domenica 1 luglio 2007

Senza titolo - 2/4

[la prima parte]

L’ultima sigaretta nel frattempo si era esaurita e Andrea fu costretto a rientrare e a sedersi nuovamente alla sua scrivania di scrittore. Rilesse ancora una volta l’incipit. Mise le dita sulla tastiera e poi... il nulla. Nessuna idea. Nessuna frase. Sapeva che continuare a spremersi le meningi sarebbe stato inutile, per cui decise che era arrivato il momento di concedersi un bel caffè. Aprì l’armadietto della cucina e tirò fuori tutto il necessario. Inserì la polvere dentro il filtro, la pigiò per bene e chiuse la caffettiera inserendo il coppitiello sul beccuccio, come gli aveva insegnato a fare sua madre. Posizionò la fedele compagna napoletana sul fuoco e si sedette sulla sedia posta di fronte. In attesa. Appoggiò il gomito sul tavolo e la faccia nella mano. Fissando la fiamma azzurra del gas che ne scaldava il fondo, riprese a pensare a quella sera.
Aveva salito le scale di corsa. Come faceva sin da bambino. Facendo gli scalini a due a due. Si era pulito e scarpe nello zerbino con la scritta Welcome e aveva aperto la porta. Sua madre era intenta a cucinare la cena e suo padre era come sempre seduto in poltrona davanti al telegiornale di turno. Dopo un veloce saluto, si era infilato subito in camera sua, per scartare il pacco che si sera regalato poco prima. Dopo aver posato il blocco e le matite sul sottomano di pelle scura, aveva tirato fuori dalla tasca interna il prezioso modulo bancario. La giacca e la cravatta erano finite sul letto scomposte. La camicia bianca le aveva seguite poco dopo. Aveva posizionato il foglietto sul tavolo accanto al blocco per gli appunti, cominciando a lisciarlo un po’ con le mani.
Lesse e rilesse più volte quell’incipit, dando ogni volta un’intonazione diversa. Cercava di figurarsi in mente la scena del delitto e quello che ne era scaturito.
La cameriera del piano sente lo sparo. Preoccupata avverte la portineria. Si precipita nella camera cercando il passepartout nella tasca del grembiule bianco. Gli altri ospiti iniziano preoccupati ad aprire le porte delle camere. Il brusio delle loro voci viene interrotto dall’urlo della donna davanti la scena. Il facchino al piano la abbraccia, portandone la testa sul suo petto per farle distogliere lo sguardo da quella orribile scena. E poi. La polizia. I rilievi. Il pennello dalle setole nere della scientifica che asperge la polvere di grafite sui tasti del portatile per rilevarne le impronte. Il mozzicone di sigaretta dentro la busta bianca di plastica per le analisi. Le indagini. I motivi che avevano portato il programmatore al suicidio. Ma era stato davvero un suicidio? O forse il programmatore era stato ucciso e poi l’assassino aveva inscenato tutto? Era davvero un programmatore?
Continuava a porsi quelle domande, per cominciare a dare una trama al suo romanzo e nel frattempo aveva ricopiato in bella calligrafia l’inizio sul blocco nuovo. Mentre scriveva, un’orgia di immagini, di suoni, di odori si susseguivano ininterrotti nella sua mente. Aveva appena completato il periodo e posto i tre puntini dopo la frase “non al computer…” che sua madre aveva urlato a tutti i componenti della famiglia che la cena era pronta in tavola.
“Com’è andata oggi?” gli aveva chiesto suo padre senza neanche distogliere lo sguardo dal telecronista del TG5.
“Mah… le solite cose… bonifici, assegni scoperti, prelievi… nulla di nuovo…” rispose Andrea.
“E la signorina Puleo? Ha poi avuto quella promozione?” aveva replicato il padre, che in quella banca aveva passato trentacinque anni ed era andato in pensione a malincuore per il bene del figlio.
“No.” Aveva risposto sinteticamente Andrea, alle prese com’era con le sue indagini.
