giovedì 6 marzo 2008

... sette ...otto ...nove ...Dieci e Lode!

Dove eravamo rimasti? O come diceva il mio professore di statistica alle superiori dove eramo arrivati? Ma al meme ovviamente! Per la precisione il "Premio D eci e lode" conferitomi da quella splendida forma d'arte che corrisponde al nome di Maria Rita, con la seguente motivazione: "per la divertente ironia con cui riesce a discutere tutti, ma proprio tutti gli argomenti!".

Premio D eci e lode

Ok, adesso dovrebbe partire la base di titanic e dovrei ringraziare il mio produttore, la piccola peste, il coniglio, la mia compagna di vita, il panettiere etc. etc. etc tenendomi le lacrime con le dita per non far colare il mascara. Ma non lo farò per tre motivi:

1. Non porto il mascara (con grande gioia della mia compagna)
2. Titanic mi sta sul c...
3. Avevo detto tre? Vabè... allora due.

Insomma, che dire, il premio è arrivato gradito come un bicchiere di JD on the rocks (... a proposito... quasi quasi) , come tutti quelli che avete avuto la bontà di affibbiarmi. E adesso, prima che il mio ego continui a gonfiarsi tanto da strappare la maglietta come Hulk, passo alle nomitation.

Ho il piacere di conferire il premio a 3 blogger:

Sergio: per la sua abilità nell'appassionarmi ogni volta che leggo un suo racconto, con il suo modo di scrivere fresco e alla sua ironia mescolata sempre ad una dose di amarezza, e alla fine mi ritrovo sempre con gli occhi lucidi.

Janas: per il suo essere così ... cosi... splendidamente Janas! Le sue parole, le sue foto sono capaci di trasportarmi nella sua campagna e senza accorgermene mi ritrovo disteso al sole di Sardegna a fumare...

Chiara*: è da poco che leggo i suoi post, ma ho subito trovato quell'affinità nel suo modo di pensare ed affrontare la vita che l'ha subito fatta entrare di diritto nel mio blogroll.

Desaparecida: La mia Desa, la splendida gatta nera capace di avermi fatto conoscere più poeti della mia professoressa di italiano.

Ross: che volete farci? La adoro! Non posso fare un meme ed assegnare qualsiasi premio senza citarla.

Avevo detto tre? Azz... stasera non ci prendo proprio...

mercoledì 5 marzo 2008

Ho solo vissuto.

Tlak... tlak... la porta è aperta, le valigie deposte per terra. Butto le chiavi nel cestino sulla mensola dell'ingresso. Il buio avvolge la casa. Apro le finestre, cercando di fare andar via l'odore di chiuso. Un ragnetto ha deciso di occupare abusivamente l'angolo tra la finestra e il balcone: lo sfratterò più tardi. Tornare in questa casa, seppur virtuale, dopo tanti giorni di assenza provoca le stesse sensazioni del rientro dopo un lungo viaggio. La luce del giorno torna a filtrare dai vetri opachi delle imposte, rischiarando i luoghi familiari, gli oggetti. La patina di polvere depositata sui mobili, sullo schermo del televisore, sulle penne inserite ordinatamente nella tazza della scrivania testimonia la lunga assenza. E' ora di riprendere le vecchie abitudini, di rivedere i vecchi amici.
Cosa ho fatto in tutti questi giorni? Semplice: ho vissuto.
Ho vissuto lavorando 5 giorni su sette in ufficio e 2 su sette al box, per renderlo migliore, pulito, per renderlo finalmente mio. Ho rasato i muri, intonacato, verniciato le pareti e il pavimento. E' pronto, anche se manca ancora la verniciatura della porta, ma quello verrà con calma. E' arrivato il momento di costruire, di rinnovare. Tra poco toccherà alla casa, quella vera: dovrò sostituire gli infissi, cambiare il bagno, mettere il parquet nelle stanze, pianificare, preventivare, intonacare, verniciare. Devo fare coincidere tutto, il tempo è poco e i soldi anche di meno, ma sono fiducioso.
Nel frattempo, tra una pennellata e l'altra, pensavo ai miei amici. Forse anche loro in quel momento si stavano domandavano cosa stessi facendo. Mi sarebbe piaciuto passare da loro in silenzio, guardando dalla finestra cosa stessero facendo, senza disturbare, senza avere la forza di bussare al vetro per dire semplicemente "Ehi, ci sono!".
E' uno dei miei tanti difetti: penso, e forse lo do per scontato, che gli amici ci siano sempre, anche dopo una mia fuga. Spesso non mi faccio sentire per giorni, mesi a volte. Ma l'amicizia, quella vera, si misura forse nel numero delle volte in cui ci si sente? In cui ci si domanda ehi, come stai? A volte la vita ti trascina via dagli affetti e silenziosa fa volare i giorni; senza farci caso ti ritrovi a girare un'altra pagina del calendario. Ed un'altra e un'altra ancora. Cosa hai fatto? Nulla, hai solo vissuto. Ma a volte è anche bello vivere, semplicemente, senza ricordi particolari. Con l'unica sensazione di aver attraversato un periodo sereno, senza novità, senza nulla da dover raccontare.
E gli amici? Si ricorderanno ancora di te?
Mi piace pensare di si perché l'amicizia, quella vera, riesce ad attraversare il continuum spazio temporale, le distanze, i silenzi.
"Ehi, come va?"
domanderai candidamente, come se ci si fosse lasciati il giorno prima e guardandosi negli occhi, lui capirà.

