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lunedì 6 febbraio 2012

Perché i food blogger partoriscono solo mini gourmet

Che a me piaccia la cucina credo non sia un mistero per nessuno, soprattutto per gli amici invitati a degustare novità ed antiche ricette al nostro desco e per la mia compagna di vita, costretta a ripulire la cucina dopo i miei attacchi d'arte alla Mucciaccia, ma senza colla.
Come ogni appassionato di cucina e blogger per giunta, annovero all'interno del mio google reader (perché io sono troppo moderno, cosa credevate che passassi tutti i vostri blog uno per uno? tzé! ) svariati blog di cucina che sapaziano dal blog della casalinga che posta ricette della nonna con precotti e surgelati che persino la Parodi (si, quella che chiude sempre il forno con un calcio di tacco 12 da far urlare qualsiasi feticista) avrebbe orrore a proporre abbinate a foto scattate dal cellulare regalo del marito di 10 anni fa, ai blog delle più rinomate e chic food blogger capaci di presentare una zuppa di pane e acqua come un piatto da servire ad una cena di capi di stato al quale persino sua maestà Ramsey farebbe la ola, abbinata a foto in cui il piatto di pura porcellana francese disegnato da Giugiaro è mollemente adagiato su un candido canovaccio che al confronto una modella con le tette di fuori sulla spiaggia di Ipanema o Copacabana risulterebbe meno invitante e sexy.
Ovviamente, come tutti o quasi gli essere umani, anche i food blogger ogni tanto escono dalla cucina ed entrano in camera da letto per un rendez-vous in fine ligerie di seta (le seconde) o per una sveltina sulla lavatrice (le prime) per riprodursi.
E quando rimangono incinta (oh che volgarità!) mentre le donne normali sboccano per i primi tre mesi (e a volte anche dopo) ogni molecola di cibo che hanno introdotto nel corpo, maledicendo in un colpo solo tutto il cibo del mondo, la natura e ovviamente il compagno; loro, le food chic blogger, non sboccano MAI: hanno solo delle leggerissime e fastidiose nausee che risolvono senza colpo ferire con la marmellatina di rose, cranberries neri del kentucky (comprati in occasione di un voletto low-cost a Strasburgo a soli 30 euro all'etto) e anice stellato (perché, vuoi non mettercelo l'anice stellato?) fatta giusto giusto l'estate prima in previsione del possibile ingallamento.
Arriva poi il tanto atteso giorno del parto e ovviamente mentre le casalinghe di Nocera partoriscono dei bellissimi mascùli di 5,8 Kg tra urla strazianti, le nobili food blogger con 3 libri di cucina all'attivo partoriscono splendide principesse rosa con il metodo finlandese su un seggiolino di kamut con il sottofondo new age di pastori erranti del tibet mentre inviano con l'iphone le foto in autoscatto del parto all'amica.
Infine entrambi i pargoli arrivano a casa, dove: le principesse sono tutte pappa e nanna, espellono ribes e mirtilli e ciucciano latte materno al sapor di viola dall'eburnea mammella mentre la genitrice si gode una tisana di cicoria afgana con le amiche; i campioni cagano l'inferno, urlano alle 4 del mattino facendo incazzare l'operaio albenese del 3° piano e non si attaccano alla tetta neanche con il vinavil.
Ma è sullo svezzamento che le food chic blogger danno il loro massimo, perché le loro principesse non spruzzano le stelline con l'omogeinizzato del discaunt per tutto il soffitto urlando come un macaco incazzato come gli italici virgulti, no, per le loro meraviglie femminee le food blogger preparano una zuppetta fatta con la polpa di una piccola zucca mantovana, sbucciata e tolti i semi, con 4 carote sbucciate, una piccola patata rossa (perché quelle gialle fanno tanto poveraccio) due manciate di lenticchie rosse (che tanto figurati se le nobilbimbe soffrono di coliche da gas intestinali che neanche un litro di milicon potrebbe curare) e un pezzetto di porro (bhè, vuoi non mettere il porro?) e dopo aver frullato il tutto con un bel cucchiaio di mascarpone, i cerbiatti e gli uccellini aggiungono 3 cucchiai di stelline di kamut (ovviamente), un cucchiaino di olio extraverginissimo di oliva e un po’ di parmigiano bio fatto a mano da un pecoraro ottantaduenne di Collecchio e, last but not least, gli spicchi spellati a vivo di un’arancia per dolce; tutta roba che, neanche a dirlo, le dolci fanciulline mangeranno contente e felici a grandi cucchiai senza sporcare neanche la bavetta. Roba che a prepararla una sola volta, il PIL si alza dello 0,2%.
Ora, sarà che io ho due pesti che si spalmavano la pastina come crema di bellezza (il primo) o che la mangiavano solo dondolandosi appesi al lampadario (il secondo), sarà che in frigo il massimo dell'internazionale è la senape della louit frères e la salsa hot messicana o che a me il grana padano del carrefour mi va benissimo, ma ho la netta sensazione che se solo preparassi pedissequamente la zuppa alla zucca mantovana, dopo aver venduto la collanina del battesimo per comprare tutti gli ingredienti, e mi azzardassi a presentargliela, credo non sopravviverei alle durissime rappresaglie e dovrei pure pagare fior di quattrini di psicologo per lo shock infantile procurato, con Tata Lucia che mi prende a calci nel culo, ma io, è noto, non sono un food blogger, ne tantomeno chic.

lunedì 14 febbraio 2011

Pensieri ordinati in ordine sparso

La Lega Nord compie 20 anni. "TEGNÈM DÜR" Ha dichiarato Bossi sputacchiando il semolino in faccia alla badante.

Immigrati: Maroni e Berlusconi in Sicilia. Vista l'abbondante pescata, è andato a vedere quanto vengono le minorenni al chilo.