Al termine di quella cena, sua madre aveva preparato come di consueto il caffè nella stessa caffettiera che adesso stava cominciando a spandere i suoi profumi per la piccola cucina del suo monolocale.
“Ma stasera non hai il corso prematrimoniale da Don Gianni?” gli aveva chiesto preoccupata la madre, vedendo il figlio tranquillamente seduto nel balcone a fumare.
“Caaazzooo… è vero… è tardi… Francesca sarà già lì… Sarà incazzata nera” aveva risposto il ragazzo. “Vabè… esco… ci vediamo dopo.. Ciao mà, ciao pà”.
Francesca era sull’uscio della sagrestia, ad attenderlo con il cellulare in mano.
“Ma dov’eri finito? E perché non rispondi al cellulare?” aveva chiesto la ragazza.
“Eh?... Ah!...Ehm.. L’avrò dimenticato in camera” si era giustificato Andrea, ricordando benissimo di averlo spento per non essere disturbato.
“Hanno già cominciato?” chiese per sviare le indagini.
“No, non ancora. Per fortuna Don Gianni è andato lungo con la messa serale. Entriamo dai.” Disse Francesca prendendo la mano del suo promesso sposo.
“Che fortuna!... eh!” disse Andrea. Ed entrarono.
Quella sera il nubendo non ascoltò molto delle prediche e delle raccomandazioni che Don Gianni impartiva ai giovani fidanzati circa la sacralità del matrimonio o le modalità da seguire affinché i loro amplessi coniugali potessero essere consoni ai dettami imposti dal Vaticano.
All’uscita, Andrea aveva salutato di fretta Francesca, dicendole che aveva del lavoro da svolgere per l’indomani. La ragazza gli aveva dato un casto bacio sulla bocca ed era salita in macchina allontanandosi nella notte. Avrebbe rivisto Francesca il giorno dopo. Le avrebbe comunicato la necessità di rimandare il matrimonio. Le avrebbe detto che aveva perso il lavoro per seguire la sua nuova strada.
“E adesso come facciamo?” gli avrebbe chiesto in lacrime la ragazza.
“I parenti già avvertiti, il vestito, la chiesa, la casa, i mobili prenotati, le bomboniere, DON GIANNI!… ti odio!” avrebbe ripetuto ossessivamente Francesca.
“Ma io… non l’ho fatto apposta… cioè… un po’ si… capiscimi… io voglio solo... scrivere” avrebbe cercato di giustificarsi Andrea, contribuendo a far accendere ancor di più l’animo della ragazza.
“Scrivere??... Scrivereee?? Lui vuole scrivere!! Ma tu sei solo un pazzo!! Un coglione!! E io che ho perso tutto questo tempo con te!! Vaffanculooo!!” avrebbe risposto Francesca iniziando a battere i pugni sul petto di Andrea.
“Scrivere… LUI VUOLE SCRIVERE!!...E a me non ci hai pensato? Come faccio io adesso?” Gli avrebbe urlato in faccia la ragazza, in preda ad una crisi isterica in piena regola.
Andrea le avrebbe chiesto capirlo. Di amarlo veramente. Il giorno dopo si sarebbero lasciati, per sempre. Se solo Andrea avesse saputo in quel momento ciò che sarebbe successo di lì a poche ore. Se solo avesse saputo che quello sarebbe stato l’ultimo bacio che si sarebbero scambiati. Avrebbe potuto forse amarla. Per l'ultima volta. Forse sarebbe stato meno frettoloso. Forse.
(continua - terza parte)

3 commenti:

Ross ha detto...

L'ho letta d'un fiato questa seconda parte... ora passerò il resto della giornata cercando di immaginare cosa succederà ad Andrea!

P.S. Come te la cavi con l'HTML? Vorrei modificare un paio di cose nel nuovo template del mio blog senza fare disastri...

Ciao ciao

MasterMax ha detto...

Altre 2 puntate...

P.S Ne so qualcosa... mandami una mail e dimmi che ti serve :D

Anathea ha detto...

Sempre più interessante.
Molto avvincente, non c'è dubbio: mi fa tenerezza Andrea, che per la scrittura e il suo sogno sta rompendo col passato.

Vedremo, ripasserò senza dubbio a leggere tuttoooooo :)
E' così raro trovare racconti ben scritti, qui sul web, che quando capita bisogna linkare il sito più e più volte.

Buona giornata
A.