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mercoledì 29 dicembre 2010

Time caspule 2010

Visto che il blog è mio e me lo gestisco io, ecco una lista di cose in ordine più o meno sparso fatte quest'anno, a mia futura e ad imperitura memoria.

Lavorato tanto, ma davvero tanto, troppo as usual.
Sopravvissuto al giro di varicella di entrambi le pesti.
Portata la grande peste al Circo per la prima volta.
Fatta amicizia con il mio secondo figlio: certe cose hanno bisogno di tempo per essere metabolizzate, tipo la roba di essere di nuovo padre.
Fatta revisione caldaia e ottenuta certificazione dall'idraulico che l'ha installata dopo solo due anni di tentativi: se rinasco voglio fare l'idraulico.
Il primo giorno di scuola (elementare) di mio figlio Lorenzo e i primi passi di mio figlio Manuele.
Visti Il curioso caso di Benjamin Button, Avatar, The Road e altri non degni di menzione.
Ristrutturata cantina dopo solo quattro anni che mi ripromettevo di farlo, in compenso è venuta davvero bene.
Ho perso 18 kg e sono dimagrito due taglie, dalla 54 alla 50.
Acquistati gli ultimi lampadari e dipinta la parete della camera da letto di un bel rosso lampone dopo solo due anni dalla fine dei lavori: non sono pigro è solo la volontà a mancarmi.
Ritrovato ciò che avrei voluto (dovuto) trovare molti anni fa nel posto più bello che potessi pensare. Meglio tardi che mai.

Bye Bye 2010 and thank you for all.


[Gli umani sono sempre pronti a rimanere impigliati
nelle inutili regole che loro stessi si impongono.]
- Alucard

venerdì 31 luglio 2009

L'essenziale è invisibile agli occhi

Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangerò".
"La colpa è tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."
"È vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"È certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
Poi soggiunse: "Và a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto".
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo".
E le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa".
E ritornò dalla volpe.
"Addio", disse.
"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
"L'essenziale è invisibile agli occhi", ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.
"È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
"È il tempo che ho perduto per la mia rosa..." sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa..."
"Io sono responsabile della mia rosa..." ripetè il piccolo principe per ricordarselo.

[Da Il piccolo Principe - Antoine de Saint-Exupéry, cap. XXI]

lunedì 6 luglio 2009

Modì

Si adagia la sera
su tetti e lampioni
e sui vetri appannati dei bar
e il freddo ci mangia
la mente e le mani
e il colore dell'ambra dov'è?
ripensa alla luce
e al sole d'Italia
che Dante d'autunno cantò

che io sto vicino a te
e tu sai perché
stai vicino a me
questa notte e domani se puoi

ricordi via Roma
la luna rideva
lì ti ho scelto e voluto per me
mi guardavi e parlavi
dei volti tuoi strani
degli occhi a cui hai tolto l'età
e ora si scioglie la sera
nei pernod, nei caffè
nei ricordi che abbiamo di noi
per amore tradivi
per esister morivi
per trovarmi fuggivi fin qua
perché Livorno dà gloria
soltanto all'esilio
e ai morti la celebrità

ma io sto vicino a te
in silenzio accanto a te
stai vicino a me
questa notte e domani se puoi

questa notte e altre notti
verranno anche se
non sentiremo ancora cantar
ascolteremo la pioggia
bagnarci i colori
e mischiare i miei pensieri nei tuoi
ormai è l'alba e ho paura
di stare a restare
da sola a scordarmi di noi

e allora sto
vicino a te
anche se non vedi che
io son qui vicino a te
questa notte e domani
sarò...


Vinicio Capossela, Modì (1991)

mercoledì 20 agosto 2008

Scrivere, ovvero sognare.

Ho sempre sentito la necessità di fissare i miei pensieri su un supporto che mi consentisse anche a distanza di tempo di rileggere i colloqui strampalati che quotidianamente intraprendo con il saggio cappellaio matto che risiede nel mio cervello.
Nel corso degli anni ho scritto dappertutto: bigliettini, post-it, moleskine, quaderni. Una volta ho scritto persino sulla Repubblica, con un bel pennarello rosso, ma poi mia madre usò il giornale per rivestire la lettiera dei gatti. Nel tempo, la penna ha lasciato spazio alla tastiera e la morbida carta si è trasformata in un freddo e lucido monitor, ma l'esigenza è rimasta immutata: scrivere, sognare. Forse la colpa è di quel fastidiosamente melodioso ticchettio della macchina da scrivere che da bambino accompagnava le mie notti.