Vaticano: "Ai bambini servono due genitori", i vedovi sono pregati di riconsegnare la prole.

Gli egiziani cacciano Mubarak. E poi dicono che gli immigrati non hanno nulla da insegnarci.

La cosa che più mi rode della profezia Maya è che le rate dei mobili finiscono nel novembre 2012, ma almeno ci toglieremo dai coglioni questo governo con un anno di anticipo.

Pregare è come cercare di curare un'unghia incarnita cantando piccola Katy dei Pooh.

Berlusconi, nuovo decreto antiprostituzione. Quelle puttane fanno troppa concorrenza alle sue amiche.

Berlusconi: «Lodo Alfano? Mai chiesto, ma esiste in molti Paesi» come la Libia, la Corea del Nord, la Birmania...

"Max, tu credi nella reincarnazione?" , "Si" , "E in cosa ti piacerebbe reincarnarti?" , "In un perizoma".

(c) MasterMax 2010-in poi

giovedì 16 dicembre 2010

Divorzi

L'anno scorso ho divorziato non consensualmente dalla realtà.
Il problema sono gli alimenti da versare giornalmente.

giovedì 18 novembre 2010

Sorci & Pecore

Da un recente sondaggio l'Ulivo (ovvero i catto-cannaiol-gay-magistrato-comunisti cattivi) ha superato nel gradimento popolare il PdL (0vvero i catto-fascio-bungabunga-razzisto-leghisti buoni).
Il che mi ricorda tanto quando annunciano la scoperta del mega vaccino per il cancro o altre malattie incurabili: funziona benissimo solo per i topi, gli esseri umani possono continuare tranquillamente a crepare.
Fossimo sorci saremmo sanissimi, peccato siamo solo pecore.

martedì 9 novembre 2010

Una mattina

Il cellulare che vibra, la sveglia sul comodino, il caffè fumante e il panino al latte con la marmellata di frutti di bosco, la doccia, l'eco dei cartoni alla tv, il solito ingorgo sull'autostrada dei condannati che prima di me hanno già effettuato le stesse operazioni che sto per compiere.
Gel, deodorante, profumo.
Camicia, pantaloni, cravatta, medaglietta al collo.
"A stasera..."
Scuola, ingresso, bambini che urlano, madri uguali.
"Mi raccomando, studia e fai tutti i compiti..."
Solite frasi di giorni uguali sotto un cielo grigio.
9 novembre, 20 Ottobre, 12 Gennaio, 37 Melambre, 14 Festante... che differenza fa?
Coda, traffico.
I soliti idioti alla radio che mi strappano un sorriso.
I soliti idioti al governo che mi strappano un vaffa.
I soliti...
Ufficio, caffè, brioche con marmellata.
Pausa pranzo, sette euro e quarantacinque primo e secondo con contorno.
E fuori piove, il cielo è grigio, freddo ed ormai è così dentro di me da esserci affezionato, da essere parte di me.
E in un balzo sono fuori, in un bosco, a vagare senza meta per le foglie e i rami secchi, a contemplare solo il fumo vaporoso che esce dalla bocca per il fiatone. Devo smettere di fumare.
Il pianoforte di Einaudi in sottofondo, Una mattina.
Una mattina, ripeto guardando fuori.
E riprendo a lavorare perché... perché devo, perché contano su di me.
A volte è dura essere me.
A volte, ma per fortuna non sempre.
Solo... una mattina, come tante.

mercoledì 5 maggio 2010

Avvertenze

Se qualche anonimo benefattore volesse estiguermi il mutuo a mia insaputa sappia che può farlo.
In cambio mi dimetterò subito da ogni incarico dell'associazione "Padri italiani con famiglia a carico che pagano il mutuo con un solo stipendio".
Grazie.

