martedì 3 luglio 2007

Senza titolo - 3/4

[la prima parte]
[la seconda parte]

Andrea finì il caffè e si rimise davanti al monitor del portatile cercando di proseguire il racconto. Descrisse minuziosamente l’età del suicida. La sua barba incolta da una settimana. I quadri imbrattati appesi alla parete. Come era solito fare, si fermò alla fine del paragrafo. Rilesse ciò che le sue dita avevano digitato e, come sempre da cinque mesi a questa parte, tenendo premuto il tasto del backspace ne cancellò interamente il contenuto, riportando il cursore ai tre puntini di sospensione dopo la frase “non al computer…”.
Una volta gli sembrava troppo lungo, una volta troppo banale, altre troppo scontato e alla fine ritornava sempre all’iniziale fine. Non aveva ancora trovato neanche il titolo per il suo racconto. Ne aveva tanti in mente, ma nessuno sembrava andare bene per il suo capolavoro e nel frattempo continuava a salvare il file word con il nome di senzatitolo.doc.
Visto che tanto anche quella mattina non c’era modo di continuare, si prese altro tempo. Si infilò la camicia e scese a prendere le sigarette. Si chiuse la porta alle spalle, continuando mentalmente la sua storia.

“Aspettativa? Non capisco. Perché ti servirebbe dell’aspettativa?” Gli aveva chiesto perplesso il direttore la mattina successiva.
“Perché ho bisogno di un periodo di riflessione.” Aveva risposto sinceramente Andrea, confidando nella comprensione del suo superiore.
“Se hai bisogno di riflettere, una giornata di ferie sarà più che sufficiente. Per adesso non è il momento di riflettere. E’ solo il momento di lavorare!” Aveva risposto il direttore, visibilmente alterato nel viso.
“Lei non capisce. Ho bisogno di un periodo per capire cosa voglio fare. Come si sta svolgendo la mia vita” aveva cercato di replicare Andrea.
“Ascolta Andrea” aveva proferito perentorio il direttore “non se ne parla. Se vuoi domani stai pure a casa, ma dopodomani ti voglio qui in ufficio e basta.”
“Non si disturbi ad aspettarmi. Me ne vado”
aveva detto orgoglioso Andrea.
“Passerò a prendere le mie cose quando avrò tempo. Faccia i suoi calcoli e mi liquidi i miei soldi sul conto.” Detto questo, si era girato e senza voltarsi era uscito dalla porta mentre il direttore sbraitava alle sue spalle. Aveva attraversato il corridoio della filiale sotto gli sguardi increduli dei colleghi, che lo avevano sempre considerato un debole, un senza palle. Aveva salutato solo la sua vicina di scrivania, Silvia. La sua compagna di fumo preferita. Aveva raccolto la giacca e lo zaino ed era uscito per sempre da quell’ufficio.
“E tu? Che ci fai a casa a quest’ora?” gli aveva chiesto subito la madre, vedendolo rincasare a quell’ora del mattino.
“Mi sono licenziato” aveva serenamente risposto Andrea.
“Hai fatto cosa?” Gli aveva chiesto la madre, credendo di aver capito male.
“Mi sono licenziato” aveva replicato Andrea.
“Salvatoreeee! Vieni subitooooo!” gridò atterrita la madre per richiamare l’attenzione del marito.
“Tuo figlio è stato licenziatoooooo!!” urlò scoppiando a piangere.
“Non mi hanno licenziato loro. Mi sono licenziato io” aveva ribadito Andrea. Fiero della sua decisione.
“E me lo dici pure! Ma che minchia ti passa per quella testa? Sei impazzito?” aveva reagito il padre una volta che sua madre era riuscito a distoglierlo dal telegiornale e a spiegarli l’accaduto.
“E adesso cosa pensi di fare?” gli aveva chiesto alla fine, arreso.
“Scrivere” aveva risposto Andrea. “Voglio solo scrivere”.
Quella stessa mattina era andato a comprare il suo portatile nel negozio di informatica vicino casa. Quello stesso pomeriggio aveva prenotato un biglietto del treno per Milano. Una cuccetta di 2° classe. Il primo letto in basso. La madre, mentre stava per chiudere la valigia, gli aveva dato la vecchia caffettiera napoletana della nonna. “Potrebbe esserti utile… visto che devi scrivere” erano state le uniche parole che la donna era riuscita a proferire prima di scappare a piangere in cucina.
Mentre si avviava a piedi verso la stazione centrale, guardò il teatro Massimo che si stagliava alla sua destra. I quattro canti. Casa Professa. Li guardò per l’ultima volta e per la prima volta si sentì davvero bene e in pace. Per la prima volta, sul treno, guardando fuori dal finestrino non vide solo la sua immagine riflessa. Sul traghetto, respirò la brezza di mare che lo separava per sempre dalla sua isola. La trattenne nei polmoni sperando che, in qualche modo, un po’ di quella salsedine si depositasse nel suo corpo. Quella mattina il fischio lo avvertì dell’ingresso in stazione. Vide le enormi cupole abbracciarlo, stringerlo a sé. Di colpo, per un attimo, dimenticò tutto: il viaggio, Francesca, le liti. Era solo uno scrittore. Nient’altro.
Pasquale era lì sul binario ad attenderlo. Sempre con il suo sguardo perso nel nulla e l’immancabile sigaretta imbottita tra le mani.
