martedì 17 luglio 2007

Le tre vite di Ivàn.

E’ strano come, adesso, tutto sembri sereno da quassù, tutto. Il coniglio, intento a scolpire con i denti il bastoncino di legno attaccato alla gabbia. Il quadro con i gatti stilizzati attaccato sopra il divano, che mi ricorda molto le composizioni astratte che si vedono d’estate sull’asfalto delle autostrade. Perfino quel tavolino per il telefono, posto all’angolo tra i due divani, per il quale ho sempre avvertito un profondo sentimento di odio.
L’aveva comprato l’anno scorso mia moglie da un rigattiere sulla Darsena del Naviglio, nel tratto in cui attraversa il centro della città. Da oramai qualche anno a questa parte la cara donna ogni ultima domenica del mese, è solita strapparmi dalle amorevoli cure del mio amato divano per trascinarmi alla fiera che viene puntualmente allestita in quel luogo stretto e ameno da rigattieri, antiquari, furfanti, pittori squattrinati, artigiani, borsaioli e chiunque altro abbia qualcosa di inutile da vendere alle centinaia di polli che puntualmente vi si recano per farsi spennare, allegramente convinti di trovare, tra la miriade di cianfrusaglie esposte, degli inestimabili pezzi da collezione.
Sui banchi vi si può trovare di tutto: dalle vasche in ghisa dell’ottocento ai telefoni neri di bachelite degli anni settanta, dai souvenir di Murano - memori di fortunate o meno lune di miele - alle medaglie al valore dell’ultimo conflitto mondiale. Dalle foto ormai ingiallite di arcaici amanti ad interi annali della domenica del corriere, con l’illustrazione di Molino o Beltrame dell’evento della settimana. Ma soprattutto mobili: di ogni sorta, foggia o stile. Antichi (un modo gentile per dire vecchi) e solo da restaurare leggermente (ovvero così tarlati da essere buoni solo per attizzare il camino). Insomma, se cercate una di quelle cose per le quali poco tempo prima avete pagato profumatamente qualcuno farvi sgomberare la cantina, lì la troverete sicuramente.
Mia moglie ha una procedura ormai consolidata per trattare un affare, come dice lei.
Procede con disinvoltura tra le bancarelle, fissando tutto con uno sguardo perso nel nulla misto a disprezzo che sembra dire a chiunque lo incroci “Guarda, caro mio, che io sono una grande intenditrice, cosa credi? Ho comprato tutti i fascicoli dell’enciclopedia dell’antiquariato in edicola, per cui non ci provare nemmeno a fregarmi!”.
Non appena la sua cornea si posa su qualcosa che anche solo vagamente, possa ricordare una delle foto viste su una rivista delle quali ha riempito tutta la casa, per prima cosa passa subito avanti. Poi dopo circa cinque, massimo sei minuti torna indietro per dare una seconda occhiata veloce sempre senza soffermarsi, ancora. Dopo un po’ ritorna e questa volta si sofferma, purtroppo.
Mentre il venditore aveva capito già al suo secondo passaggio di averle venduto quel pezzo e stava già calcolando come poter spendere il ricavato - Uhm, ci pago la rata del mutuo della villa al mare o le bollette della casa in montagna? - lei scruta con attenzione, ma sempre con fare disinteressato, l’oggetto del contendere: rigirandolo per le mani, avvicinandosi, inchinandosi, scuotendolo. Alla fine sentenzia: “Scusi... e quanto vorrebbe per questo?” Come per dire “Ringraziami brutto stronzo che forse e dico forse ti libero di questo peso inutile!” pensando in realtà tra sè e sè “Urca che fortuna! Ma come si fa a vendere un pezzo inestimabile come questo? E’ sicuramente un grande affare!.” Peccato che mia moglie come attrice abbia sempre fatto cagare e nella maggior parte dei casi la piccola quantità di materia grigia che le è stata amorevolmente donata dal Padre Eterno raschiando il fondo del barile (“Ehi… Mariaaaa…Mariaaaaaa… per favore mi porti altro cervello che mi è finito?... Papàaaaa… Si deve ordinareeee… chiamo subito il fornitoreeee… E adesso come faccio?... aspetta forse… vabè è poco ma dovrebbe bastare… anzi… la faccio bionda con gli occhi azzurri e così nessuno se ne accorgerà...!) la porti ad invertire le intonazioni dei due pensieri, per cui se prima il truffante aveva qualche minimo dubbio sulla possibilità di non riuscire a portare a termine la vendita, la sua voce eccitata spazza via qualsiasi brutto pensiero dalla testa di quel povero miliardario.
Io resto in disparte, a godermi lo spettacolo.
La mia funzione si palesa solo al termine delle contrattazioni. Sono il povero Cristo che deve trascinare il prezioso reperto - il cui peso va esponenzialmente ad aumentare al diminuire delle mie risorse fisiche - per tutto il resto della fiera. Una moderna via crucis che si ripete puntualmente ogni maledettissima ultima domenica del mese, senza alcuna Maddalena a tergermi il sudore ma solo centurioni pronti a frustarmi.