[Amico mio, accanto a te
non ho nulla di cui scusarmi,
nulla da cui difendermi,
nulla da dimostrare: trovo la pace...
Al di la' delle mie parole maldestre
tu riesci a vedere in me
semplicemente l'uomo.]

~ Antoine de Saint-Exupery ~

P.S. Tornerò presto alle vostre finestre, amici miei e questa volta busserò.

giovedì 14 febbraio 2008

Ciccipucci, Cippalippa e altre stronzate

Oggi è San Valentino e mi sono svegliato di buon'ora con il cuore romantico e lo stomaco in subbuglio. Spero che l'imodium faccia effetto velocemente.
La mia mente vola verso i più grandi innamorati della storia, dei quali permettetemi di elencarne nomi e gesta.

Adamo ed Eva: Lei raccoglie una mela, Dio s'incazza e Lei si fa il serpente.
Proserpina e Plutone: Lui la rapisce, se la fa e la fa uscire solo in estate per fare shopping.
Amore e Psiche: La madre di lui non vuole. Lui se la fa lo stesso al buio.
Tristano e Isotta: Lei gliela da e suo marito s'incazza.
Paolo e Francesca: Mentre leggono di Tristano e Isotta, Lei gliela da ma suo marito s'incazza e finiscono a fare kitesurf all'inferno.
Romeo e Giulietta: I genitori si odiano. Loro si ammazzano. Lei non fa in tempo a dargliela.
Ofelia e Otello: Lei perde un cleenex. Un nero glielo riporta e Lei non gliela da. Il marito si incazza lo stesso e l'ammazza.
Renzo e Lucia: Lei gliela vuole dare dopo il matrimonio. Un tamarro non li vuole fare sposare. Lei si becca la peste e lo scolo e poi gliela da.
Giacomo Leopardi e Silvia: Lui ha la gobba. Lei non gliela da.

La storia insegna: non aspettate San Valentino per amoreggiare. Tutti i giorni sono buoni per una bella s... e a proposito: fatelo subito prima che qualcuno vi ammazzi.

mercoledì 13 febbraio 2008

Invadeteci!

Vi prego, invadeteci.
Non ce la faccio più a sentire le stronzate di un vescovo che critica una scopata al cinema, dopo che ha passato la giornata a catalogare in ordine alfabetico la sua collezione privata di DVD di Rocco Siffredi.
Non ce la faccio più a vivere in un paese così incivile da considerare un aborto terapeutico un infanticidio. Una donna deve essere lasciata di decidere cosa fare. Personalmente non biasimo ne applaudo chi decide di non portare a termine una gravidanza: è solo una scelta personale, dolorosissima, dettata dalla condizione. Un paese per considerarsi civile, DEVE consentire la possibilità di scegliere.
Non ce la faccio più a vivere in uno stato che può permettersi di essere laico solo nella porzione definita e consentita dal vaticano (la v minuscola non è una svista).
E adesso tornano pure il cavaliere e il fascista che dopo essersi bellamente presi a pesci in faccia, si riuniscono come amici di taverna, per continuare a giocare a briscola con le nostre esistenze, pronti a farci ripiombare in una situazione degna delle peggiori dittature africane.
Vi prego cari amici limitrofi, invadeteci.

Fratelli Europei: Invadeteci

SOS Invadeteci!

venerdì 8 febbraio 2008

Preghiera di un ateo

Padre Nostro che si dice tu sia nei cieli, nel tuo attico con piscina e doppi servizi, ascoltami.

A me andrebbe anche bene fare la tua volontà sia nel celo che in terra però ti chiedo: tra una puntata di Amici e una di Desperate Housewiwes, posa la birra e le patatine sul tavolino e rivolgi il tuo sguardo verso quei piccoli omuncoli che hai costruito per gioco e successivamente abbandonato sullo scaffale come un libro di Moccia.

Qui il pane quotidiano si è fatto difficile guadagnarlo e di debiti ne abbiamo a iosa, quindi almeno i tuoi risparmiameli che la mia carta di credito è al limite.
Quanto ai nostri debitori, abbiamo smesso già da tempo di rivendicare i nostri diritti.

Ti ringrazio di avermi indotto in quella splendida tentazione che è la mia compagna di vita e visto che ci siamo, ti avverto che con lei ho intenzione di peccare ancora per molto tempo.