tip... tic... tlak... tlok
Ricordo la luce della lampada che dallo studio di mio padre filtrava verso la mia camera, attraverso la grande vetrata che separava la mia stanza di allora dalla sua. A volte mi alzavo nel cuore della notte e senza farmi vedere, aprivo piano piano la porta per vedere le sue dita picchiare senza sosta sui tasti della olivetti blu. Ad ogni pressione un omino di metallo si alzava dal suo letto semicircolare e imprimeva la sua lettera sul foglio di carta ben disteso sul tamburo e, a volte, anche sul suo gemello nero, nato dall'unione con il velo di carta carbone che veniva inserito fra i due.
stump... stamp...
Il cestello delle lettere che andava su e giù per consentire l'inserimento delle lettere maiuscole.
crick... clack
La leva bianca che alla fine di ogni riga veniva azionata dalla mano destra per consentire l'inizio di un nuovo pensiero. Punto e a capo.
Io restavo lì sulla porta, immobile, affascinato da quel certosino lavoro di codifica che consentiva il passaggio dalla minuta, scarabocchiata, annotata, cerchiata e vergata a mano ad un foglio di carta pulito, esteticamente perfetto, in carattere Courrier New, come si direbbe oggi. L'unico allora disponibile. E alla fine, se passavi un dito sul foglio, riuscivi a percepirne le asperità: i punti, le virgole, gli accenti, le lettere. Una maggiore affilatura del metallo e una maggiore pressione delle dita faceva in modo che la lettera o dei testi si tramutasse spesso un buchino circolare. Il numero 1 non presente tra i numeri, era abilmente sostituito dalla lettera "elle" minuscola.
Perché lo scrittore è, deve essere prima di tutto un esteta, un attento osservatore ma soprattutto un lettore. "Leggere molto, scrivere molto e pubblicare poco" ripete sempre mio padre e mai come oggi, dove chiunque si è scoperto capace di scrivere un libro, tale frase risulta una assoluta verità.
Oggi, la vera recherche di proustiana memoria non riguarda più le madeleine, ma il ritrovamento in libreria di un buon libro che al termine riesca a lasciare nella memoria del lettore la sensazione di aver finalmente chiuso uno dei tanti cassetti che purtroppo sempre più spesso la gente tende ormai a lasciare aperti o semplicemente ad ignorare. La percezione di aver appagato almeno per un po' la nostra sete. Alla fine di ogni testo dovremmo accorgerci che una piccola parte di noi stessi non è più la stessa, ma è mutata in qualcos'altro e toccherà a noi soli scoprire in cosa. Questo è quello che piace donare a me stesso quando leggo e quando ho la presunzione di scrivere. Scrivere solo a patto di riuscire a percepire durante la lettura le stesse emozioni provate al momento della stesura o illuminarsi di una nuova luce che prima non avevi colto. Ed è proprio questo amore per la carta, per la parola nella sua accezione più alta il più bel regalo che io abbia mai ricevuto da mio padre e mia madre.

Scrivere non è niente di più che un sogno che porta consiglio
[Jorge Luis Borges]


[Nella foto, mio padre, la sua macchina da scrivere e il compianto gatto Raffaele]

martedì 29 gennaio 2008

Dodici giorni



Il testo che vi apprestate a leggere è stato interamente scritto tra le 5,50 e le 8,30 di martedì 8 gennaio, in macchina. Gli errori, gli strani costrutti verbali che troverete, fanno parte del modo di colloquiare tipico del palermitano. Avevo bisogno di capire, di analizzare. Dovevo eliminare tutti i fronzoli per arrivare al cuore del problema. Il passato e il presente si erano fusi a tal punto da non riuscire più comprenderne la forma. Dovevo riportare tutto alla condizione iniziale: due coordinate per un punto. La mia lingua natia sulle ascisse, i miei ricordi sulle ordinate.