Quando acquistò il beneamato e preziosissimo tavolino tripode, la deliziosa consorte ha pure contrattato al rialzo per riuscire a strapparlo ad un altro acquirente interessato, la troia!.
Ora, come si fa, dico io, a pagare duecentocinquanta euro un tavolino che ha solo tre piedi, traballa e cade per terra regolarmente ogni volta che vado a rispondere al telefono?
A parte che è in stile Giovanni XVI – Mi risponde lei
Ma non si chiamava Luigi? - penso io in rigoroso silenzio
e poi ovviamente non ti sei neanche accorto che fa pendant con il lampadario! Stupido! – Mi fa gentilmente notare lei
Ma in fondo, tu, che ne capisci di queste cose? Cosa ne vuoi capire! – rimbrotta lei.
Bhè certo, l’esperta sei tu! – accenno io sottovoce - e adesso levati và... che devo passare l’aspirapolvere – chiude lei.
Ovvio, penso io, c’è il gran premio e mancano due giri dal termine, quale migliore occasione per accendere quello strumento infernale inventato incrociando il motore di un boing 747 con un mantice per il camino al solo scopo di incentivare la vendita di cornetti acustici per sordi. Comunque, io non capirò molto né di antiquariato né di pendant è vero, ma secondo me il rigattiere e l’altro acquirente erano compari. Come nel gioco delle tre carte che fanno alla Stazione Centrale. Lo so. Ne sono certo. Me li vedo: noi due che ci allontaniamo con il tavolino monco sotto braccio e loro due che scaricano dal camioncino pieno di tavolini a tre piedi un altro tavolino disabile da affibbiare ad un’altra intenditrice, ridendo alle nostre spalle come pazzi mentre sventolano le banconote uscite dal mio portafoglio per vantarsi agli occhi degli altri furfanti!
Ma sì, che se li godano. Non mi importa più ormai perché tutto è sereno da qui, tutto.
E’ notte. Notte tarda. Un’altra notte come tante. Che silenzio. Che pace. Tutti dormono, sognano, fanno l’amore, scaricano lo sciacquone del cesso. E’ il vicino. Va sempre a pisciare a quest’ora. Ci puoi rimettere l’orologio. Ha la vescica collegata con l’Istituto Galileo Ferraris di Torino, quello dell’orologione della RAI e dell’uccellino della radio. Prima non ci avrei fatto caso. Non facevo caso a nulla prima. Guardavo senza vedere e sentivo senza ascoltare. Sopravvivevo e basta. Come quando ero militare, sul gommone, in attesa di effettuare lo sbarco a Mogadiscio, con la faccia dipinta di pasta verde – l’unica cosa che mi piaceva fare – il fucile automatico tra le gambe e lo zaino sulle spalle contenente cose che non ho mai usato ma che dovevo portare chissà per quale ragione. Perché così era stato deciso, da altri.
Il tenente, parlava, parlava, parlava…
Impartiva gli ordini con un’espressione seria e compita che lasciava trapelare quanto in realtà si stesse cagando addosso. Attorno a me, i miei compagni, lo ascoltavano con la medesima espressione. Io lo fissavo con uno sguardo interessato (non penso avessi la stessa espressione degli altri però) senza ascoltare nemmeno una parola di quello che diceva. Ero attirato solo dai colori che assumeva la sua faccia alla luce rossa della lampada della camera di sbarco. Ricordava i giochi di luce che si formavano dentro il caleidoscopio che papà mi comprò a sei anni alla Libreria del Sole. Dopo essermi congedato ho ripensato spesso a quella notte: chissà che fine ha fatto quel caleidoscopio. Penso che non lo saprò mai. Chissà perché avevo scelto quella vita. Forse perché non dovevo mai decidere, niente. Tutto era stato previsto e ancora per un po’ potevo tenere la testa sotto la sabbia, potevo prolungare la mia adolescenza in preda alla mia splendida sindrome di Peter Pan. E’ solo quando ti ritrovi a decidere di decidere che scopri di essere cresciuto.
A me è capitato quasi per caso. In un afoso pomeriggio d’estate, andando al garage per prendere la moto e iniziare a girare senza meta per la città. Giusto per non pensare alle brutte cose che avevo appena detto a quel tenero bocciolo di amorphophallus titanum(1) che ho scelto per moglie.
Era lì in agguato, il bastardo!
- Signoreeeeeee!
- Scusi Signoreeeeee!
Non mi voltai nemmeno, mica sono un Signore, io.
Signore sono solo le persone come un padre o un nonno. Quelle persone geneticamente modificate, nate già con i baffi, un lavoro e sposati con mamma o con nonna, a seconda dell’età che hanno deciso di affibbiargli in laboratorio. Continuai a camminare pensando ai cazzi miei come se nulla fosse, quando il piccolo moccioso ripeté più forte:
- SIGNOREEEEEEE!
- Ehiiii… LEIIII… SIGNOREEEEEEE!