venerdì 23 aprile 2010

Reincarnazione

Ho letto che secondo gli indù il top di gamma per le reincarnazioni è la mucca, il che potrà andare bene a Bombay, dove piuttosto che mangiare una mucca si mangiano un sorcio, ma se ti va di sfiga e rinasci nel Texas? Il massimo che può capitarti è finire nell’offerta del giorno di Mc Donald’s o sul barbeque di qualche americano grassoccio il 4 luglio e fanculo a tutte le buone azioni fatte.
L’articolo proseguiva dicendo che, secondo la loro religione, ti passi tipo una decina di vite spaziando dal barbone assoluto, al bottegaio facoltoso o al monaco e se ti capitano sfighe indicibili tipo la peste e la lebbra messe assieme è solo perché in una vita precedente hai mandato a quel paese a qualcuno o hai schiacciato uno scarafaggio o, peggio, ti sei fatto un happy meal che in realtà era Madre Teresa di Calcutta e devi espiare.
Poi se dopo una decina di vite passate a chiedere l’elemosina o a perdere brandelli di carne in giro, decidi di fare il buono e inizi a fare tante di quelle buone azioni che al confronto Ghandi era un essere spietato senza cuore e pure un po’ stronzo, gli dei (non ricordo se quello con la testa di elefante o quella gnocca con tante braccia) ti fanno reincarnare in una mucca.
Che culo.
Altrimenti fai di nuovo il pezzente o al massimo il barbiere e altro giro altra ruota.
Così, dopo una vita spesa ad aiutare il prossimo, se ti va di lusso passi la tua bella vita bovina a brucare erba rancida e a digerire con due stomaci con un tipo che ti smanaccia le mammelle tutti i giorni almeno due volte senza invitarti neanche a cena.
A volte mi domando cosa avrò mai fatto di male nella mia vita precedente – che non ho già fatto anche in questa – per essermi reincarnato in un programmatore.
Ad ogni modo, secondo me l’idea è buona solo che hanno sbagliato premio: il top del top per una reincarnazione è la portinaia.
A parte l’essere tarchiata, di mezz’età, con uno spiccato accento terrone e analfabeta o quasi, non è poi così male.
Ti alzi all’alba e vabè, a quello prima o poi ti ci abitui.
Lavi le scale e i pianerottoli, almeno per i primi tempi giusto per fare bella figura, poi basta mettere fuori il secchio con l’acqua sporca e il mocio vileda per far vedere che lo fai.
Una lucidatina di tanto in tanto ai corrimano, il deodorante in ascensore, il vetril sul bancone e per quella giornata il lavoro fisico è finito e può finalmente cominciare il vero lavoro, quello mentale, perché la portinaia ha come compito primario quello di custodire: tutto.
Il palazzo, i suoi abitanti, le piante dell’atrio, i segreti: di tutti.
Come il famoso cinese in riva al fiume, vede le sue vittime passarle davanti tutti i giorni e lei le osserva, in silenzio, sorniona come un gatto, aspettando solo il momento buono per attaccare.
Il ragionier Agosti del secondo piano ad esempio, che non saluta e non incrocia mai il suo sguardo perché non paga il condominio da due mesi e ha paura di essere svergognato pubblicamente.
E poco importa se l’hanno licenziato due mesi fa e ha due figli da mandare a scuola e una moglie da mantenere: la portinaia ha il dovere di controllare, custodire, gestire e far rispettare l’ordine. E’ il suo mandato la cui investitura le fu data nella notte dei tempi dall’altissimo in persona: l’amministratore.
Ha il potere, per diritto sancito e lo esercita, a suo piacimento.
Vogliamo parlare della Signora Merati? Che se la intende con l’ingegner Fava, con rispetto parlando, quando i rispettivi consorti vanno in fabbrica il primo e in ufficio la seconda?
Puntuale come il postino, alle 10 e 30 dopo aver portato i figli a scuola e preso il caffè con le mamme al bar, la Signora Merati prende l’ascensore fermandosi al terzo piano invece che al primo, “a fare due chiacchere con l’ingegnere, che poverino ha la gamba rotta e sta tutto il giorno solo solo” dice lei. E dopo i soliti urli e strepitii, a mezzogiorno si sente riaprire la porta e loro due parlare sottovoce, rinnovandosi zitti zitti l’appuntamento per la mattina successiva, con la paura che qualcuno possa sentirli. Giusto in tempo per farsi una doccia, andare a riprendere i figli da scuola e preparare il pranzo al povero cornuto che tutte le mattine passa con il collo della camicia logoro, mentre lei va in giro con le scarpe di Prada e gli jeans firmati che “trova sempre all’outlet a prezzo di fabbrica…”.
E la signora Agostina del quinto, l’infermiera, che con quei tacchi alti sveglia sempre il signor Mimmo del piano di sotto che fa la guardia giurata e di giorno deve dormire; la signora Sporta, che è impazzita dopo la morte di suo marito e di notte si ubriaca e mette la radio a tutto volume svegliando i figli della signora Pinna del terzo piano. E gli immigrati del secondo e del sesto, che non danno fastidio a nessuno, ma con gli odori della loro cucina inondano alle sette del mattino la scala che per respirare ci vorrebbero le maschere a gas.
Tutto passa da quel bancone silente, come l’acqua.
E quello che non passa, viene riportato dallo stuolo di mogli, comari e affini che si lamentano della studentessa del settimo che esce con la minigonna più corta della cintura e dei mariti che quando la vedono passare le lasciano in dono gli occhi, sul culo.
Colonnelli fedeli che riportano puntualmente tutto quello che, per un fortuito caso, dovesse essere sfuggito al reportage quotidiano.
E poi la posta ovviamente: la quantità di informazioni che si può trarre dalla posta è incalcolabile.
Il figlio degli Sberna che si fa arrivare le riviste zozze a casa; l’architetto Sasso che non paga le bollette e gli staccano la luce un mese si e un mese no.
La signora Marisa, che invece non ne riceve mai e accusa ogni due giorni la custode, il deus ex machina del palazzo, di nascondergliela gridando e sbattendo le mani sul lindo bancone con il piano in vetro che poi tocca lucidare di nuovo con il vetril.
Chiudi a mezzo giorno, mangi il tuo piatto di pasta. Riposino dall’una alle tre meno un quarto e riapri il portone dalle 15 alle 19, passando il tuo tempo tra Oggi, Gente, Novella 2000 e altre interessanti letture, perché in fondo quel risicato pezzo di mondo all’angolo tra via Maria Maddalena e piazza Indipendenza è troppo piccolo per quel potere che una mucca non avrà mai.
Gli indù non hanno capito niente e io, se rinasco, voglio reincarnarmi in una portinaia.