Dodici giorni. sei più sei. Due settimane orfane di due giorni. Un periodo imperfetto composto da una coppia di giorni uguali: due giovedì, due venerdì e via andare. Una dozzina di punti croce ricamati tra la trama e l'ordito del tempo. Dodici giorni tutti diversi che non torneranno mai più, manco se uno ce li volesse pagare a peso d'oro. La doppia sestina inizia il 27 dicembre. La piccola peste è stata parcheggiata dalla nonna perché io e la mia compagna dobbiamo andare al Mediaworld e va a finire come l'altra volta per l'asciugatrice, che il negozio restò in piedi per miracolo. Imbocchiamo la Milano Meda, per spuntare a piazzale Maciachini e da lì imboccare il Viale Jenner per arrivare a Piazza Napoli, nostra meta finale. La lista degli acquisti comprende un nuovo portatile, un iPod, un aspirapolvere e un navigatore Tom Tom, che non ne posso più di starci un'ora a trovare una strada che è dietro l'angolo. E visto che ci siamo, visto che ogni volta che uno deve stampare una fissarìa deve sempre fare il vero abbile, il sangue marcio, ci accattiamo pure la stampante. Abbiamo deciso di renderci la vita più facile. Ce lo meritiamo.
Il primo giovedì della dozzina, il 27 dicembre, avevamo appena imboccato la Milano Meda e il mio cellulare emette quel fastidioso suono che vuol dire che ci arrivò un messaggio.
"Ma chi minchia è?" esordisco.
Mentre guido, prendo il telefonino e in rapida sequenza, schiaccio il bottone centrale per leggere chi si è permesso farlo squillare, e mentre sono in ferie per giunta!
1 messaggio in arrivo.
E' mio fratello. Leggo il messaggio.
"Max, è appena morto lo zio L" L. è il fratello di mia madre. L. è mio zio. O almeno lo era fino a ieri.
"Oh, cazzo!" sono le uniche parole che la mia bocca riesce a pronunciare.
"Ma che è successo?" Chiede la mia compagna seduta sul sedile accanto al mio.
Manco faccio in tempo a dircelo, che squilla il suo cellulare con la suoneria di pollon. E' A. mia cognata, la moglie di mio fratello.
"Patry? E' morto lo zio L." ci fa mia cognata al telefono, le dice mia cognata al telefono.
"Si, me lo stava dicendo Massi..." ci fa mia moglie a mia cognata al telefono.
"Mi chi ci vinni?" Che cosa gli è successo? Faccio io mentre guido. D'altronde non era neanche tanto vecchio.
"Infarto, nella notte." Sentenzia mia moglie dopo che mia cognata aveva riferito la causa.
"Fino a ieri che era Santo Stefano, era in giro in bicicletta" aggiunge.
"Minchia!" esclamo.
Con mio zio non ci vedevamo da 7 anni. Dall'ultima volta che lui era salito a Milano e ci era venuto a trovare. Noi abitavamo ancora a corso Lodi, nel monolocale di 40 metri quadri comprensivi di bagno, cucina, ingresso, camera da letto, camera hobby, studio e tutto quello che ci facevamo. Tre anni ci abbiamo campato. Dormendo sul divano che la notte diventava letto e con la cucina che era più piccola del mio bagno attuale. Tre anni ci abbiamo campato. Tre meravigliosi anni. I primi. "La casa capa quanto vuole il padrone" si dice a Palermo. Picciotti, vero è!
Per lo zio avevo preparato la polenta con il sugo che io sapevo che a lui ci piaceva, perché lui è cresciuto con mia mamma a Pavia che mio nonno e mia nonna, qui in continente, ci passarono 10 anni. Quella fu l'ultima volta che lo vidi. Poi iddu, lui, si sciarriò con mia madre. Hanno litigato per via di mia nonna, che pure lei non era una santa, e allora non ci siamo visti più. Perché io sto lontano e quando scendo non ci penso mai ad andare a trovare i parenti, perché mi siddia, mi secca. E poi mia madre era sciarriata con lui e aveva pure ragione di esserlo, quindi perché andarlo a trovare?
Lo zio L. aveva un carattere burbero anzi veramente, per essere onesto, c'aveva proprio un carattere di merda. "Non è che perché uno è morto lo fanno santo" è stata la frase più ricorrente in questi giorni. Lo zio era ingegnere ed era sempre stato per me lo zio ricco perché lui aveva la casa di proprietà e il box e le mie cugine c'avevano sempre i vestiti belli e invece noi eravamo in affitto e a casa mia le scarpe si dovevano prenotare con due mesi di anticipo. Però almeno, in casa mia i libri non sono mai mancati. Ce ne avevamo così tanti che per passare nel corridoio dovevi metterti di sbieco. Pure nel cesso li avevamo messi. Ma a me non me ne fotteva nulla delle scarpe, neanche allora. Neanche oggi. Era lo zio taccagno, perché tutti lo sapevano che c'aveva lu immu, la gobba, il braccino corto come dicono qui a Milano. Era tirato insomma. "E' ricco, ma è taccagno" dicevano in giro. "Sono ricco perché sono taccagno" rispondeva lui. E' in quel box che ho imparato a stullichiare, ad aggiustare le cose. A capire come funzionano i meccanismi e ad imparare a sistemare le cose. Quando ero picciriddo lo zio L. mi passava a prendere tutti i sabati pomeriggio con il vespone e a me piaceva andare sul vespone, senza casco, che anche se casa mia dalla sua distava due strade, a me quel tragitto mi sembrava lunghissimo e speravo che non finisse mai. E qualche volta, che lui lo sapeva che a me mi piaceva, faceva il giro lungo, con la scusa che doveva andare a comprare qualche fissarìa da Migliore in via Notarbartolo, la ferramenta.
Ogni sabato pomeriggio, verso le tre, passava sotto casa con il vespone e senza manco scendere dal cavalletto, fischiava forte con le dita da sotto il balcone e io che lo sentivo, ci urlavo forte a mamma "Maaaa, c'è lo ziooo!".
Mia mamma si affacciava al balcone e lui sempre, tutte le volte, con tono quasi infastidito abbanniava, gridava "Ciao Lidù, fammi scendere il picciotto". Il picciotto ero io. E ogni volta sembrava quasi che mi facesse un favore a venirmi a prendere, ma visto che nessuno ce lo chiedeva mai di venirmi a prendere, io lo sapevo che allora voleva dire che a lui piaceva stare insieme a me al box a stullichiare, perché lui ci aveva due figlie femmine e a loro, alle mie cugine, non ci piaceva stullichiare al box. La matematica fu lui ad insegnarmela davvero. La fisica pure. La chimica anche. Lo zio c'aveva un carattere burbero anzi proprio di merda, ma sapeva spiegare bene. Mi voleva bene, anche se non me lo ha mai detto. Neanche io gliel'ho mai detto. "La megghiu parola è chidda chi un si dici." La parola migliore è quella non detta. A volte. Non sempre.
"Respira con il naso!" Mi diceva, mentre mi insegnava a nuotare a Mondello.
"Trattieni l'aria nei polmoni, che vedi che non affoghi!" Mi diceva mentre mi insegnava a galleggiare dove non toccavo, che a quel tempo era praticamente subito a pochi metri dalla riva, dove a lui l'acqua ci arrivava manco sopra il costume. Era alto lo zio L.
Dodici giorni fa è morto e io non ho pianto. Perché lo zio diceva sempre che piangere è da fimminedde, da femminucce e lui ci aveva due figlie femmine.
Quel giorno, siamo andati a comprare l'aspirapolvere che appena lo accendi si suca pure a mìa, il portatile nuovo che pare una televisione e la stampante. L'iPod e il navigatore non li abbiamo trovati che, vuol dire, tutti se li erano accattati? Tutti li avevano comprati? Manco se li regalavano a due a due finquando non diventavano dispari.
L'iPod lo abbiamo trovato il sabato prima di capodanno. Nella vetrina accanto c'era pure il Tom Tom del modello che volevo. Ma che fa, aspettavano a mìa? Aspettavano me?
Di lì a poco li avevo entrambi nelle mie mani.
Per me, le cose, gli oggetti, servono solo per essere usate e non è che muori se non ce l'hai. No, non muori, ma quando li tasti, quando li provi, allora inizi a chiederti come hai fatto a fare senza fino allora. Che', fa prima non si telefonava senza cellulare? Si telefonava lo stesso. Si usciva con il gettone e se c'avevi problemi, telefonavi a mamma e ci dicevi che tardavi. Ma quei due piccoli e insignificanti trabiccoli cinesi, per noi, rappresentano la fine di un capitolo. Rappresentano molto più dell'uso per il quale sono preposti. Arrivo a casa: accumincio a strumintiàre. Inizio a configurarli. Accendo per primo Mimì, il navigatore. Scarica, calcola, in un'orgia di preferenze, menù e sotto menù cerco di configurarlo al meglio. Al posto della frecciona blu ci metto pure l'icona della mercedes, che visto che ho una clio scassata mi sembra l'ideale. E alla fine, minchia, Mimì il navigatore le strade le trova davvero. Sono sempre stato bravo a strumintiàre. E quando sbaglio a girare, non mi cazzìa nemmeno, non mi sgrida nemmeno. Si limita mestamente a ricalcolare il percorso. E a me questa cosa mi piace davvero, abituato com'ero a ricevere le cazzìate dalla mia compagna. Forse sarà per quello che ci ho impostato una voce femminile, perché se devo mandarlo a fare in culo quando mi fa fare il giro del paese per girare l'angolo,
con rispetto parlando perché sempre di fìmmina si tratta, ci provo più gusto. Una sorta di rivincita silenziosa.
Per l'iPod invece la cosa è differente, a lui per rispetto non ci ho dato nemmeno un nome e invece lui, a me, mi ha aperto un mondo: il Podcast. Che praticamente vuol dire: "ascoltare tutto quello che ti pare quando vuoi". Il mio iPod, l'ho riempito di musica, delle foto di Lorenzo e Patry, dei filmati delle sigle dei cartoni alla televisione e di libri. Audio libri, come quelli che si leggono ai ciechi, che anche se ci vedi, ascoltarli è troppo bello. Bulgakov, Verga, Proust, Buzzati, Mann hanno trovato il loro posto tra i Queen e Pupo. Tra i Kiss e il video della sigla iniziale di Capitan Harlock. Quella con la ragazzina che corre lungo l'Arcadia. E poi gli sceneggiati radio della rai, quelli belli che ascoltavo da piccolo con mamma e che non sono più riuscito a sentire perché li fanno la mattina. Tutte le puntate insieme che così, non devo manco aspettare l'indomani. La notte mi addormento con le cuffie nelle orecchie; la mattina, mentre vado in ufficio, una delle due cuffie è cacciata dentro il mio orecchio. In ufficio idem. La tecnologia ho capito, è bella ma è un'escalation. Perché una volta che ci hai l'iPod, lo vuoi ascoltare sempre, e allora, l'autoradio, quella che c'hai da sempre e che ti ha fatto sempre ascoltare onestamente la radio e i cd adesso non ti basta più. Adesso ci voglio ascoltare l'iPod. Ci voglio ascoltare la mia musica. Ci voglio ascoltare i racconti di mezzanotte del terzo radiofonico, alle sette del mattino. Insomma, ci voglio ascoltare quello che mi pare. In una parola: Podcast.
Sono sempre stato bravo a stullichiare, anche senza il box.
Dodici giorni. Dal 27 dicembre al 7 gennaio. Ieri, sabato 5, altra tappa. Abbiamo comprato la macchina nuova. Ma no una macchinicchia nica nica, piccola piccola, la macchinona. La station wagon, che nel bagagliaio mi ci posso stinnicchiare per lungo. Dopo una vita di macchine piccole, che quando devi trasportare una sedia al ritorno dall'Ikea ti ritrovi la gamba puntata dietro la nuca tipo pistola e devi guidare tutto a sgimbescio, tutto storto, io nella macchina nuova, di sedie ce ne voglio mettere quattro senza neanche abbassare i sedili posteriori. Poi, con rispetto parlando, che minchia devo farci con quattro sedie nel bagagliaio non lo so, ma intanto ce le metto solo per il prio di vedercele dentro, per il piacere di vederle tutte dentro il bagagliaio. Quando ero piccolo, la mamma aveva una 126. Il bagagliaio praticamente era grande quanto il mio zaino. Però quando andavamo a mare, mia madre ci faceva stare pure l'ombrellone. Ma come faceva mamma, non l'ho mai capito. Adesso abbiamo 2 macchine. Indipendenza. Perché onestamente non ne possiamo più di fare tutti gli incastri che manco a tetris. "Allora io domani vado con il treno, così tu puoi andare dal dottore, mentre dopodomani devo prenderla perché devo andare dal cliente e con la moto aggigghio di freddo, muoio dal freddo". Manco Scipione e Giulio Cesare facevano tanta strategia. Un'altra tappa. Un altro punto per alleviare la vita. Non è stato facile ottenere quello che ci spettava, ma ce l'abbiamo fatta e questa è un'altra di quelle piccole (piccole per modo di dire) cose che sanciscono, nel bene o nel male, la fine del capitolo abbile e mala vita. La radio della macchina nuova ci ha pure l'ingresso per l'iPod. Ce la consegnano sabato prossimo.
Domenica sera Lorenzo fa finta di avere una piccola stella tra le mani. Viene da me: voleva che appendessi la sua stella immaginaria nel cielo.
"Io sono picco (piccolo) papà, appendi tu" mi fa.
"Ma neanche io arrivo al cielo, amore" rispondo distrattamente.
"E allora tu prendi scala papà e appendi la mia stella"
"Va bene. Allora tu mettila nel vaso e stanotte, mentre dormi, papà prende la scala e l'appende per te, va bene?"
"Siiiiii" dice, e va via contento dopo aver messo la stella nel vaso.
Quella notte qualcuno per me ha appeso la sua stella nel celo, senza la scala.
Lunedì mattina mia moglie mi chiama in lacrime e io capisco subito.
"E' morto il nonno, vero?" chiedo
"Si" mi dice, tra un singhiozzo e un altro.
"Piangi e sfogati. E' l'unico modo" tanto Lorenzo è all'asilo, che per fortuna ha riaperto i battenti dopo la pausa festiva. Il nonno era il suo, ma lo sentivo anche un po il mio.
Ieri sera ho prenotato i biglietti per lei, i suoi genitori e sua cugina. Ho incastrato tutti i voli affinché possano volare sempre assieme, tra andate e ritorni. Lunghi o in giornata per il funerale. Ho prenotato le auto. Ma io ai funerali non ci vado mai. Se uno è morto, basta saperlo. Non è che devo vederlo stinnicchiato per capirlo. E a sentire il parrino che predica, io non ci ho voglia. Io i cristiani, gli uomini, me li voglio ricordare tutti all'aggritta, in piedi.
Lorenzo è andato a dormire a casa del suo cuginetto Salvatore, Sasà, che noi dovevamo alzarci prima dell'alba del Signore.

