le righe piccole, ai diari di linus, alle dispense universitarie.
“Buona sera signor Fausto” aveva risposto Andrea.
“Che ti serve questa volta? Altre bustine per i tuoi fumetti?” aveva domandato divertito il signor Fausto, che ben conosceva la sua passione.
“No. Questa volta avrei bisogno di un blocco per gli appunti. Ma non uno di quelli da poco. Uno bello. Uno di quelli che viene la voglia a scriverci su. Poi anche qualche matita e una gomma, per favore” aveva risposto Andrea.
“Ehi… cos’è? Hai deciso di fare lo scrittore? E bravo Andrea!” disse senza pensare il vecchio commerciante mentre, sorridendo, tirava giù dallo scaffale una grossa scatola di cartone.
Andrea a quella battuta si era sentito scoperto, nudo. Come se si sentisse colpevole dell’accusa rivoltagli dal vecchio cartolaio. Come se il vecchio saggio fosse già a conoscenza di ciò che era accaduto solo qualche ora prima e della decisione che ne era scaturita.
“No… ehm… no… ah… devo… solo prendere alcuni appunti…” aveva cercato di sdrammatizzare Andrea con la voce tremante di chi, una volta scoperto, cerca di sviare negando.
“Ecco qui. Mi sono appena arrivati questi. Guarda che belli. Hanno le pagine più spesse… eh… questa bella carta viene da Fabriano e si vede!” si era vantato il venditore.
“Va benissimo questo” aveva risposto Andrea, per cercare di fuggire il prima possibile da quel luogo. “Quanto le devo?”.
“Fanno… aspetta… il blocco, le matite, la gomma… sì… sono 11 euro” aveva distrattamente replicato il signor Fausto. “Facciamo 10… và!”
Andrea aveva pagato senza esitare. Raccolse il pacchetto contenente il materiale acquistato che il vecchio cartolaio aveva provveduto ad avvolgere in un foglio di carta leggera color marrone e, dopo averlo salutato e raccolto i saluti per i suoi genitori, si era incamminato di buon passo verso casa, impaziente di riprendere il discorso interrotto bruscamente nel pomeriggio.

(continua - seconda parte)

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[Immagine] Maurits Cornelis Escher (17 giugno1898 - 27 marzo 1972) - Mani che disegnano (1948)

martedì 8 maggio 2007

E anche Capitan Harlock salutò la cacca nel vasino.