Non ti chiedo di liberarci dal male, perché ormai sarebbe troppo difficile anche per te, ma solo di concedermi la serenità della monotonia e la forza di continuare a lavorare.
Concedimi sempre il sorriso dei miei cari a ripagarmi di tutte le fatiche.
Concedimi ancora lo splendido tramonto di stasera.

E se scendi vieni pure a mangiare da noi, perché qui ormai gli unici a seguire davvero i tuoi insegnamenti sono solo gli atei, come me.

Amen.

venerdì 1 febbraio 2008

Make My Day Award

In questi giorni, leggere il giornale è un vero strazio.

Il governo è crollato. Ma nessuno dei partecipanti rimane mai seppellito sotto le macerie?
Allarme cocaina per gli under 18. COCAINA? COCAINA? Ma dico io, ma quanto cacchio guadagnano gli under 18 per potersi permettere la coca? Io per comprare un Dylan Dog dovevo impegnare i 3/4 della paghetta!
Falso in bilancio depenalizzato, Silvio Berlusconi assolto. A Silvie', perché la prossima volta non ti fai beccare con una canna, così magari fanno una legge che me piace?

Insomma, ormai per leggere qualcosa davvero interessante occorre spulciare la blogosfera. Spesso tra i post autoreferenziali, ironici, stampalati, velenosi e quant'altro si trovano delle vere perle che riescono a farti riflettere o anche semplicemente a strapparti un sorriso, e di questi tempi non è poco.



Questo è più o meno questo lo spirito del Make My Day Award, idea nata sul blog di un certo Napkin e salterellato in giro per la rete sotto forma di meme. Praticamente è una sorta di premio al blog che si ritiene riesca a fare felice la giornata con i propri post.
Ebbene, il vostro Mastermax ha ricevuto ben tre nominescion, e da tre splendide donne come se non bastasse! Maria Rita, Janas, Suysan: che posso dire? Grazie!
Ok, bando alle ciance e all'auto celebrazione (che io, come avete notato, rifuggo da ragazzo puro e semplice qual sono) è arrivato il momento delle scelte. Fosse per me vi nominerei tutti, ma le regole sono regole e a chi tocca, nun se 'ngrugna... come dicono a Bolzano.

Ross: semplicemente adorabile.
Mimmo: un vulcano di idee, un vero blogger!
Anathea: forse un giorno riuscirò a scrivere bene, nel frattempo traggo ispirazione da lei.
Desaparecida: scrive quello che sente avvolgendolo di un manto quasi magico.
Lula: una tanghéra, una mamma, una moglie, una dj: occorre altro per motivare la nomination?
Marlene: una ragazza che ha il coraggio di scrivere quello che pensa, come piace a me.
Madrigopolis: come lei stessa si è definita, è La Sora Franca della blogosfera.


martedì 29 gennaio 2008

Dodici giorni



Il testo che vi apprestate a leggere è stato interamente scritto tra le 5,50 e le 8,30 di martedì 8 gennaio, in macchina. Gli errori, gli strani costrutti verbali che troverete, fanno parte del modo di colloquiare tipico del palermitano. Avevo bisogno di capire, di analizzare. Dovevo eliminare tutti i fronzoli per arrivare al cuore del problema. Il passato e il presente si erano fusi a tal punto da non riuscire più comprenderne la forma. Dovevo riportare tutto alla condizione iniziale: due coordinate per un punto. La mia lingua natia sulle ascisse, i miei ricordi sulle ordinate.