"Ciao casa, io vado dormire a casa di Sasà"
Lui saluta sempre i luoghi: il carrefour, le giostre, il lago, la casa. Come se avessero anche loro un'anima. Ma forse ce l'hanno per davvero. Ha ragione lui. Penso. I bambini hanno sempre ragione. Quasi.
Stamattina mi sono alzato alle 3,30 per accompagnare mia moglie e mia suocera a Linate. Alle 5,30 ero già in ufficio. Parcheggio, spengo la macchina. Infilo l'iPod nelle orecchie. Mi guardo intorno. La barbona di via Monte Bianco sta dormendo dentro la sua tenda. Apro il portatile e inizio a scrivere. Di getto. Mi accorgo che è già mattino quando la luce dell'alba illumina finalmente la tastiera del portatile. La barbona accanto a me, che nel frattempo è uscita allo scoperto dalla sua tana cittadina, sta comodamente defecando sul marciapiede, di fronte la vetrina di una Banca. Sulla vetrina della banca. Bhè, mi dico, non poteva trovare luogo migliore per farlo. Lo scrivere si è fatto più tenue. L'ordine è stato ristabilito. Ascisse e ordinate. Trama e ordito. Posso riporre gli attrezzi nella cassetta e guardare scorrere nuovamente il mio presente.