“Compà” gli aveva detto al telefono la sera prima, con il biglietto del treno appena stampato tra le mani “domani sono a Milano.”
“Dai… bello… allora ci vediamo”
aveva risposto Pasquale, con quel suo perenne atteggiamento da fricchettone.
“Veramente… avrei bisogno di un posto dove dormire. Ho deciso di trasferirmi” Aveva timidamente risposto Andrea.
“Dai… bello… allora stai da me… tanto di spazio ne ho” Aveva risposto tranquillamente l’amico che, a dispetto del suo atteggiamento e del suo modo di vestire, lavorava per una delle maggiori società pubblicitarie del paese. Si conoscevano dai tempi del liceo. Ne avevano passate tante assieme. Se Andrea usciva con una ragazza, Pasquale gli chiedeva subito se avesse un fratello. Sapeva delle sue inclinazioni. Ma a lui non era mai importato. Ci avevano sempre scherzato su. Era un amico. Solo un amico. Di quelli che non occorre sentire tutti i giorni per sapere che ci sono. Era andato via subito dopo il diploma e non era mai più tornato. La madre di Pasquale ogni tanto chiamava la sua. La telefonata finiva sempre con sua madre che la consolava. Andrea girava la testa e usciva.
Per tutto un intero mese. Il primo, rimase lì. A casa sua. A ridosso del naviglio. In un loft mansardato arredato da un famoso architetto. Il compagno precedente di Pasquale. Sotto la sapiente guida del suo amico, Andrea scoprì l'altra anima della capitale meneghina. Le persone più in e quelle più out. Dopo quei trenta giorni sapeva a memoria i nomi dei barman dei locali più trendy e i soprannomi dei maggiori spacciatori. Dalle colonne di San Lorenzo a Corso Como. Da Brera alla Darsena.
Alla fine aveva deciso di andarsene per il bene del suo libro. Un intero mese tra feste e alcool e neanche una volta aveva pensato di continuare il suo romanzo. Dopo un piccola ricerca, aveva trovato un piccolo monolocale in affitto in un palazzo popolare di un paesino al limitare dei confini di Saronno. Molto meno costoso e lontano dalla Madunina. Non c’era neanche la metropolitana. Solo un autobus per i lavoratori della fabbrica situata lì vicino. Non era certo granché, ma per lui bastava e poi, una volta divenuto ricco e famoso, si sarebbe potuto vantare dei suoi inizi bohemien e magari lo avrebbe raccontato anche in TV. Pensava.
La fama forse gli avrebbe permesso anche di riappacificarsi con suo padre che continuava ad accusarlo di aver buttato la sua vita nel cesso e di avergli impedito di continuare nella sua fulgida carriera di sportellista di banca ormai quasi sessantenne.
Andrea i primi giorni, le prime settimane, pensava e ripensava spesso a quelle scene svoltesi in sole 48 ore, cercando sempre di cacciarle dentro il suo cervello, chiudendo gli occhi e scuotendo forte la testa. Cercando di sostituire i brutti ricordi con il miraggio della fama e del successo. Per l’arredamento lo aiutò Pasquale dandogli alcuni vecchi mobili che aveva in cantina. Una scrivania, un letto. A lui non serviva altro. La cucina era già arredata – se così si può definire – da una vecchia macchina a gas e un frigorifero anni sessanta. Un armadietto di formica marrone sopra il lavello di ceramica bianca.
I giorni iniziarono ad avanzare sempre uguali. Le settimane divennero mesi. I soldi, nel frattempo, si erano praticamente esauriti senza che il suo file word si fosse incrementato di una sola pagina. Aveva dovuto vendere anche la sua amata motocicletta da enduro. Aveva sempre sognato di possederne una e quella era stata la prima spesa che aveva fatto da uomo libero. Suo padre gli aveva sempre proibito di averne una. L’unica concessione era stata la possibilità di prendere la patente. Adesso, dopo quasi dieci anni, era riuscito a coronare il suo sogno. Anche se per breve tempo. Erano rimasti soli: lui e il suo programmatore suicida.
“Perché ti sei ucciso, fottuto bastardo!” Ripeteva ossessivamente Andrea con la testa tra le mani.
“Perché sei venuto da me? Cosa ti ho fatto! Io avevo una vita! Mi sarei dovuto sposare due mesi fa e forse adesso aspetterei anche un bambino!” Continuava a chiedere al suo unico compagno di avventura.
“Perché ti sei ucciso? Che cazzo c’entra quella fottuta musica, quella fottuta camera d’albergo e quella strafottutissima frase!” Ma il suo programmatore non rispondeva.

(continua - quarta parte)
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[Immagine] Francesco Correggia - La valigia dell'alchimista - 1983

2 commenti:

Ross ha detto...

Eccomi qua. Il modem è stato riparato, sono sopravvissuta ai tecnici e ho dato l'esame (ma che caldo faceva oggi a Milano? Sul tram ho rischiato di collassare!). Così finalmente posso continuare a leggere il tuo racconto...

Un saluto, a presto!

Anathea ha detto...

Bello bello! Sempre più avvincente, mi centellino le puntate per leggerle con la dovuta attenzione (gli esami mi stanno rubando tanto di quel tempo...!)

Buona serata
A.