Non so perché ma cominciai ad avere il presentimento che, forse, il tenero bricconcello ce l’aveva proprio con me, anche perché di domenica pomeriggio, ad agosto, per la strada, c’eravamo solo io e quei quattro ragazzini dall’altra parte del marciapiede e oltretutto il pallone era tra i miei piedi!
- Signoreeeeeeee!
- Può tirarci il pallone, Per favoreeeee?

E’ quello il momento in cui realizzai. Il momento fatidico in cui guardandomi riflesso nella vetrina a specchio della banca all’angolo presi coscienza che quell’omino grassoccio e brizzolato … ero io!
Tirai quel pallone a quei quattro piccoli bastardi – immaginando quanto sarebbe stato bello poterglielo tagliare sotto gli occhi – ricordando teneramente quando ero IO a giocare per strada alle due del pomeriggio sotto il sole cocente di una Palermo desolata, utilizzando per porta la saracinesca del garage accanto al palazzo. Le saracinesche dei garage sono perfette per giocare a pallone. A volte penso che dovrebbe adottarle pure la FIFA.
Essa ha la duplice funzionalità di:
a) Essere delle dimensioni regolamentari: né troppo piccola da non poter fare nemmeno un goal, né troppo grande da permetterne di farne troppi.
b) segnalare rumorosamente e senza possibilità di appello ciascuna rete che viene segnata.
Altro che Biscardi, processi e moviola!
Il boato inconfondibile prodotto ad ogni tiro non lascia possibilità di appello neppure al più grande principe del foro.
SBRAAAANNNNGGHHH!!!
GOOOOOOOOLLLL!!!