Capita a volte di vivere una di quelle giornate dove tutto è perfetto, tutto è andato per il verso giusto. La mattina vi siete alzati in orario e di buon umore perché siete riusciti a farvi otto ore di seguito, perché il bambino non si è svegliato neanche una volta durante la notte e perché la sera prima avete scop… fatto l‘amore come non vi capitava da tempo, con performance da attore porno. Anche il vostro alito non sa di bufalo in putrefazione e i reni non vi fanno male. Vi dirigete verso il bagno, accendete la radio e nell’esatto istante in cui il pulsante scatta, sentite il dj annunciare quella canzone che vi piace tanto e che non sentivate da tempo. Iniziate a canticchiarla e sotto la doccia notate piacevolmente che tutti i vostri muscoli si stanno risvegliando all’unisono (nel frattempo avrete sciupato l’equivalente delle riserve idriche del Burkina Faso). Vi dirigete verso lo specchio, annaspando tra il vapore da sauna finlandese che avete generato, e passate una mano sullo specchio per vedere com’è oggi il vostro aspetto. Increduli, vi accorgete che l’impiegato che solitamente vi risiede è scomparso e al posto trovate l’immagine di un figaccione tatuato. Decidete di non farvi la barba, lasciando quell’ombra che fa molto Chuck Norris. Vi pesate, e la bilancia elettronica a precisione atomica di lei vi lampeggia allegra “- 1,873234Kg”.
Minchia?!?!...” iniziate a pensare, sempre più convinti di essere finiti in un episodio de Ai confini della realtà. Se anche così fosse, non volete saperlo e vi dirigete con l’asciugamano avvolto in vita verso la camera da letto, dove lei dome ancora nuda e sensuale avvolta nel lenzuolo quel tanto che basta per lasciare scoperta una coscia, una porzione abbondante di chiappa e la spalla destra. Aprite l’armadio dal quale non prelevate la solita cravatta regimental e la solita camicia azzurra, ma ricercate quella maglia attillata che vostro cognato vi ha regalato per natale accoppiata ad un paio di jeans e alle scarpe da tennis… eccheccazzo...!
Prima di scendere, le date un bacio e lei vi risponde con una voce da 199 “Ciao amore…mghh… a stasera…” lasciandovi intravedere una tetta.
Un po’ barzotto scendete nel box. Spegnete la sigaretta sul pavimento… eccheccazzo! Accendete la moto e vi infilate giubbotto, guanti e casco. La Milano - Meda non è quel solito ingorgo di camion e macchine provenienti da tutta l’Europa solo per farvi fare tardi e velocemente arrivate nel garage del vostro ufficio.
Tutti i colleghi fanno a gara per offrivi il caffè e in più scoprite che il vostro capo oggi è fuori tutto il giorno per una conferenza. Passate ovviamente tutta la giornata a cazzaggiare sul web spaziando dalla visita fugace a tutti i vostri giornali maschili preferiti, all’aggiornamento del vostro blog (dove notate un incremento dei visitatori del 63,74%), alla lettura minuziosa della sezione gossip della Repubblica. Nel frattempo nessuna calamità naturale ha investito la sala server e il vostro telefono è stato muto come un pesce dopo un’operazione alla trachea. Sempre più convinti che da un momento all’altro apparirà la sagoma di Alfred Hitchcock a dirvi “Buonasssera…”, aspettate allegramente le 17:59 con le cuffiette della radio nelle orecchie. Avviate la sequenza “Start - Chiudi Sessione – Arresta il sistema…” del portatile e siete già vestiti di tutto punto pronti per il ritorno serale.
Uscite dal garage su una ruota e prendete la circonvallazione svicolando tra le auto come Mototopo inseguito da Autogatto.
E’ un istante, una frazione di secondo: la mercedes cabrio del solito figlio di papà non rispetta la precedenza sulla rotatoria e sgomma davanti a voi lasciando le fiamme sull’asfalto. Il vostro neurone primordiale si risveglia e impone al dito anulare e mignolo della mano destra di stringere la leva del freno, alla sinistra di chiudersi a pugno mentre il piede destro era già stato avvertito di piegarsi, schiacciando il pedale con tutta la forza del vostro corpo. Il cuore si era fermato già da qualche secondo. Per una fortuita coincidenza avente le stesse probabilità di beccare i sei numeri del superenalotto senza giocare neanche un numero, riuscite ad evitare l’impatto. Accostate per riprendere fiato e per praticarvi