Dodici giorni. sei più sei. Due settimane orfane di due giorni. Un periodo imperfetto composto da una coppia di giorni uguali: due giovedì, due venerdì e via andare. Una dozzina di punti croce ricamati tra la trama e l'ordito del tempo. Dodici giorni tutti diversi che non torneranno mai più, manco se uno ce li volesse pagare a peso d'oro. La doppia sestina inizia il 27 dicembre. La piccola peste è stata parcheggiata dalla nonna perché io e la mia compagna dobbiamo andare al Mediaworld e va a finire come l'altra volta per l'asciugatrice, che il negozio restò in piedi per miracolo. Imbocchiamo la Milano Meda, per spuntare a piazzale Maciachini e da lì imboccare il Viale Jenner per arrivare a Piazza Napoli, nostra meta finale. La lista degli acquisti comprende un nuovo portatile, un iPod, un aspirapolvere e un navigatore Tom Tom, che non ne posso più di starci un'ora a trovare una strada che è dietro l'angolo. E visto che ci siamo, visto che ogni volta che uno deve stampare una fissarìa deve sempre fare il vero abbile, il sangue marcio, ci accattiamo pure la stampante. Abbiamo deciso di renderci la vita più facile. Ce lo meritiamo.
Il primo giovedì della dozzina, il 27 dicembre, avevamo appena imboccato la Milano Meda e il mio cellulare emette quel fastidioso suono che vuol dire che ci arrivò un messaggio.
"Ma chi minchia è?" esordisco.
Mentre guido, prendo il telefonino e in rapida sequenza, schiaccio il bottone centrale per leggere chi si è permesso farlo squillare, e mentre sono in ferie per giunta!
1 messaggio in arrivo.
E' mio fratello. Leggo il messaggio.
"Max, è appena morto lo zio L" L. è il fratello di mia madre. L. è mio zio. O almeno lo era fino a ieri.
"Oh, cazzo!" sono le uniche parole che la mia bocca riesce a pronunciare.
"Ma che è successo?" Chiede la mia compagna seduta sul sedile accanto al mio.
Manco faccio in tempo a dircelo, che squilla il suo cellulare con la suoneria di pollon. E' A. mia cognata, la moglie di mio fratello.
"Patry? E' morto lo zio L." ci fa mia cognata al telefono, le dice mia cognata al telefono.
"Si, me lo stava dicendo Massi..." ci fa mia moglie a mia cognata al telefono.
"Mi chi ci vinni?" Che cosa gli è successo? Faccio io mentre guido. D'altronde non era neanche tanto vecchio.
"Infarto, nella notte." Sentenzia mia moglie dopo che mia cognata aveva riferito la causa.
"Fino a ieri che era Santo Stefano, era in giro in bicicletta" aggiunge.
"Minchia!" esclamo.
Con mio zio non ci vedevamo da 7 anni. Dall'ultima volta che lui era salito a Milano e ci era venuto a trovare. Noi abitavamo ancora a corso Lodi, nel monolocale di 40 metri quadri comprensivi di bagno, cucina, ingresso, camera da letto, camera hobby, studio e tutto quello che ci facevamo. Tre anni ci abbiamo campato. Dormendo sul divano che la notte diventava letto e con la cucina che era più piccola del mio bagno attuale. Tre anni ci abbiamo campato. Tre meravigliosi anni. I primi. "La casa capa quanto vuole il padrone" si dice a Palermo. Picciotti, vero è!
Per lo zio avevo preparato la polenta con il sugo che io sapevo che a lui ci piaceva, perché lui è cresciuto con mia mamma a Pavia che mio nonno e mia nonna, qui in continente, ci passarono 10 anni. Quella fu l'ultima volta che lo vidi. Poi iddu, lui, si sciarriò con mia madre. Hanno litigato per via di mia nonna, che pure lei non era una santa, e allora non ci siamo visti più. Perché io sto lontano e quando scendo non ci penso mai ad andare a trovare i parenti, perché mi siddia, mi secca. E poi mia madre era sciarriata con lui e aveva pure ragione di esserlo, quindi perché andarlo a trovare?
Lo zio L. aveva un carattere burbero anzi veramente, per essere onesto, c'aveva proprio un carattere di merda. "Non è che perché uno è morto lo fanno santo" è stata la frase più ricorrente in questi giorni. Lo zio era ingegnere ed era sempre stato per me lo zio ricco perché lui aveva la casa di proprietà e il box e le mie cugine c'avevano sempre i vestiti belli e invece noi eravamo in affitto e a casa mia le scarpe si dovevano prenotare con due mesi di anticipo. Però almeno, in casa mia i libri non sono mai mancati. Ce ne avevamo così tanti che per passare nel corridoio dovevi metterti di sbieco. Pure nel cesso li avevamo messi. Ma a me non me ne fotteva nulla delle scarpe, neanche allora. Neanche oggi. Era lo zio taccagno, perché tutti lo sapevano che c'aveva lu immu, la gobba, il braccino corto come dicono qui a Milano. Era tirato insomma. "E' ricco, ma è taccagno" dicevano in giro. "Sono ricco perché sono taccagno" rispondeva lui. E' in quel box che ho imparato a stullichiare, ad aggiustare le cose. A capire come funzionano i meccanismi e ad imparare a sistemare le cose. Quando ero picciriddo lo zio L. mi passava a prendere tutti i sabati pomeriggio con il vespone e a me piaceva andare sul vespone, senza casco, che anche se casa mia dalla sua distava due strade, a me quel tragitto mi sembrava lunghissimo e speravo che non finisse mai. E qualche volta, che lui lo sapeva che a me mi piaceva, faceva il giro lungo, con la scusa che doveva andare a comprare qualche fissarìa da Migliore in via Notarbartolo, la ferramenta.
Ogni sabato pomeriggio, verso le tre, passava sotto casa con il vespone e senza manco scendere dal cavalletto, fischiava forte con le dita da sotto il balcone e io che lo sentivo, ci urlavo forte a mamma "Maaaa, c'è lo ziooo!".
Mia mamma si affacciava al balcone e lui sempre, tutte le volte, con tono quasi infastidito abbanniava, gridava "Ciao Lidù, fammi scendere il picciotto". Il picciotto ero io. E ogni volta sembrava quasi che mi facesse un favore a venirmi a prendere, ma visto che nessuno ce lo chiedeva mai di venirmi a prendere, io lo sapevo che allora voleva dire che a lui piaceva stare insieme a me al box a stullichiare, perché lui ci aveva due figlie femmine e a loro, alle mie cugine, non ci piaceva stullichiare al box. La matematica fu lui ad insegnarmela davvero. La fisica pure. La chimica anche. Lo zio c'aveva un carattere burbero anzi proprio di merda, ma sapeva spiegare bene. Mi voleva bene, anche se non me lo ha mai detto. Neanche io gliel'ho mai detto. "La megghiu parola è chidda chi un si dici." La parola migliore è quella non detta. A volte. Non sempre.
"Respira con il naso!" Mi diceva, mentre mi insegnava a nuotare a Mondello.
"Trattieni l'aria nei polmoni, che vedi che non affoghi!" Mi diceva mentre mi insegnava a galleggiare dove non toccavo, che a quel tempo era praticamente subito a pochi metri dalla riva, dove a lui l'acqua ci arrivava manco sopra il costume. Era alto lo zio L.
Dodici giorni fa è morto e io non ho pianto. Perché lo zio diceva sempre che piangere è da fimminedde, da femminucce e lui ci aveva due figlie femmine.