[Foto: Trey Ratcliff - "The Open Road" - www.stuckincustoms.com. Released on Creative Commons License.]

domenica 27 gennaio 2008

27 Gennaio 1945

Oggi ho solo voglia di non dimenticare.
Non dimenticare l'abominio della mente umana.
Oggi tra i miei tatuaggi, immagino un numero sul braccio sinistro, che pulsa, che grida di dolore e rabbia.
Oggi indosso un triangolo rosa, marrone, rosso, nero, indaco. Una stella di David gialla è appuntata sul mio petto.
Ma l'uomo non impara dai propri errori. E oggi come allora, assistiamo inermi ad altri campi. Appuntiamo mentalmente altri triangoli al petto di altri fratelli, di altre sorelle. Commemoriamo gli esseri (non mi viene altro termine) che promulgarono le leggi razziali definendoli statisti.
Figlio mio, quando sarai grande ti racconterò quello che appartenenti alla la tua, alla mia, la nostra razza fecero tanti anni fa. Te lo racconterò per aiutarti a capire e a fare le giuste scelte. Per aiutarti a capire che l'odio non porta mai a nulla, che tutti gli uomini sono, devono essere gli stessi ai tuoi occhi. E se tu lo capirai, io mi sentirò sollevato perché tu, figlio mio, non apparterrai a loro, le uniche persone che occorre davvero odiare.

« Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai. »

(Elie Wiesel, tratto da La notte. Wiesel fu rinchiuso ad Auschwitz all'età di 16 anni)

sabato 24 novembre 2007

Radio Meme

Qualche settimana fa (e anche qualcosa in più) il buon S.B. mi aveva nominato per il meme sulle radio e visto il palinsesto offerto stasera dalle reti televisive, mi sembra il tema ideale. Il mio rapporto con la radio inizia circa 33 anni fa ad opera di mia madre, che nel tentativo (vano) di farmi dormire inseriva una piccola radio nella culla sintonizzata sul terzo radiofonico che allora trasmetteva solo in A.M.
Ricordo l'uccellino della RAI emesso dalla radio a valvole di mio nonno, che se volevi ascoltare il gazzettino delle 12 dovevi accendere almeno mezz'ora prima ma poi ci sentivi anche la Russia. Ricordo le prime radio commerciali di Palermo agli inizi degli anni '80: radio in, radio margherita, radio reporter. Studiare significava accendere la radiolina e infilare la cuffia a cerchietto sulla testa: gli auricolari sarebbero venuti fra qualche anno. Le guardie al freddo della notte, passavano velocemente grazie alle voci degli speakers locali. Non importa se nei vari posti dove sono stato, i vari generi musicali trasmessi non rispecchiassero i miei gusti e che non capissi una beneamata mazza di quello che dicessero: era una radio e questo mi bastava. Ancora oggi, la radio è la mia compagna più fedele: in macchina come in ufficio. Non c'è giorno in cui non abbia quei benedetti auricolari nelle orecchie e che i miei colleghi non debbano fare segnali di fumo per attirare la mia attenzione se vogliono interloquire con me.
Ma basta con i ricordi, è venuto il momento del meme, quindi eccovi le mie radio preferite:

1. Radio 105: tutto esaurito mi sveglia al mattino, mi accompagna sotto la doccia e durante il viaggio in macchina fino in ufficio. Alle 14:00 l'appuntamento è fisso con lo zoo.
2. Radio 2: il ritorno in macchina è dedicato al gazzettino e alle ultime notizie. Ogni tanto al mattino becco anche il radio sceneggiato.
3. Virgin Radio: ultima entrata nella mia scuderia, trasmette un'ottima selezione di musica rock (quella vera).
4. Radio Number 1: buona musica anni '80 e ogni tanto trasmettono anche i Kiss. C'è bisogno di dire altro?
5. Radio 3: quando uno ci nasce, come fa a separarsene?

Ma tra tutte le radio che ho seguito nella mia vita c'è n'è una che non ho potuto ascoltare per motivi anagrafici (avevo 2 anni), ma che mi sarebbe piaciuto tanto seguire. Radio Aut era una piccola radio libera aperta nel 1976 a Cinisi, un paese vicino Palermo, da un ragazzo come tanti chiamato Giuseppe Impastato. La sua trasmissione di punta e seguitissima dai giovani di allora si chiamava Onda pazza e sbeffeggiava pubblicamente i traffici e gli affari delle famiglie mafiose locali.

Questo post è dedicato a te Peppino.

martedì 20 novembre 2007

Uno zingaro a Milano

Da tre settimane ormai cercavo di tener fede ad una promessa: "Compà... quando passi da Milano fammi un squillo e berremo volentieri una birra assieme". Ma poi i soliti 1000 casini che mi onoro di ospitare nella mia vita mi avevano portato a rimandare. Ieri sera invece una particolare e fortunosa serie di congetture mi portano ad essere libero sia dal lavoro in orari ragionevoli che da impegni familiari. Non potevo lasciare fuggire l'attimo. Chiamo. In un Piazzale Cadorna praticamente deserto, riesco ad incontrare lo zingaro. Grazie alla mia assoluta padronanza delle strade meneghine (ci siamo persi circa 27 volte) e del mio navigatore analogico peppino - peppino (un vecchio e lacero tuttocittà nonno dell'attuale e moderno tom - tom) riusciamo ad arrivare sulla darsena. Un piccolo localino scelto a caso, 2 birre, un tagliere di formaggi, uno di salumi e due piatti di ravioli di magro con sugo di noci hanno fatto da cornice alla nostra serata. Chiacchere, racconti, pensieri, ricordi, stati d'animo. Un turbine di parole che andavano perfettamente ad incasellarsi come tessere di un mosaico. E poi fuori: una, due, 10 foto con quel terzo occhio che porta sempre nella borsa a tracolla. E' una sorta di animale mitologico: metà uomo e metà nikon digitale. Poi di nuovo in macchina alla ricerca di un pacchetto di sigarette prima di riaccompagnarlo in albergo. Ci siamo ritrovati sotto il binario 19 della Centrale. La vita ha uno strano senso dello humor. Non abbiamo trovato le sigarette, ma io ho trovato sicuramente un amico.
Grazie zingaro, alla prossima!

[Foto by Lo Zingaro - http://www.flickr.com/photos/lozingaro]

domenica 11 novembre 2007

Metti un sabato...

Metti che un giorno ti accorgi che quel pezzetto di carta logoro, strappato e tenuto insieme solo dallo scotch che esibisci alle hostess dell'Alitalia spacciandolo per la carta di identità, scade tra qualche giorno.
Metti che la settimana precedente sei andato a farti le foto dopo le innumerevoli insistenze di tua moglie che ti ricorda semplicemente che avendo anche il passaporto scaduto, non avresti modo di affermare la tua esistenza o di viaggiare.
Metti un sabato qualunque con il sole che scalda timidamente la giornata e un cielo dipinto da un freddo vento di un meraviglioso azzurro che silenziosamente ti ricorda che l'inverno è alle porte.
Metti che nella stessa mattinata riesci sia a sbrigare le beghe burocratiche in dieci minuti, sia a comprare senza intoppi una tuta nuova sia alla madre che al figlio.
Metti che dopo una pizza veloce, degustata allegramente nel bar del Decathlon di Cinisello, ti ritrovi in macchina senza meta, con la piccola peste che dorme beatamente sul suo seggiolino, cullato dalle asperità della strada del ritorno.
Metti che decidi di prendere dritto e proseguire per Varese verso il lago di Laveno, perché tempo addietro avevi promesso al tuo piccolo campione di fargli vedere le paperelle, le oche e i cigni ma anche perché tu, da ex-marinaio, ogni tanto hai bisogno di vedere un po di acqua muoversi.
Metti semplicemente un sabato di fine autunno al lago: solo tu, la tua compagna di vita e tuo figlio.