lunedì 12 aprile 2010

Testate al muro 2.0

Sono un tipo abbastanza pacato. E per pacato intendo che non solo ho, ma anche dimostro una buona dose di serenità da assumere preferibilmente dopo i pasti.
Certo, a volte mi incazzo come un giaguaro storpio e bestemmio in rima baciata così tanto da avere già un posto prenotato in sei o sette gironi infernali, purtuttavia mi ritengo un tipo normalmente sobrio e tranquillo come Sid Vicious e se non sapete chi sia siete pregati di uscire.
Eppure anche per un tipo pacato come me, che non farebbe male ad una mosca ma sgozzerebbe per cinque euro un cucciolo di panda, ci sono alcune cose che mi danno veramente fastidio.
E per fastidio non intendo la sensazione paragonabile al morso di zanzara sul polpaccio nelle serate estive, ma una forma di odio viscerale al cui confronto le crociate cristiane in Cappadocia furono delle goliardiche gite fuori porta, anche se non riesco ad immaginare come possano entrare interi plotoni di crociati sul mio pianerottolo.
Tanto per fare un esempio, odio la carne di agnello e di tutti gli ovini in generale.
Anche solo l'odore può farmi rivedere il panettone del natale '72, il che considerando il fatto di essere nato del '74, vuole dire vomitare gli avanzi della mia vita precedente.
Odio il calcio.
E ancor di più tutti i giornalisti che parlano di calcio. Praticamente dei falliti che da grandi sognavano di scrivere pezzi da premio pulitzer ma che si sono ridotti a parlare di 22 idioti con un Q.I. paragonabile a quello di una gallina con la meningite che si passano una sfera, anche se statisticamente superiori ad Emilio Fede che notoriamente riduce il suo campo descrittivo ad uno solo dei suddetti.
Con tutto il rispetto per le galline diversamente abili.
Odio la chiesa e tutto il fumo che vi ruota attorno. E non parlo di spinelli dietro le sagrestie, ma degli spacciatori di parole che operano all'interno. Ritengo le religioni, qualunque esse siano, mirate all'adorazione di un essere supremo come una perdita di tempo lesiva verso l'intelligenza umana, che ritengo l'unica forza universale che andrebbe coltivata.
Odio i dittatori.
Odio chi si erge a conduttore dei popoli, a moralizzatore delle masse.
Odio chi considera un punto di vista differente come un attacco personale e non come la semplice espressione della libertà umana.

Ho scelto proprio il paese giusto dove vivere.
Ma vaffanculo!

mercoledì 10 marzo 2010

Polveroni e Polverini

Torneremo un bel giorno in quel di piazzale Loreto,
a festeggiar l'odioso dittatore nuovamente appeso.

Ma fino ad allora, senza corde nè saponi,
continueranno senza sosta a romperci i coglioni!

E quando ormai canuto
ai nipoti spiegherò l'accaduto,
dirò lor senza arroganza: "colpa mia non fù, ma dell'ignoranza!"

martedì 23 febbraio 2010

Ostie and chips

Da qualche tempo non ho più la fede.
Intendo quella al dito.
Quella al cervello l'ho tolta verso i 12 anni, nel momento in cui mi resi conto che l'unico motivo per il quale prendevo la comunione era il sapore dell'ostia.
Adoravo quel dolce sapore di grano sciogliersi in bocca.
Avevamo un amico prete all'epoca che aveva una piccola chiesa ricavata all'interno di un garage.
Faceva al massimo 40 coperti o dieci posti auto.
Un giorno scoprii che nell'armadietto della sagrestia aveva una tale scorta di ostie da poterci comunicare due interi concerti degli Europe o in alternativa le prossime quattro generazioni di vecchiette.
D'altronde erano gli anni '80 e gli Europe andavano fortissimo. Le vecchiette un po' meno.
Sgranocchiavo quelle ostie come fossero patatine nell'attesa che iniziasse la messa cosicché al momento della comunione, quando mia nonna mi esortava a prendere l'eucarestia, rispondevo semplicemente "no grazie. Magari se ci fosse una coca...".
Mia nonna pensava fossi un senza Dio. Ero solo sazio e assetato.
Alla fine il nostro amico prete dovette iniziare a comunicare le vecchiette con le chipster.
Smisi.
Mia nonna aveva il colesterolo alto ed era molto religiosa.
Quando le ostie tornarono sull'altare, le vecchiette insorsero in massa lamentandosi del pessimo servizio offerto: aspettavano con ansia anche due olivette e uno spritz.
Ma sto divagando e il divagar m'è dolce in questo mare. Soprattutto a giugno e settembre.
Da qualche tempo non porto più la fede al dito, dicevo, e il numero dei sorrisi femminili nei miei riguardi si è più che triplicato.
Non che la cosa mi dia fastidio anzi, una donna che sorride è uno degli spettacoli più belli che si possa vedere in natura. L'unico problema è che ormai il mio ego è talmente smisurato che ha cominciato a chiedermi gli alimenti e un appartamento in centro.
E dire che ho smesso di metterla solo perché mi dava fastidio e sfilandola in continuazione avevo paura di perderla.
D'altronde se due persone decidono di stare assieme, come me e la mia compagna di vita, non è uno stupido cerchietto di metallo a farli stare assieme.
E' il mutuo.

venerdì 22 gennaio 2010

The butterfly effect

Sono appena uscito da una riunione con degli strani personaggi vestiti in maniera buffa.
Ho detto la stessa cosa anche sabato scorso, quando ho portato mio figlio al circo per la prima volta e io odio essere ripetitivo.
Era un piccolo circo di periferia, di quelli a conduzione familiare nei quali la bigliettaia fa lo spettacolo con le colombe, la ragazzina dei popcorn fa il numero con gli hula op e il clown nei momenti liberi aiuta a liberare il palco.
Non che tutti i circhi di periferia debbano avere per forza gli stessi spettacoli con bigliettaie, colombe, hula op e clown, intendiamoci. Solo il mio, credo.
Per quanto ne so, magari tutti i circhi di periferia si sono riuniti in una specie di sindacato dei circhi di perferia con regole ferree e inderogabili secondo le quali le donne nei circhi di periferia possono fare solo le bigliettaie e gli spettacoli con le colombe e per vendere i pop corn occorrono ragazzine di 14 anni che sappiano far girare hula op.
Se sai fare i pop corn e non sai far girare gli hula op, niente da fare, sei fuori.
Se nasci con la faccia da pirla puoi fare il fachiro.
Non lo saprò mai a meno di non adare a vedere un altro circo di periferia ed avere così la conferma, ma dubito che sputtanerò di nuovo i soldi di mio cognato per comprare i biglietti di ingresso ad un circo di periferia in un altro paese.
Solo grandi città d'ora in poi.
Eppure ci siamo divertiti e per la prima volta ho accarezzato un boa che sapeva di borsetta.
Finora avevo toccato solo vacche che sapevano di scarpe con un boa nella borsetta sotto forma di dildo. Ovviamente per motivi professionali. Il boa del circo aveva dimensioni più ridotte.
Un vecchio ha continuato per tutta la riunione a tossire e sputare nel fazzoletto come un lama, il che è insolito. I lama del circo non hanno sputato neanche una volta.
E puzzavano meno.
Mio nipote è rimasto affascinato dal fachiro.
Un tipo con la faccia conforme alle regole imposte dal sindacato che con due spiedini di marshmallows infuocati prima si è depililato gli avambracci e poi se li è cacciati in gola, il tutto cercando di restare in bilico su una panca posta sopra un cilindro.
Praticamente ciò che faccio ogni giorno. A parte depilarmi gli avambracci.
Per quello solitamente utilizzo un comodo e pratico scoiattolo albino dell'entroterra iraniano.
Al termine della riunione siamo stati tutti concordi sul fatto che la relatrice pur non avevendo colombe a sua disposizione, ci sapeva davvero fare con gli uccelli.
Peccato non ci fossero i pop corn e la ragazzina degli hula op anche se ad essere sincero, personalmente preferisco il fluimucil.