un massaggio cardiaco. E’ a quel punto che capite di non essere ancora a letto a dormire e che proprio TUTTO non poteva andare bene. Vi accendete una sigaretta, aspettando che le pulsazioni scendano ad un livello consono per un mammifero bipede. I reni tornano a farvi male, l’alito riprende subito il solito olezzo affumicato, la vostra pancetta inizia a slabbrare la maglia attillata e il cellulare inizia a squillare perché un server si è suicidato impiccandosi con il cavo di rete. Avete ancora davanti agli occhi il film della vostra vita, che avete visto scorrere tutto compresi i titoli di coda e i trailer di altre vite all’inizio dello spettacolo successivo.
Vi siete rivisti uscire dall’utero materno; correre nell studio di vostro padre con una tutina gialla per mettergli a soqquadro la libreria; andare in vacanza dagli zii e tirare una pistola di metallo in testa a vostro fratello (e prenderle come un quarto di bue durante un allenamento di Rocky). Vi siete rivisti guardare Supergulp alla TV (in bianco e nero) e cercare di procurarvi uno sfregio in faccia per somigliare a Capitan Harlock (il vostro riferimento maschile primario). E poi la prima cotta, il primo bacio alla gita della terza media, l’occupazione al liceo. Il mare, gli occhi di lei.
Voi che vi rincitrullulite come Tippete in Bambi. Il militare, voi che con un fucile in mano vi sentite Rambo, convinti di potervi ricucire il braccio con l’ago e il filo di cotone marrone che mamma vi ha messo nel sacco per rammendare i calzini. E poi la partenza, il viaggio a Milano. Voi che per varie ragioni (orologio biologico di lei; voglia di topa e di trovare le camicie stirate vostra) le chiedete di sposarvi.
Poi il lavoro, la carriera, i viaggi aziendali (spesati come uno sceicco arabo). Voi che vi svegliate un giorno a San Francisco e che vi recate a prendere un frappuccino al cocco al bar di quella gnocca hawaiana.
Il vostro cellulare che squilla, lei che vi dice “amò?… Sono io…”
Voi che rispondete “Si… aspetta che ti richiamo…” chiudendo subito perché… eccheccazzo! … mi chiami sul cellulare dal telefono fisso, in AMERICA?? Ma perché non butti i MIEI soldi direttamente nel cesso, così fai prima?.
Voi che componete il numero di casa dal cellulare aziendale… eccheccazzo!
Lei che vi risponde dopo un microsquillo con la voce tremante “Amò? … sei tu?”
Voi che rispondete sarcastico, succhiando il frappuccino dalla cannuccia “No, sono il Papa: avrei la necessità di un pomp…”
Lei che non vi fa finire “Dai.. finiscila di fare lo stronzo… sono seria”.
Il vostro cervello, che si era già spento nel momento in cui avevate premuto il tasto con la cornetta verde, si riaccende di colpo (il solito neurone primordiale dormiente che comanda l’istinto di conservazione).
“Oh cazzo…!” pensate, ma rispondete “Ok, dimmi… che c’è? Tutto a posto?”.
Lei che tergiversa a causa del suo cromosoma XX, dicendovi “sai sono appena tornata dal lavoro… bla bla.. hai fatto acquisti?... bla... strabla…. hai visto per caso vestitini piccoli?”. Il vostro cervello, che non ha ancora ricevuto l’esito della decriptazione, riesce ad articolare solo un “Ehhh?... Bhò?... si… Minchia Alcatraz… uhm…si… Minchia Golden Gate… Credo… perché?... Minchia Go Indians!”.
Lei che finalmente ha pietà di voi e vi dice chiaramente (o quasi) “sai... perché… perché aspettiamo un bambino!” .
Voi che pensate “Oh...Oh… mamma… ”.
Flashback: api, fiori, polline, film porno al militare, vostra cugina incinta (ma che c’entra? Bhò?).
Voi che proferite la solita fatidica domanda per essere assolutamente certi e sicuri di aver capito bene “MA… VUOI DIRE CHE SEI INCINTA?”. Siete un uomo e per giunta un programmatore: capite solo pochi concetti con poche parole base alla volta. Nel frattempo il panico ha già preso il sopravvento tra i vostri neuroni. Alcuni si buttano dai grattacieli come nel crollo della borsa di Wall Street del ’29.
Lei che vi biascica scoppiando a piangere un “… SSSCI!”.
BOOM… il vostro cuore che cadendo, si incastra fra le dita dei piedi.
ARIBOOMBOOM… le vostre palle che cadono pensando al tanga rosso con il filo interdentale che le avete comprato ieri da Victoria’s Secret, spendendo un capitale.
ARIARIBOOM… eccheccazzo! Il frappuccino sui pantaloni.