Metti che tuo figlio le prova tutte per tuffarsi nel lago ad acchiappare le papere, continuando a chiamarlo... mare.

domenica 30 settembre 2007

La doccia nella vecchia fattoria

Durante la settimana, la doccia per me è semplicemente uno dei processi della catena di montaggio che consentono al mio corpo di passare dallo stato di morte apparente che assumo durante il sonno, allo stato di semi incoscienza con la quale mi trascino fumando verso il box auto. Stato che per mia fortuna va via via dissipandosi nel momento in cui infilo il casco e i guanti prima di salire in moto. Il sabato è ovviamente il giorno da dedicare alle faccende da sbrigare: la spesa, le scarpe da comprare alla piccola peste, le bollette da pagare, il salto al Castorama per comprare questo o quello, eccetera, eccetera. Poi, inaspettata arriva lei, la signora di tutti i giorni: la domenica. In quel giorno speciale, la linea di produzione è ferma e per una volta è il cervello a svegliare tutti gli altri organi (e non i reni come accade nel resto della settimana). La mia compagna di vita sa che se c'è una cosa che adoro fare è dormire con la radio accesa e così alle 08:01, quando Lorenzo inizia a reclamare a gran voce la sua colazione al grido di latte! latte! Mamma sveglia! la sento darmi un bacio prima di alzarsi e dirigersi, chiudendo la porta della camera da letto, verso la cucina con il piccolo braveheart al seguito. Io rimango giacente lì, in uno stato di sonno cosciente ad ascoltare musica fino al momento in cui, ormai sazio, decido di rimettere i piedi per terra. Un lungo e rumoroso sbadiglio degno di un orso che si ridesta dal letargo avverte i coinquilini del mio risveglio. Un rapido passaggio dal bagno per consentire al guerriero di tornare nello stato di quiete e quindi dalla cucina, per carpire un bacio dalla splendida donna che già da qualche ora è indaffarata a sistemare i bagordi della sera prima. In attesa che il caffè spanda i suoi aromi per la casa e si palesi magicamente trasportato dalla mia geisha, mi siedo sulla poltrona in pelle nera della mia scrivania, recente acquisto della scuderia, per un rapido sguardo alla blogosfera. Un commento qui, una risata lì e il momento delle abluzioni è finalmente arrivato. Trovo il piccolo uomo nella vasca intento a simulare un motore fuoribordo spernacchiando l'acqua del bagnetto. Una risata, una carezza ed entro nel box doccia dove l'acqua calda questa volta non serve a riattivare le sinapsi, ma solo a coccolare me stesso. La piccola peste intanto canta iaaa, iaaa, ooohh e decido di unirmi volentieri al coro. Così, tra uno shampoo e un'accurata strigliatura di ascelle e pudenda, il bagno viene inondato dagli animali dello zio Tobia: il cavallo, il cane, la mucca e l'asinello da me nominati vengono seguiti dal regolare verso emesso dal piccolo uomo in infusione. Esco, mi avvolgo nel telo da bagno e mi dirigo verso lo specchio per espletare quella biblica condanna che affligge noi uomini: la barba. Sì perché se le donne hanno le loro cose, noi maschietti abbiamo la rasatura. L'unica differenza è che quando abbiamo la peluria incolta per pigrizia o come nel mio caso, semplicemente per recuperare qualche minuto di sonno al mattino, non possiamo addurre scuse da sindrome prerasatura. A volte non so se preferirei avere le mie cose: d'altronde stando alle pubblicità al gentil sesso basta un bell'assorbente alato e via giù con il paracadute prima di accompagnare i figli a scuola. Lorenzo assiste divertito alla scena del mio volto che viene riempito di soffice schiuma bianca dal pennello e quindi al rasoio che asporta via l'odiosa escrescenza tricotica. Poi la crema dopobarba, il gel sui capelli, il deodorante per l'ascella perché va bene essere maschi unti e muscolosi, ma l'ascellazza puzzosa mi sembra eccessiva, e sul mio volto riappare lo sguardo sereno di un tempo.
Mi dirigo verso la cucina per preparare il pranzo: oggi vista la fredda giornata una polenta e sugo sembra l'ideale. Mescolo gli aromi alla carne e dopo la sua tostatura nella cipolla, aggiungo un po di buon vino rosso e di quel meraviglioso prodotto del sole siciliano chiamato estratto di pomodoro del quale ogni anno non dimentico mai di portare con me una piccola scorta. Lorenzo mangia in soggiorno davanti i cartoni, noi ci concediamo un tête-à-tête in cucina. Al termine caffè con uno schizzo di sambuca e quindi come un vecchio leone mi adagio sul divano, pronto a concedermi la meritata pennica. Scelgo il programma adatto su sky che non abbia nulla a che fare con l'odiato calcio ovviamente. Trovo un programma sui costruttori di motociclette che mi sembra ideale. La piccola peste è nella sua stanza a giocare. Al mio risveglio un innaturale silenzio avvolge la casa, segno che il guerriero è a riposo. Preparo un tè da sorbire in attesa della ripresa delle ostilità. Mi seggo al computer e scrivo un post su questa domenica che sta lentamente volgendo al termine. Mia moglie è serenamente sdraiata sul divano davanti il televisore: è il suo turno. Se dovessi ricordare un bel giorno credo che quello di oggi entrerebbe di diritto nelle nomination. Ieri io e la mia amante, donna, compagna di vita abbiamo compiuto otto anni di matrimonio. Otto anni che a me sembrano otto giorni dove il tempo è scivolato via come gli orologi di Dalì. Otto anni in cui l'ho vista divenire sempre più bella, più donna. Vorrei che lo stesso copione di oggi andasse in scena più spesso, ma so che non è possibile. L'unica cosa che posso fare è conservarne il ricordo, per sempre.

[Foto]: Persistenza della memoria, Salvator Dalì 1931. Museum of Modern Art New York

venerdì 7 settembre 2007

Quando sarò grande


"Quando sarò grande e tu ridiventerai piccolo, sarò io ad accompagnati al parco papà.
Ti comprerò il cono con fragola e limone e giocheremo tutto il giorno sull’altalena."