"Questo circo è già pieno in due, non aumentiamo il numero degli squilibrati!"
(Bolt - Un eroe a quattro zampe)

Ok mi sono inventato tutto. Tranne il boa, quello l'ho toccato davvero. Sapeva di stivali.

martedì 10 novembre 2009

La bestemmia, il gatto e i veneti.

Ci sono giorni nei quali sento crescere dalle viscere una irresistibile voglia di bestemmiare e per bestemmiare non intendo l'utilizzo di locuzioni avverbiali quali "perdindirindina" o "poffarbacco", intendo proprio quella serie di volgari improperi rivolti verso quell'entità mistica e sovrannaturale comunemente chiamata Dio o Signore.
La cosa di per se sembra piuttosto facile ma purtroppo per una mente razionale e totalmente annullata dall'alcool e da qualche altra decina di vizi, non lo è.
Analizzando infatti l'etimologia della parola ateo possiamo notare che essa proviene dal greco atheos, ovvero l'unione della lettera α- "senza" e da θεός (theos) "dio", quindi letteralmente un ateo è una persona che ha deciso di non ammettere una entità superiore nella propria vita.
Di fatto razionalmente è la stessa rinuncia ad una qualcosa ad ammetterne implicitamente l'esistenza, perché di contro rinunciare a qualcosa di inestistente risulterebbe un gioco lessicale o una metafora priva di ogni significato; un pò come rinunciare ad un grifone o ad un ippogrifo.
In altri termini un ateo è come quelle persone che decidono di vivere senza macchina: se loro hanno deciso di andare in giro a piedi è proprio perché ammettono l'esistenza delle automobili e per certi versi, le automobili esistono proprio grazie alla loro rinuncia.
Quindi nel mio caso se bestemmiassi in qualità di ateo creerei un paradosso tale per il quale non solo diverrei io stesso il creatore di dio, ma ne dovrei accettare subito dopo l'esistenza per poterne successivamente rinunciare in modo da poterlo così offendere impunemente.
Ora non è tanto il fatto di offendere pesantemente qualcuno di superiore che mi spaventa, quanto il fatto di poter divenire senza volerlo il creatore di Dio, il che per un ateo è una grossa responsabilità e sicuramente per un semplice sfogo non ne vale la pena.
Quindi ora, alla luce di quanto espresso in precedenza, non solo non posso ancora bestemmiare ma non posso neanche più definirmi un ateo, bella sfiga!
Ma ecco che il cappellaio matto che risiede nel mio cervello mi passa di sottobanco una buona carta da giocare: mi definirò agnostico!
Già agnostico... Non ci avevo pensato!
Il termine agnostico deriva dal greco a-gnothein che letteralmente significa "non sapere", indicando cioè quell'atteggiamento concettuale con cui si sospende il giudizio rispetto a un problema poiché non se ne ha (o non se ne può avere) sufficiente conoscenza o sufficienti prove sulle quali basarsi, il che di per se può anche andarmi bene.
Ovverosia: io sono convinto che non esista alcuna entità superiore, però razionalmente la mano sul fuoco non posso metterla perché sulla base dei concetti quantistici per i quali qualcosa esiste se esiste un osservatore esterno che possa certificarlo, per quanto ne sappiamo potremmo anche essere tutti gatti Schrödinger dentro una scatola chiamata universo.
Quindi in definitiva, non avendo sufficienti basi sulle quali affermare l'esistenza di una entità chiamata Dio, non posso bestemmiare neanche in qualità di agnostico.
Vaffanculo, a volte vorrei essere nato in Veneto e ingnorante.

giovedì 6 agosto 2009

Digressioni filosofiche a peso

Dio è la più grande invenzione dell'uomo dopo le sigarette.
Per correttezza anche sui portoni delle chiese dovrebbero mettere un cartello con su scritto "Nuoce gravemente alla salute".

venerdì 31 luglio 2009

L'essenziale è invisibile agli occhi

Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangerò".
"La colpa è tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."
"È vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"È certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
Poi soggiunse: "Và a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto".
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo".
E le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa".
E ritornò dalla volpe.
"Addio", disse.
"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
"L'essenziale è invisibile agli occhi", ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.
"È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
"È il tempo che ho perduto per la mia rosa..." sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa..."
"Io sono responsabile della mia rosa..." ripetè il piccolo principe per ricordarselo.