Quel giorno, siamo andati a comprare l'aspirapolvere che appena lo accendi si suca pure a mìa, il portatile nuovo che pare una televisione e la stampante. L'iPod e il navigatore non li abbiamo trovati che, vuol dire, tutti se li erano accattati? Tutti li avevano comprati? Manco se li regalavano a due a due finquando non diventavano dispari.
L'iPod lo abbiamo trovato il sabato prima di capodanno. Nella vetrina accanto c'era pure il Tom Tom del modello che volevo. Ma che fa, aspettavano a mìa? Aspettavano me?
Di lì a poco li avevo entrambi nelle mie mani.
Per me, le cose, gli oggetti, servono solo per essere usate e non è che muori se non ce l'hai. No, non muori, ma quando li tasti, quando li provi, allora inizi a chiederti come hai fatto a fare senza fino allora. Che', fa prima non si telefonava senza cellulare? Si telefonava lo stesso. Si usciva con il gettone e se c'avevi problemi, telefonavi a mamma e ci dicevi che tardavi. Ma quei due piccoli e insignificanti trabiccoli cinesi, per noi, rappresentano la fine di un capitolo. Rappresentano molto più dell'uso per il quale sono preposti. Arrivo a casa: accumincio a strumintiàre. Inizio a configurarli. Accendo per primo Mimì, il navigatore. Scarica, calcola, in un'orgia di preferenze, menù e sotto menù cerco di configurarlo al meglio. Al posto della frecciona blu ci metto pure l'icona della mercedes, che visto che ho una clio scassata mi sembra l'ideale. E alla fine, minchia, Mimì il navigatore le strade le trova davvero. Sono sempre stato bravo a strumintiàre. E quando sbaglio a girare, non mi cazzìa nemmeno, non mi sgrida nemmeno. Si limita mestamente a ricalcolare il percorso. E a me questa cosa mi piace davvero, abituato com'ero a ricevere le cazzìate dalla mia compagna. Forse sarà per quello che ci ho impostato una voce femminile, perché se devo mandarlo a fare in culo quando mi fa fare il giro del paese per girare l'angolo,
con rispetto parlando perché sempre di fìmmina si tratta, ci provo più gusto. Una sorta di rivincita silenziosa.
Per l'iPod invece la cosa è differente, a lui per rispetto non ci ho dato nemmeno un nome e invece lui, a me, mi ha aperto un mondo: il Podcast. Che praticamente vuol dire: "ascoltare tutto quello che ti pare quando vuoi". Il mio iPod, l'ho riempito di musica, delle foto di Lorenzo e Patry, dei filmati delle sigle dei cartoni alla televisione e di libri. Audio libri, come quelli che si leggono ai ciechi, che anche se ci vedi, ascoltarli è troppo bello. Bulgakov, Verga, Proust, Buzzati, Mann hanno trovato il loro posto tra i Queen e Pupo. Tra i Kiss e il video della sigla iniziale di Capitan Harlock. Quella con la ragazzina che corre lungo l'Arcadia. E poi gli sceneggiati radio della rai, quelli belli che ascoltavo da piccolo con mamma e che non sono più riuscito a sentire perché li fanno la mattina. Tutte le puntate insieme che così, non devo manco aspettare l'indomani. La notte mi addormento con le cuffie nelle orecchie; la mattina, mentre vado in ufficio, una delle due cuffie è cacciata dentro il mio orecchio. In ufficio idem. La tecnologia ho capito, è bella ma è un'escalation. Perché una volta che ci hai l'iPod, lo vuoi ascoltare sempre, e allora, l'autoradio, quella che c'hai da sempre e che ti ha fatto sempre ascoltare onestamente la radio e i cd adesso non ti basta più. Adesso ci voglio ascoltare l'iPod. Ci voglio ascoltare la mia musica. Ci voglio ascoltare i racconti di mezzanotte del terzo radiofonico, alle sette del mattino. Insomma, ci voglio ascoltare quello che mi pare. In una parola: Podcast.
Sono sempre stato bravo a stullichiare, anche senza il box.
Dodici giorni. Dal 27 dicembre al 7 gennaio. Ieri, sabato 5, altra tappa. Abbiamo comprato la macchina nuova. Ma no una macchinicchia nica nica, piccola piccola, la macchinona. La station wagon, che nel bagagliaio mi ci posso stinnicchiare per lungo. Dopo una vita di macchine piccole, che quando devi trasportare una sedia al ritorno dall'Ikea ti ritrovi la gamba puntata dietro la nuca tipo pistola e devi guidare tutto a sgimbescio, tutto storto, io nella macchina nuova, di sedie ce ne voglio mettere quattro senza neanche abbassare i sedili posteriori. Poi, con rispetto parlando, che minchia devo farci con quattro sedie nel bagagliaio non lo so, ma intanto ce le metto solo per il prio di vedercele dentro, per il piacere di vederle tutte dentro il bagagliaio. Quando ero piccolo, la mamma aveva una 126. Il bagagliaio praticamente era grande quanto il mio zaino. Però quando andavamo a mare, mia madre ci faceva stare pure l'ombrellone. Ma come faceva mamma, non l'ho mai capito. Adesso abbiamo 2 macchine. Indipendenza. Perché onestamente non ne possiamo più di fare tutti gli incastri che manco a tetris. "Allora io domani vado con il treno, così tu puoi andare dal dottore, mentre dopodomani devo prenderla perché devo andare dal cliente e con la moto aggigghio di freddo, muoio dal freddo". Manco Scipione e Giulio Cesare facevano tanta strategia. Un'altra tappa. Un altro punto per alleviare la vita. Non è stato facile ottenere quello che ci spettava, ma ce l'abbiamo fatta e questa è un'altra di quelle piccole (piccole per modo di dire) cose che sanciscono, nel bene o nel male, la fine del capitolo abbile e mala vita. La radio della macchina nuova ci ha pure l'ingresso per l'iPod. Ce la consegnano sabato prossimo.
Domenica sera Lorenzo fa finta di avere una piccola stella tra le mani. Viene da me: voleva che appendessi la sua stella immaginaria nel cielo.
"Io sono picco (piccolo) papà, appendi tu" mi fa.
"Ma neanche io arrivo al cielo, amore" rispondo distrattamente.
"E allora tu prendi scala papà e appendi la mia stella"
"Va bene. Allora tu mettila nel vaso e stanotte, mentre dormi, papà prende la scala e l'appende per te, va bene?"
"Siiiiii" dice, e va via contento dopo aver messo la stella nel vaso.
Quella notte qualcuno per me ha appeso la sua stella nel celo, senza la scala.
Lunedì mattina mia moglie mi chiama in lacrime e io capisco subito.
"E' morto il nonno, vero?" chiedo
"Si" mi dice, tra un singhiozzo e un altro.
"Piangi e sfogati. E' l'unico modo" tanto Lorenzo è all'asilo, che per fortuna ha riaperto i battenti dopo la pausa festiva. Il nonno era il suo, ma lo sentivo anche un po il mio.
Ieri sera ho prenotato i biglietti per lei, i suoi genitori e sua cugina. Ho incastrato tutti i voli affinché possano volare sempre assieme, tra andate e ritorni. Lunghi o in giornata per il funerale. Ho prenotato le auto. Ma io ai funerali non ci vado mai. Se uno è morto, basta saperlo. Non è che devo vederlo stinnicchiato per capirlo. E a sentire il parrino che predica, io non ci ho voglia. Io i cristiani, gli uomini, me li voglio ricordare tutti all'aggritta, in piedi.
Lorenzo è andato a dormire a casa del suo cuginetto Salvatore, Sasà, che noi dovevamo alzarci prima dell'alba del Signore.