Non capite perché, ma fiotti di lacrime iniziano a sgorgarvi copiose dagli occhi come nei cartoni giapponesi, la voce si affievolisce e vi ritrovate a piangere al telefono assieme, parlandovi per monosillabi.
“MGhhh…amore…sbghh”
“Sbghh… Si… anch’io… bghhh…”

Per fortuna il vostro neurone primordiale riesce ad immobilizzare il vostro unico neurone finocchio (quello responsabile del vostro lato sensibile, che nella confusione era riuscito ad evadere) richiuderlo nuovamente nello sgabuzzino e a schiacciare il pulsante rosso dell’unità di crisi. Una sirena vi riecheggia nelle orecchie. Aprite gli occhi. Vedete i vostri colleghi americani che vi fissano attoniti con una tazzona di caffè in una mano e un toast al formaggio nell’altra. Cercate di ricomporvi alla meno peggio facendo finta che tutto vada bene. Il più coraggioso si spinge verso di voi e vi accenna un “Are you feel ok?” di cortesia. Fate cenno di si con la testa cercando di disperdere la folla.
Vi sentite euforici, strani, felici, ansiosi, depressi, allegri, in un frullato emotivo alla fragola mai provato.
Nel frattempo i vostri livelli vitali si sono ristabiliti e pensate che sia ora di tornare a casa. Vi infilate il caso e ripartite. Per tutto il tragitto la vostra mente continua il montaggio analogico del film della vostra vita degno della fantozziana corazzata Potëmkin. La rivedete appena incita con le tette enormi, poi arrotondarsi sempre di più, sempre di più fino al momento in cui espelle quel piccolo fagotto urlante che all'inizio non sapevate come gestire e che non accettavate. Il primo pannolino, cambiato solo per dovere. Il primo sorriso (suo), il primo anno insonne (vostro). Lui che vi conquista sempre di più con la sua disarmante risata mentre si infila dentro il vostro trolley, aperto sul letto per prepararvi al prossimo viaggio. Voi che vi sciogliete sempre di più e iniziate a volergli bene, davvero. Arrivate a casa. Aprite la porta. Vostro figlio vi corre incontro gridando ...ppapppà… con le braccia alzate per farsi prendere in braccio. Lei nel frattempo è rientrata nelle più consone vesti di mamma e vi bacia di fretta, mentre è intenta a preparare la cena. I vostri occhi si incrociano, lei vi strizza l’occhio e vi sorride amorevole. Voi le date una pacca sul sedere, schioccandole un altro bacio sul collo. Vi sedete a tavola. Mangiate con una mano tenendo con l’altra vostro figlio, seduto sulla gamba destra: un boccone è per voi, l'altro è per lui. Lei nel frattempo vi parla della sua giornata e voi, stranamente, questa volta l’ascoltate interessati (sul serio, non facendo solo di con la testa come al solito).
Dopo cena, vi ritrovate in bagno a fissare vostro figlio seduto sul vasino mentre sfoglia un vecchio atlante, indicarvi gli animali facendovi ora il verso dell’elefante, ora quello della foca.