[Da Il piccolo Principe - Antoine de Saint-Exupéry, cap. XXI]

giovedì 16 luglio 2009

La mia strada

E ora la fine è vicina
E quindi affronto l'ultimo sipario
Amico mio, lo dirò chiaramente
Ti dico qual è la mia situazione, della quale sono certo

Ho vissuto una vita piena
Ho viaggiato su tutte le strade
Ma più. Molto più di questo
L'ho fatto a modo mio

Rimpianti, ne ho avuti qualcuno
Ma ancora, troppo pochi per citarli
Ho fatto quello che dovevo fare
Ho visto tutto senza risparmiarmi nulla

Ho programmato ogni percorso
Ogni passo attento lungo la strada
Ma più, molto più di questo
L'ho fatto a modo mio

Sì, ci sono state volte, sono sicuro lo hai saputo
Ho ingoiato più di quello che potessi masticare
Ma attraverso tutto questo, quando c'era un dubbio
Ho mangiato e poi sputato
Ho affrontato tutto e sono rimasto in piedi
L'ho fatto a modo mio

Ho amato, ho riso e pianto
Ho avuto le mie soddisfazioni, la mia dose di sconfitte
E allora, mentre le lacrime si fermano,
Trovo tutto molto divertente

A pensare che ho fatto tutto questo;
E se posso dirlo - non sotto tono
Oh No, oh non io.
L'ho fatto alla mia maniera

Cos'è un uomo, che cos'ha?
Se non se stesso , allora non ha niente
Per dire le cose che davvero sente
E non le parole di uno che si inginocchia
La storia mostra che le ho prese
E l'ho fatto a modo mio

--
Frank Sinatra - My Way (1969)
Scritta da: Paul Anka, Claude Francois, Gilles Thibault, Jacques Revaux

lunedì 6 luglio 2009

Modì

Si adagia la sera
su tetti e lampioni
e sui vetri appannati dei bar
e il freddo ci mangia
la mente e le mani
e il colore dell'ambra dov'è?
ripensa alla luce
e al sole d'Italia
che Dante d'autunno cantò

che io sto vicino a te
e tu sai perché
stai vicino a me
questa notte e domani se puoi

ricordi via Roma
la luna rideva
lì ti ho scelto e voluto per me
mi guardavi e parlavi
dei volti tuoi strani
degli occhi a cui hai tolto l'età
e ora si scioglie la sera
nei pernod, nei caffè
nei ricordi che abbiamo di noi
per amore tradivi
per esister morivi
per trovarmi fuggivi fin qua
perché Livorno dà gloria
soltanto all'esilio
e ai morti la celebrità

ma io sto vicino a te
in silenzio accanto a te
stai vicino a me
questa notte e domani se puoi

questa notte e altre notti
verranno anche se
non sentiremo ancora cantar
ascolteremo la pioggia
bagnarci i colori
e mischiare i miei pensieri nei tuoi
ormai è l'alba e ho paura
di stare a restare
da sola a scordarmi di noi

e allora sto
vicino a te
anche se non vedi che
io son qui vicino a te
questa notte e domani
sarò...


Vinicio Capossela, Modì (1991)

venerdì 9 gennaio 2009

Può un solo fiocco di neve fare la differenza?

Avete mai visto un fiocco di neve? Uno vero intendo, di quelli a forma di stella che tutti credono esistano solo nelle vetrine di swaroski. E invece esistono davvero e a me è capitato di incontrarne uno il 29 dicembre scorso, per la prima volta. E' caduto nelle mie mani inguantate al mattino, mentre stavo aprendo la macchina per andare al lavoro. Con l'eleganza di un'etoile è sceso giù dal cielo danzando e roteando leggero senza far rumore, senza dar problemi, sciogliendosi subito dopo l'impatto con il suolo, come se un piccolo artigiano dopo averli confezionati uno per uno si stesse divertendo a buttarli giù solo per divertimento, solo per darmi il bentornato a casa.
Quattordici giorni prima avevamo preso l'aereo per Palermo: erano otto anni che non trascorrevo un natale con la mia famiglia ed era la prima volta che la mia piccola peste lo trascorreva con i nonni di giù, come li chiama lui.
In questi quattordici giorni di ferie dopo più di un anno e mezzo di lavoro a casa e in ufficio, ho visto mia madre sorridere come non la vedevo da anni e forse non l'avevo mai vista, ho visto la felicità negli occhi di mio fratello mentre, esercitando il suo ruolo di zio, alzava Lorenzo in aria. Ho visto la tenerezza di mia cognata mentre comprava un pigiamino per la peste, lo sguardo di un nonno, mio padre, felice di poter vedere il nipotino nel suo studio in carne ed ossa e non solo in fotografia.Ho visto gli occhi di mio figlio illuminarsi davanti al mio mare. Ho incontrato una delle donne più forti e belle che abbia mai incontrato (ma di questo, forse vi parlerò un'altra volta).
Quindi mio caro 2008, io non ti darò colpe. Non ti rimprovererò come hanno fatto tutti, al contrario, non posso che ringraziarti per quanto di buono hai portato nella nostra vita: una casa finalmente sistemata, una nuova macchina, delle buone soddisfazioni lavorative, il sorriso di mia madre, un fiocco di neve perfetto tra le mie mani, sotto casa mia, nel luogo dove per adesso mi piace vivere.

mercoledì 29 ottobre 2008

Ad ogni azione corrisponde una reazione senza formaggio.