"Ciao casa, io vado dormire a casa di Sasà"
Lui saluta sempre i luoghi: il carrefour, le giostre, il lago, la casa. Come se avessero anche loro un'anima. Ma forse ce l'hanno per davvero. Ha ragione lui. Penso. I bambini hanno sempre ragione. Quasi.
Stamattina mi sono alzato alle 3,30 per accompagnare mia moglie e mia suocera a Linate. Alle 5,30 ero già in ufficio. Parcheggio, spengo la macchina. Infilo l'iPod nelle orecchie. Mi guardo intorno. La barbona di via Monte Bianco sta dormendo dentro la sua tenda. Apro il portatile e inizio a scrivere. Di getto. Mi accorgo che è già mattino quando la luce dell'alba illumina finalmente la tastiera del portatile. La barbona accanto a me, che nel frattempo è uscita allo scoperto dalla sua tana cittadina, sta comodamente defecando sul marciapiede, di fronte la vetrina di una Banca. Sulla vetrina della banca. Bhè, mi dico, non poteva trovare luogo migliore per farlo. Lo scrivere si è fatto più tenue. L'ordine è stato ristabilito. Ascisse e ordinate. Trama e ordito. Posso riporre gli attrezzi nella cassetta e guardare scorrere nuovamente il mio presente.