Naturalmente, il fatto che, magari, quel tonfo sordo a cadenza medio-fissa potesse forse disturbare il sonno pomeridiano dei poveri padri di famiglia tornati a casa dopo quattro o cinque infinite ore di estenuante lavoro passato a leggere la Gazzetta dello Sport al comune, non ci sfiorava minimamente.
E invece adesso sono io a non sopportare quei tonfi sordi provenienti dal fondo della strada e le grida esultanti dei mocciosi mentre sto dormendo beatamente sul mio divano – che non farà pendant con un cazzo ma è solo comodo – in una delle rare domeniche pomeriggio che mi viene concesso farlo.
E’ per questo che mi piace la notte. Di notte dormono tutti.
Quei marmocchi che chiamandomi Signore mi hanno fatto più male di quando scoprii che Babbo Natale non esiste, il vicino piscione e la portinaia cesso. Pure quel figlio di puttana del capoufficio, che mi ha negato l’aumento perché “devi capire che non sei più competitivo sul mercato, in un periodo poi di congettura economica particolare come quello in cui viviamo al momento, non potrei giustificarlo davanti la direzione!.
Dorme tutta la generica, mediocre e fetida umanità che mi circonda ogni mattina in metrò. Dorme persino mia moglie, che ho amato e tutto sommato, amo ancora.
Quella petulante e pignola donnetta che condivide il mio letto da anni rubandomi le coperte d’inverno e che mi sveglia di sabato alle sette del mattino dicendomi teneramente con la voce di un sergente istruttore:
Alzati! devo fare il bucato e devo cambiare le lenzuola! Poi dobbiamo andare a fare la spesa e dobbiamo andare a cercare quella credenza per la cucina! E comunque, mica vorrai dormire tutto il giorno no?
Nooooo – rispondo io – perché mai dovrei voler dormire tutto il giorno? Perché dovrei riposarmi?
Dorme pure il direttore di banca, che si scomoda a chiamarmi sul cellulare mentre sono in riunione per comunicarmi laconicamente:
Mi spiace (eh, come no?) il suo conto è in rosso da troppo tempo e quindi occorre trovare un’immediata soluzione o sarò costretto ad adire alle autorità competenti”.
Certo! Mica va a spendere soldi in tavolini senza gambe, lui.
Tutti dormono, Tutti, tranne me.
Ma tutto ciò non ha più importanza adesso, perché tutto è sereno da quassù, tutto.
Adesso, che ho finalmente capito di essere grande e di poter decidere della mia vita. Ora che ho finalmente cominciato a vivere, ad ascoltare, a notare i piccoli particolari.
Adesso, che mia moglie è andata a dormire e il maledetto tavolino menomato del telefono è andato accidentalmente a fuoco, come tutto il resto dell’appartamento, a causa della tanica di benzina che gli ho rovesciato sopra e del fiammifero acceso che mi è inavvertitamente caduto prima di chiudere la porta.
Adesso che la corda che avvolge il mio collo sta finalmente cominciando a stringere.
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[1] L’ A. titanum, un’aracea che può raggiungere i 2,30 metri di altezza, è stata scoperta nel 1878 a Sumatra dal botanico fiorentino Odoardo Beccari. E’ alto tre metri, cresce a una velocità di 10 centimetri al giorno e pesa 75 chilogrammi. E’ altresì nota per il caratteristico odore di carne in decomposizione e la forma fallica del suo fiore, da cui deriva il nome.

2 commenti:

Paola ha detto...

Buongiorno!!!!
Sono reale...si si si...informatica per passione...anche se ho scoperto di averne così tante di passioni che devo dosare le energie...innamorata della vita, in tutte le sue forme...ammaliata dall'intelligenza...e anch'io ADORO Capitan Harlok!!!
Mi piace il tuo blog...tornerò...:-)

Andrea ha detto...

Chissà come mai, ma la vita di mezzo è sempre la peggiore.

Drastico, ma esclude il buonismo ipocrita imperante ovunque nella nostra occidentale. Anche per questo mi piace il racconto.