Avete presente quei film in cui uno scienziato è intento a far correre un topolino dentro un labirinto e sol perché la cavia raggiunge il tozzo di formaggio posto alla fine del tunnel, lo scienziato riesce a trovare la cura per tutte le malattie del mondo compresa la cellulite? Ecco, più o meno questa è la sensazione che provo da qualche giorno, come se qualcuno o qualcosa voglia mettermi alla prova. Ecco, troppi anni di tabacco geneticamente modificato e di fitocannabinoidi hanno dato i loro frutti e quel che rimane della sua mente instabile è definitivamente andato in pappa, direte voi, e invece vi sbagliate perché il mio neurone funziona ancora correttamente, anche se al mattino trova sempre traffico sulla tangenziale ovest delle sinapsi, ma non divaghiamo perché il punto qui non è ciò che resta del mio ipotalamo, quanto le strane situazioni che mi trovo ad affrontare ultimamente nel corso delle giornate. L'altra mattina ad esempio, dopo aver lasciato come tutte le mattine la macchina in seconda fila con le quattro frecce ed aver gustato in pace il meraviglioso cornetto alla marmellata e il caffè dell'Ambrogina, mi accorgo che si era fatta una certa.
Una vecchina mi si avvicina e mi chiede "Scusi, mi darebbe qualcosa per fare colazione?"
Visto che un palermitano non negherebbe un caffé manco al suo peggior nemico, rientro nel bar ordino una brioches ed un cappuccino per la signora, quindi pago saluto ed esco.
"Oh, corbezzoli, son già le dieci... è opportuno che mi sbrighi a recarmi in ufficio" o come direbbero a Courmayeur esclamo "Minchia ch'è tairduuu!!".
Sgommo via, passo con il giallo che però c'aveva ancora quel qualcosa di verde, giro, allazzo, accellero e arrivo sotto l'ufficio. Uno dei parcheggi più ambiti della zona si libera al mio passaggio, frenata, retromarcia e alè, op è fatta.
"Minchia culo!" Parcheggio, prendo zaino, cellulare e ipod e scappo in ufficio.
Passo le solite otto, dieci ore a buscarmi u pani e magicamente alle 18,30 riesco a venir via da quel luogo di perdizione mentale. Camminando verso il parcheggio, noto una macchina posta in seconda fila davanti la mia,
"fanculo a stì terroni che parcheggiano sempre in seconda fila" penso, ma non lo dico.
Poco più indietro noto due vigili in moto che fanno i rilevamenti e una seconda macchina nel mezzo della carreggiata.
"Ah, niente, incidente ci fu."
Dopo essermi comunque accertato che la mia Lei fosse incolume, chiedo al proprietario della vettura in seconda fila se può liberarmi l'uscita.
La scena che si presenta ai miei occhi è a questo punto la seguente: vecchietto sul rincoglionito andante le cui mani ancora tremavano per lo spavento provocato dall'incidente con la vettura posta indietro all'altezza dei vigili, moglie del di cui sopra vecchietto - anch'ella sul rincoglionito andante - totalmente terrorizzata, macchina della succitata coppia non marciante, nel senso che non si accendeva manco con un fiammifero. I vigili, gentili come un calcio sui denti, mi informano che la macchina comunque non poteva essere spostata finquando non avessero completato i rilevamenti e che quindi mi conveniva aspettare. La terza sigaretta post uscita era già tra le mie labbra. Al termine, i gendarmi belli belli, salutano, salgono sulla moto e vanno via. L'automobilista coinvolto, fa firmare il CID, saluta e bel bello va via. Insomma per farla breve questa bella manata di fanghi, come dicono alle mie parti, questo manipolo di gaglioffi ci abbandona e sulla scena rimaniamo io e i due anziani con la macchina in panne. Armato di buona pazienza, faccio scendere la signora dall'auto e la faccio accomodare nella mia macchina, quindi provvedo a spostare la loro fino allo spiazzo del benzinaio e qui, tra i pianti della signora convinta di dover lasciare la macchina li e il totale rimbambimento del marito, cerco di far partire la loro auto, rassicurandoli che alle brutte li avrei accompagnati io a casa. Intanto quella cazzo di macchina non ne voleva sapere di mettersi in moto. All'improvviso il colpo di genio: le auto nuove bloccano il flusso della benzina in caso di urto violento, quindi chiedo al signore il libretto di istruzioni della vettura. Dopo aver visto porre nelle mie mani il libretto di istruzioni dell'autoradio, intuisco che forse è meglio desistere e torno a cercare nel buio quel fottutissimo pulsante di sblocco. Forse qui, forse li ed ecco che ad un certo punto le mie dita lo toccano! E' lui... trovato...
Un liberatorio E vafan 'ntò cuuuulooooo! smorza la tensione.
Lo spingo, giro la chiave e vrroooom, la vettura è pronta all'uso. Dopo i convenevoli di rito, mi accerto che il signore sia comunque in grado di guidare, quindi rimetto i due signori in strada e alle 20 riesco finalmente a dirigermi verso casa.
Ora ditemi voi se questo non è un preciso disegno! Analizziamo i fatti.
Da quando mi son trasferito in quell'ufficio non ero mai riuscito a parcheggiare in quel posto, quindi vuol dire che nell'esatto momento in cui ho parcheggiato lì al mattino, ero già entrato nel mio labirinto. Era evidentemente previsto che parcheggiassì lì, perché era previsto che i due signori quella sera dovessero tornare a casa con la loro auto. Si, ma il mio formaggio? Mah!
Insomma è un pò di tempo che qualsiasi poveraccio che incontro per strada ha bisogno del mio aiuto, che sia un turista perso dalla parte opposta di Milano, una signora che mi chiede un passaggio o un qualsiasi altro fottuto cittadino del mondo che ha bisogno di qualcosa.
Vado a far benzina ad un self service sperduto nella campagna Milanese? Ecco che subito trovo pronta la signora che non sa neanche dove si trovi il tappo della benzina.
Ma che ho scritto in fronte? Mutuo Soccorso?
"Dai, madiamogli quella vecchia che deve attraversare, vediamo come si comporta..." mi sembra di sentir dire alle mie spalle.
E se mi ribello cosa succede? Finisce il gioco? Cala il sipario ed esce fuori il regista? E se mi mettessi pure io a fare il pezzo di merda, di quelli che non guarda in faccia nessuno?
No, non sarò una persona buona e questo è sicuro, ma manco un fango però!
Quindi ora chiedo a colui il quale si sta divertendo: DOVE CAZZO E' IL MIO PEZZO DI FORMAGGIO?

mercoledì 20 agosto 2008

Scrivere, ovvero sognare.