Quando eri scapolo e le coppie sposate ti rendevano partecipe con dovizia di particolari circa le deiezioni del proprio pargolo con frasi del tipo “Ma lo sai che mio figlio, l’altra sera, ha fatto 347g. di cacca? Scura, con venature verdi color spinacio e un accenno di pomodoro, tutto da solo!”, tu pensavi “ecchecazzo...! Ha fatto uno stronzo, mica ha confutato le teorie sulla meccanica quantistica!”. Ma adesso è VOSTRO figlio che alzandosi dal vasino, ne controlla incuriosito il fondo.
C’E’ L’HA FATTA! HA PRODOTTO! DA SOLO! PER LA PRIMA VOLTA!
Guardate teneramente Lui, che inizia ad applaudirsi al ritmo di “braooo… braooo...” e alzandovi dal bordo della vasca, cercate di far riprendere la circolazione sanguigna alle vostre chiappe. Voi che chiamate lei per renderla partecipe dell'accaduto. Lei che comincia ad applaudire contenta. Voi che applaudite contenti e sereni come non vi sentivate da tempo. Voi che raccogliete il prezioso scrigno a forma di orsacchiotto blu, e ne scaricate il contenuto nel water, cominciando a salutarlo debitamente insieme al pargolo prima di tirare lo sciacquone.
"taooo... taooo..." esclama contento e soddisfatto Lui, fissando il frutto della sua produzione interna galleggiare nell'acqua.
"ciaooo... ciaoo..." proferite sorridenti voi, corredando il tutto con l'usuale gesto ondulatorio della mano destra.
Posate accanto alla tazza l'innoccente pitale e iniziate a girare la maniglia dello scarico.
E' in quel momento, nell'esatto istante in cui l'acqua del cesso scorre via per dare degna sepoltura marina al simbolo tangibile (ed estremamente odoroso) della prima vera azione adulta di vostro figlio che vi rendete conto, per la vostra prima volta che anche Capitan Harlock… è diventato papà!
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[NdA] Ogni rifertimento a fatti, persone o situazioni realmente accadute NON è assolutamente casuale. (Anno 32°, Vita IV)
[foto1] Gustav Klimt, Il bacio (1907-1908)