[Foto: Trey Ratcliff - "The Open Road" - www.stuckincustoms.com. Released on Creative Commons License.]

domenica 27 gennaio 2008

27 Gennaio 1945

Oggi ho solo voglia di non dimenticare.
Non dimenticare l'abominio della mente umana.
Oggi tra i miei tatuaggi, immagino un numero sul braccio sinistro, che pulsa, che grida di dolore e rabbia.
Oggi indosso un triangolo rosa, marrone, rosso, nero, indaco. Una stella di David gialla è appuntata sul mio petto.
Ma l'uomo non impara dai propri errori. E oggi come allora, assistiamo inermi ad altri campi. Appuntiamo mentalmente altri triangoli al petto di altri fratelli, di altre sorelle. Commemoriamo gli esseri (non mi viene altro termine) che promulgarono le leggi razziali definendoli statisti.
Figlio mio, quando sarai grande ti racconterò quello che appartenenti alla la tua, alla mia, la nostra razza fecero tanti anni fa. Te lo racconterò per aiutarti a capire e a fare le giuste scelte. Per aiutarti a capire che l'odio non porta mai a nulla, che tutti gli uomini sono, devono essere gli stessi ai tuoi occhi. E se tu lo capirai, io mi sentirò sollevato perché tu, figlio mio, non apparterrai a loro, le uniche persone che occorre davvero odiare.

« Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai. »

(Elie Wiesel, tratto da La notte. Wiesel fu rinchiuso ad Auschwitz all'età di 16 anni)