Ho sempre sentito la necessità di fissare i miei pensieri su un supporto che mi consentisse anche a distanza di tempo di rileggere i colloqui strampalati che quotidianamente intraprendo con il saggio cappellaio matto che risiede nel mio cervello.
Nel corso degli anni ho scritto dappertutto: bigliettini, post-it, moleskine, quaderni. Una volta ho scritto persino sulla Repubblica, con un bel pennarello rosso, ma poi mia madre usò il giornale per rivestire la lettiera dei gatti. Nel tempo, la penna ha lasciato spazio alla tastiera e la morbida carta si è trasformata in un freddo e lucido monitor, ma l'esigenza è rimasta immutata: scrivere, sognare. Forse la colpa è di quel fastidiosamente melodioso ticchettio della macchina da scrivere che da bambino accompagnava le mie notti.

tip... tic... tlak... tlok
Ricordo la luce della lampada che dallo studio di mio padre filtrava verso la mia camera, attraverso la grande vetrata che separava la mia stanza di allora dalla sua. A volte mi alzavo nel cuore della notte e senza farmi vedere, aprivo piano piano la porta per vedere le sue dita picchiare senza sosta sui tasti della olivetti blu. Ad ogni pressione un omino di metallo si alzava dal suo letto semicircolare e imprimeva la sua lettera sul foglio di carta ben disteso sul tamburo e, a volte, anche sul suo gemello nero, nato dall'unione con il velo di carta carbone che veniva inserito fra i due.
stump... stamp...
Il cestello delle lettere che andava su e giù per consentire l'inserimento delle lettere maiuscole.
crick... clack
La leva bianca che alla fine di ogni riga veniva azionata dalla mano destra per consentire l'inizio di un nuovo pensiero. Punto e a capo.
Io restavo lì sulla porta, immobile, affascinato da quel certosino lavoro di codifica che consentiva il passaggio dalla minuta, scarabocchiata, annotata, cerchiata e vergata a mano ad un foglio di carta pulito, esteticamente perfetto, in carattere Courrier New, come si direbbe oggi. L'unico allora disponibile. E alla fine, se passavi un dito sul foglio, riuscivi a percepirne le asperità: i punti, le virgole, gli accenti, le lettere. Una maggiore affilatura del metallo e una maggiore pressione delle dita faceva in modo che la lettera o dei testi si tramutasse spesso un buchino circolare. Il numero 1 non presente tra i numeri, era abilmente sostituito dalla lettera "elle" minuscola.
Perché lo scrittore è, deve essere prima di tutto un esteta, un attento osservatore ma soprattutto un lettore. "Leggere molto, scrivere molto e pubblicare poco" ripete sempre mio padre e mai come oggi, dove chiunque si è scoperto capace di scrivere un libro, tale frase risulta una assoluta verità.
Oggi, la vera recherche di proustiana memoria non riguarda più le madeleine, ma il ritrovamento in libreria di un buon libro che al termine riesca a lasciare nella memoria del lettore la sensazione di aver finalmente chiuso uno dei tanti cassetti che purtroppo sempre più spesso la gente tende ormai a lasciare aperti o semplicemente ad ignorare. La percezione di aver appagato almeno per un po' la nostra sete. Alla fine di ogni testo dovremmo accorgerci che una piccola parte di noi stessi non è più la stessa, ma è mutata in qualcos'altro e toccherà a noi soli scoprire in cosa. Questo è quello che piace donare a me stesso quando leggo e quando ho la presunzione di scrivere. Scrivere solo a patto di riuscire a percepire durante la lettura le stesse emozioni provate al momento della stesura o illuminarsi di una nuova luce che prima non avevi colto. Ed è proprio questo amore per la carta, per la parola nella sua accezione più alta il più bel regalo che io abbia mai ricevuto da mio padre e mia madre.

Scrivere non è niente di più che un sogno che porta consiglio
[Jorge Luis Borges]


[Nella foto, mio padre, la sua macchina da scrivere e il compianto gatto Raffaele]

mercoledì 30 luglio 2008

L'insostenibile leggerezza di un uccello padulo....

Ci sono giorni in cui il tuo sesto senso di programmatore è in fermento sin dal mattino. Immagini apocalittiche di sistemi al collasso, server che affogano nell'acqua, telefoni che si impiccano con il filo della cornetta passano davanti ai tuoi occhi mentre continui a ripeterti che è solo superstizione. Quella stessa notte un dolore lancinante al tallone ha ulteriormente ridotto il già esiguo quantitativo di sonno che riesci a concederti, costringendoti a zoppicare per tutto il giorno peggio di Dr. House e, cosa ancor peggiore, facendoti comprendere di non avere esattamente i 20 anni ai quali il tuo cervello si è fermato tanto tempo fa. Infine nell'esatto istante in cui il tuo piede - quello buono - ha calpestato la moquette dell'ufficio, uno stormo di uccelli paduli ha iniziato a volteggiare minacciosamente sulla tua testa facendoti intuire che nulla di buono stava per stagliarsi all'orizzonte. Se continua così a breve, a forza di uccelli che cercano di insinuarsi nel mio deretano, al posto delle mie immacolate chiappe mi ritroverò una voliera.
Nel frattempo, oggi mio figlio ha passato due ore sul balcone a godersi la spettacolare vista del camion dei pompieri che con il suo bel colore rosso e la luce lampeggiante, mandava tanti omini su per la scala a risolvere problemi rivelatisi poi inesistenti, dimostrando come le rotture di coglioni di alcuni possono diventare svago per altri.
Ora mi chiedo: ma chi cazzo è che si diverte a vedermi maledire tutti i santi del calendario gregoriano?