venerdì 4 maggio 2007

E-mail al pusher

Avevo quasi smesso. Sì, dopo un lungo e sofferto periodo di dipendenza c’ero quasi riuscito.
Ormai mi limitavo solo a delle piccole dosi ma nulla di serio, roba di poca importanza.
Oddio… non che lo volessi davvero, nossignore, ma vivendo sempre di corsa nel trambusto di questa dannata Milano, che da bere non le resta ormai che il fondo della bottiglia, era sempre più difficile trovare il tempo per farmi. Riuscire a ritagliarmi un limbo nel quale rifugiarmi per un pò e farmi in santa pace era divenuto quasi impossibile e poi... lo sai, non mi era mai piaciuto perdere il tempo con qualcosa di stupido: o ci andavo giù pesante o niente.
Avevo cominciato da piccolo, senza rendermene conto, invogliato dai miei genitori: anche loro dipendenti da decenni e tutt’ora incapaci di smettere. Ma come con l'alcool, cominci con una birretta insieme agli amici e finisci a bere vodka da solo alle 7 del mattino, prima di andare in ufficio.
Poi arrivi tu. Mi avvicini come un pusher bastardo avvicina i bambini all'uscita dalla scuola, a tradimento. Non sapevi che avevo smesso, non potevi saperlo, eppure secondo me l’avevi – non so come – intuito.
"Buon compleanno compare." Mi dici consegnandomelo.
Lo scarto. Leggo il titolo “Cattedrale[1], chissà cosa vuol dire.
“Uhm”. Penso “No, questa volta non ci ricasco. Dovrò essere forte. Non voglio ricominciare a leggere. La conoscenza mi ha fatto troppo male. Dostoevskij, Levi, Nietzsche, Joyce, Orwell, Platone, Sant’Agostino, Thomas, Saint-Exupery, Nievo e non so quanti altri… mi ero fatto di tutto e c’ero stato malissimo. Ma adesso avevo detto basta. Non ne volevo più sapere, volevo solo sopravvivere cercando l’effimera felicità dell’ignorante.
"Grazie, fratello!" rispondo per non farti sentire in colpa. Torno a casa e lo mollo dentro il comodino.
Le tue parole continuano a riecheggiarmi nella mente “Comincia dalla fine, mi raccomando!”.
“Mah!”. Che razza di consiglio.
Passano i giorni, i mesi. Lui aspetta paziente in quell'antro buio, sornione, attendendo solo il momento opportuno per assalirmi come un rapace notturno con la propria ignara preda.
Devo partire per Monaco per presenziare ad una pallosissima convencion e fare il solito discorso. Vado e torno nello stesso giorno. La sera prima ripasso il discorso e mi preparo la borsa dei documenti. Apro il cassetto del comodino per prendere gli occhiali da sole. Lui è ancora lì. Lo afferro senza neanche rendermene conto e lo infilo nella borsa.
Ho ceduto.
Corro, senza sosta. Vedo delle facce vuote che in un teutonico inglese cercano di essere affabili parlando di costi, ricavi e tecnologie varie.
Mi ritrovo senza quasi rendermene conto nel lounge della Lufthansa. Sono in anticipo ma non avevo voglia di andare da solo in giro per Monaco vestito come un agente immobiliare. Guardo l’orologio, segna le 16.34. Ho qualche ora, il volo che mi avrebbe finalmente riportato a casa non sarebbe partito che alle 18.45. Sulla carta d'imbarco c'è scritto "Boarding time: 18.15". L’hostess ha fatto un cerchio a penna sull'orario.
Mi tolgo il soprabito, la giacca e mi dirigo verso il buffet. Mi verso un caffè nella tazzona e prendo anche due pasticcini - tanto è tutto gratis - alla faccia della dieta e della povertà!
Vado verso una comodissima poltrona posta di fronte una grande vetrata che dà sulle piste di atterraggio.
Apro la borsa, controllo le brochure che mi hanno consegnato. Nel tirarle fuori, il mio silenzioso compagno di viaggio cade a terra. Lo raccolgo. Lo apro e, ricordandomi delle tue parole, vado alla fine.
Lo divoro, mi divora. Il rapace ha finalmente raggiunto la sua preda.
"Ecco, perfetto! Tanto lavoro per nulla. Che stupido! Che stupido!”
Ricomincio, ma questa volta dall'inizio, quello vero, quello per tutti. Uno dopo l'altro, i racconti si susseguono in un turbine di ambienti, sfondi, normalità.
Sento un annuncio. E' in inglese. "Mr. Zinna is attending on gate zero seven".
"Cazzo! Lo sapevo!".
Raccolgo di fretta le mie cose. Corro verso il gate sette. Naturalmente è dall’altra parte dell’aeroporto.
Consegno la carta d’imbarco ad un angelo biondo che sorridente e per nulla incazzata dice che mi stavano aspettando. Che bello viaggiare in business!
Salgo sull'aereo. Prendo posto al numero 09A. Ripongo soprabito, giacca e borsa nella cappelliera. Mi seggo e nell’allacciare le cinture mi rendo conto che in tutto questo tempo lui è sempre stato saldamente fermo nella mia mano sinistra, con il dito indice ficcato nel mezzo per non perdere il segno.
Continuo.
Sorvoliamo le Alpi, ma io sono dall’altro capo del mondo perso in un piccolo paese della provincia americana al seguito di una venditrice di vitamine, poi a tremare in ospedale per la vita di Scotty. Un sobbalzo mi fa comprendere che siamo arrivati… cazzo!
Ok, mi dico, lo riapro domani.
Vado in ufficio con i mezzi, apposta.
Sono sul tram n.27, da Cadorna a Via Monti.
Quasi a metà del percorso, giro pagina, leggo “Cattedrale”: sono nuovamente all’iniziale fine di ieri.
Alzo gli occhi, guardo il cielo, mi sento bene. Ho capito di non potere fare a meno della mia droga. Pazienza. Vorrà dire che non vivrò mai la felicità dell’ignorante ma potrò solo accontentarmi della serenità dell’incosciente.

Max.

P.S. Grazie.

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[1] Raymond Carver -" Cathedral" (1981).
[foto] Raymond Carver, Cattedrale, Roma, ed. Minimum Fax, 2002; pp. 231
[N.d.A.] Il racconto si riferisce al mio 28° compleanno (2002), durante la mia terza vita.