"Quando sarò grande e tu sarai ridiventata piccola, mamma, anch’io un giorno non ti farò andare a scuola, prenderò la macchina e ti accompagnerò sulla spiaggia d’inverno, a scegliere i sassi più belli per farli rimbalzare sul mare."

"Quando sarò grande e tu sarai ridiventata piccola, mi prenderò cura io di te. "

[Avevo solo cinque anni. Sarebbe stato bello riuscire a farlo.]


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[Foto: Trey Ratcliff - "Cleaving the Earth" - www.stuckincustoms.com. Released on Creative Commons License.]

lunedì 30 luglio 2007

Per merenda

Quanche anno fa, tra le Macine del Mulino Bianco e una tazza di thè, si faceva merenda con
LORO!


Adesso provate anche voi a continuare a lavorare senza cantincchiarla! Camòn... lez muvenon nau! ... muvenon nau...

venerdì 27 luglio 2007

Ho visto cose che voi blogger non potete nemmeno immaginare...

In quest'era di Web 2.0, blog, social network, iPhone, iPod, iChefammchem'èvenuta, il computer sembra esserci da sempre. La musica è solo mp3. I film sono in divX. Le telefonate in Skype.
Ma non è sempre stato così. La metà dei ragazzini che conosco non credono che una volta non c'erano i browser. L'altra metà sono troppo stupidi. Anch'io alla loro età non credevo che la televisione una volta non esistesse, anche se i miei primi ricordi televisivi sono in bianco e nero. Mi ricordo i gettoni che mamma mi dava prima di andare a scuola. I numeri li tenevi a memoria. Era impressionante la quantità di numeri telefonici che riuscivi a memorizzare. Adesso non mi ricordo neanche quello di casa mia. Tasto verde e pronto?.
Già, con questi sarchiaponi, affari cinesi, scatole magiche o qualsiasi altro epìteto vi venga in mente per descrivere il computer, ci lavoro ormai da tanto tempo, troppo tempo. Quando ho cominciato ad avvicinarmi a questi strani cosi luccicanti, l'informatica era una materia che si studiava solo nelle Università. Avevo dodici anni. Il C64 l'avevo trovato per strada, buttato perchè era rotto. Io con quel C64 (aggiustato) ho iniziato a programmare. Lo connettevo alla televisione. Facevo strane saldature ai connettori e facevo accendere i led saldati su una basetta solo con la modifica di qualche riga di codice. Mi affascinava creare dal nulla. I giochi erano su cassetta e per giocare dovevi aspettare il caricamento sequenziale. Il contagiri ti indicava quanto rimaneva. Mentre lui caricava, io giocavo a pallone. Non sono mai riuscito a far capire a mia nonna cosa volesse dire studiare da informatico. Essere un programmatore. Per lei ero una delusione perchè non avevo fatto lo scientifico e avevo preferito imparare un mestiere. Ero più o meno un geometra o un falegname. La mia stanza era più che altro un laboratorio e gli schizzi di stagno per pulire la punta del saldatore, costellavano le pareti. I modem US Robotics in america viaggiavano già a 14.400bps. Gli stessi modem in Italia andavano al massimo a 9600 bps (baud per second). C'erano due problemi principali che ostacolavano l'adozione di quegli apparecchi sofisticatissimi: il costo proibitivo e il regolamento della SIP (perchè allora non c'era la Telecom) che impediva di connettere apparecchiature non omologate alla rete telefonica e il modem non lo era... Così ti accontentavi di costruirtelo da solo (contravvenendo ovviamente al regolamento SIP) il tuo accoppiatore telefonico che al massimo andava a 600/2400bps perchè la linea di casa era già vecchia allora. L'occorrente un pò lo compravi (sacrificando l'acquisto dei fumetti), un pò lo fregavi nel laboratorio della scuola. Disegnavi la scheda con il pennarello a rame. Poi l'acido. Le saldature. Qualche diodo qui. Qualche resistenza la. Qui ci piazzo il microchip!. Ti sentivi il costruttore pazzo di Jeeg il robbodacciaio. Facevi una strana connessione dentro il telefono grigio e papà si incazzava perchè gli stavi rompendo il telefono. Componevi il numero sulla ghiera del telefono.
Trrr. Tatatata. Trr. Tatatata.
Internet era agli albori, un piccolo neonato che parlava per lo più americano e chiamare in america costava troppo. Allora non c'erano i provider, c'erano solo le bbs (Bulletin Board System) e si chiamavano direttamente, come comporre il numero di zia al mare. Poi sentivi quei fischi. Erano musica per le tue orecchie. Il SysOp se ti conosceva ti faceva entrare. Gente pazza che praticamente non dormiva mai. Incollati ai loro monitor monocromatici o, per i più fortunati, a fosfori verdi che a me sono sempre stati più simpatici. Si, era bello. Poi venne il Dos, gli Ibm compatibili e tutto non fu più lo stesso. I dischetti da 5¼ e i modernissimi da 3½ che riuscivano a contenere ben 720 kb! Il mio telefonino aziendale ha una memoria più piccola del mio unghio e contiene 1Gb. Il macellaio ti manda una mail per dirti di andare a ritirare la carne e l'ottico ti manda un sms. Mio padre non sa ancora programmare il videoregistratore ma sa spedire un'e-mail. Le distanze non ci sono più. Adesso ci sono i blog, flikr, Second Life. In vacanza non mandi una cartolina: aggiorni il tuo blog. Per organizzare una cena mandi un'email. Per sentire un amico aspetti che si connetta con Msn. Strano mondo.
Buon week-end Amici.