sabato 12 gennaio 2008

Un uomo sbronzo

Si, lo ammetto. Mi piacciono i vizi. Tutti.
Sono come le fragole su una buona torta al cioccolato. Certo, la torta sarebbe buona già di per se, ma volete mettere la sensazione di sublime appagamento che si prova aggiungendo al caldo e soave gusto del cioccolato il suadente sapore di una fragola rossa e ben matura? I vizi sono la parte buona della vita. Il dolce alla fine del pasto. Quando si va al ristorante, si ordina il primo o il secondo per fame. Che il primo sia una eccellente carbonara, dei maccheroni al sugo di pajata o un meraviglioso piatto di pasta con le sarde, che il secondo sia una invitante bistecca o un flan di verdure al formaggio, il primo e il secondo piatto vengono ordinati in base al livello di appetito presente al momento dell'ordinazione. E' per questo che non si dovrebbe mai fare la spesa quando si ha fame. Si finisce con il carrello pieno di golosità che poco hanno a che fare con le reali necessità giornaliere. Ma il dolce no. Il dolce viene ordinato sempre al termine del pasto. E' il vero peccato di gola. Ammettiamolo: quando ordiniamo il dolce, la fame è già state appagata alla fine del secondo, ma quando il cameriere inizia ad elencare la lista delle prelibatezze presenti, non riusciamo a resistere: dobbiamo avere quella porzione di tarte tain calda alle mele, quella cocotte di crema catalana, quella fetta di torta al cioccolato. Per questo i dolci devono essere curati con maggiore attenzione rispetto ai piatti di portata: essi rappresentano la nostra intenzione di peccare e pertanto devono esaudirci in tutto: vista, olfatto, gusto. I vizi sono la nostra torta al cioccolato a fine pasto. La nostra fragola su una torta già perfetta.
Si, lo ammetto. Io adoro i vizi. Tutti.
I vizi sono la componente che consente alla vita di essere meno scialba: una sigaro alla fine di un buon pasto, un buon bicchiere di cognac o di whiskey sorseggiato in compagnia di amici o della persona con la quale si divide, bene o male, la nostra esistenza; una bella notte di sesso senza freni, senza false inibizioni dettate da una società bigotta o falsamente moralista. Ma per vizi non intendo i sette fottuti vizi capitali o chissà quali altre stronzate inventate dai preti. No, non mi riferisco all'invidia, all'accidia, all'avarizia. Quelli non sono vizi. Sono componenti dell'esse umano. Dell'essere umano stronzo. Un avaro non potrà mai conoscere il bello dello spendere dei soldi senza un motivo. Non capirà mai il bello della condivisione, del gusto perverso che c'è nello spendere soldi per un paio di scarpe, per un oggetto che non serve ma indiscutibilmente ci piace. L'invidioso non saprà mai cosa si è perso, intento com'era ad invidiare la vita degli atri. L'accidioso non capirà mai il bello del donarsi agli altri. No. Quando parlo di vizi non mi riferisco a quello. Mi riferisco al peccato nel sua accezione più alta. Il vizio è prendere il bello delle cose. Pretenderlo. Assaporare il gusto della vita, esaltandolo. Il gusto di un buon bicchiere di Gewürztraminer con un piatto di uova agli asparagi, di un panino al tonno e pomodoro dopo una bella scopata assieme con la persona che ami. Di una canna in riva al mare con gli amici. Diciamolo chiaramente: i virtuosi non hanno mai capito un cazzo. Quelli che "io non bevo perché è sbagliato", quelli che "io non mangio carne", quelli che "io faccio sport e conduco una vita sana " non sanno cosa si stanno perdendo.
Si, lo ammetto, io vado pazzo per i vizi.
Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con essi. Da giovane stavano quasi diventando un problema. L'alcool ad esempio stava diventando una necessità che mi spingeva a chiederne sempre di più. E' quello il solo problema con i vizi: sono belli. E come ogni cosa bella ne vuoi sempre di più, sempre di più, fin quando ti accorgi di non poterne più fare a meno. Per me, tanti anni or sono, è stato così. Mi sono accorto che una bottiglia a settimana di JD era troppo e prima ancora, che non riuscivo ad uscire dalla mia branda se non davo un sorso alla mia fiaschetta di metallo contenente gin: ultima cosa che baciavo prima di dormire. La prima che salutavo al mattino, prima di infilarla nella tasca della mimetica. Ero incorso nel peggiore degli errori: trasformare la beltà di un vizio in un'abitudine e io amo troppo i vizi per trasformarli in un'abitudine. Il bello è anche sapere quando fermarsi. E io mi sono fermato in tempo, tanto tempo fa. Da solo. Ma ogni tanto... come stanotte, quando sai di potertelo permettere, è bello arrivare al quarto (o quinto ?) bicchiere di JD, attinto da quella bottiglia impolverata nella credenza. E' bello sedersi al pc e fare ciò che ti piace: senza scadenze, senza pressioni. Scrivere con la testa leggera, come se in questo istante ci fossi solo io. Anche se le dita non rispondono ai comandi imposti dal cervello e devo spingere il tasto backspace ad ogni parola perché so di aver scritto chissà quale astrusa serie di lettere al posto della parola che volevo scrivere. Sapersi fermare al livello in cui tutta la stanza ti gira intorno ma riesci ancora a formulare un pensiero, mentre tutti dormono, quando i tuoi doveri si sono esauriti. Quando la tua compagna dorme assieme a tuo figlio. Quando per una notte, dopo chissà quanto tempo passato ad essere un uomo responsabile, un marito, un padre, torni ad essere solo un uomo. Soltanto un uomo sbronzo davanti alla tastiera.
Si, lo ammetto. Io adoro i vizi. Tutti.

domenica 6 gennaio 2008

E anche la vecchia stronza è volata via...

Ebbene si, alla fine me la sono cavata. Anzi. Devo ammettere che quest'anno siamo stati proprio bravi. Chiudendo sapientemente le frontiere di quel piccolo stato che considero la mia casa, abbiamo limitato i summit festaioli allo stretto indispensabile, riuscendo ad evadere le feste incolumi.
La piccola peste ha scartato i suoi regali la mattina di natale come pregustavo da tempo, ma solo dopo aver fatto colazione tutti assieme con il cuore colmo di gioia e la bocca impastata. Qualche giorno dopo, anche lo scoccare della mezzanotte è passato per noi nel migliore dei modi: la mia compagna di vita si stava concedendo una doccia rilassante mentre io giocavo al pc e il piccolo guerriero dormiva beato nel suo lettino. Il nuovo anno è così entrato nella più totale indifferenza nella nostra casa, mentre il cielo era un tripudio di luci che riportava la mia mente ad altre notti passate ad altre latitudini, dove il cielo era illuminato in maniera similare ma erano altri fuochi a tracciare le scie.
Ogni fine anno è tempo di bilanci e per me che sono un ritardatario cronico, il bilancio cade per la befana. Strano anno quello appena trascorso. Per alcuni versi è stato il peggiore che abbia mai passato, con momenti in cui l'inferno in confronto sarebbe stato per noi il giardino dell'eden. Per altri è stato un buon anno, dove il nostro lavoro è stato ricompensato come doveva. Non voglio ricordare niente, voglio solo alzare il volume dell'iPod nuovo fiammante (regalo della mia compagna) che ho adottato ed ascoltare in silenzio l'odore di quest'ultima notte di vacanza ...