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venerdì 23 aprile 2010

Reincarnazione

Ho letto che secondo gli indù il top di gamma per le reincarnazioni è la mucca, il che potrà andare bene a Bombay, dove piuttosto che mangiare una mucca si mangiano un sorcio, ma se ti va di sfiga e rinasci nel Texas? Il massimo che può capitarti è finire nell’offerta del giorno di Mc Donald’s o sul barbeque di qualche americano grassoccio il 4 luglio e fanculo a tutte le buone azioni fatte.
L’articolo proseguiva dicendo che, secondo la loro religione, ti passi tipo una decina di vite spaziando dal barbone assoluto, al bottegaio facoltoso o al monaco e se ti capitano sfighe indicibili tipo la peste e la lebbra messe assieme è solo perché in una vita precedente hai mandato a quel paese a qualcuno o hai schiacciato uno scarafaggio o, peggio, ti sei fatto un happy meal che in realtà era Madre Teresa di Calcutta e devi espiare.
Poi se dopo una decina di vite passate a chiedere l’elemosina o a perdere brandelli di carne in giro, decidi di fare il buono e inizi a fare tante di quelle buone azioni che al confronto Ghandi era un essere spietato senza cuore e pure un po’ stronzo, gli dei (non ricordo se quello con la testa di elefante o quella gnocca con tante braccia) ti fanno reincarnare in una mucca.
Che culo.
Altrimenti fai di nuovo il pezzente o al massimo il barbiere e altro giro altra ruota.
Così, dopo una vita spesa ad aiutare il prossimo, se ti va di lusso passi la tua bella vita bovina a brucare erba rancida e a digerire con due stomaci con un tipo che ti smanaccia le mammelle tutti i giorni almeno due volte senza invitarti neanche a cena.
A volte mi domando cosa avrò mai fatto di male nella mia vita precedente – che non ho già fatto anche in questa – per essermi reincarnato in un programmatore.
Ad ogni modo, secondo me l’idea è buona solo che hanno sbagliato premio: il top del top per una reincarnazione è la portinaia.
A parte l’essere tarchiata, di mezz’età, con uno spiccato accento terrone e analfabeta o quasi, non è poi così male.
Ti alzi all’alba e vabè, a quello prima o poi ti ci abitui.
Lavi le scale e i pianerottoli, almeno per i primi tempi giusto per fare bella figura, poi basta mettere fuori il secchio con l’acqua sporca e il mocio vileda per far vedere che lo fai.
Una lucidatina di tanto in tanto ai corrimano, il deodorante in ascensore, il vetril sul bancone e per quella giornata il lavoro fisico è finito e può finalmente cominciare il vero lavoro, quello mentale, perché la portinaia ha come compito primario quello di custodire: tutto.
Il palazzo, i suoi abitanti, le piante dell’atrio, i segreti: di tutti.
Come il famoso cinese in riva al fiume, vede le sue vittime passarle davanti tutti i giorni e lei le osserva, in silenzio, sorniona come un gatto, aspettando solo il momento buono per attaccare.
Il ragionier Agosti del secondo piano ad esempio, che non saluta e non incrocia mai il suo sguardo perché non paga il condominio da due mesi e ha paura di essere svergognato pubblicamente.
E poco importa se l’hanno licenziato due mesi fa e ha due figli da mandare a scuola e una moglie da mantenere: la portinaia ha il dovere di controllare, custodire, gestire e far rispettare l’ordine. E’ il suo mandato la cui investitura le fu data nella notte dei tempi dall’altissimo in persona: l’amministratore.
Ha il potere, per diritto sancito e lo esercita, a suo piacimento.
Vogliamo parlare della Signora Merati? Che se la intende con l’ingegner Fava, con rispetto parlando, quando i rispettivi consorti vanno in fabbrica il primo e in ufficio la seconda?
Puntuale come il postino, alle 10 e 30 dopo aver portato i figli a scuola e preso il caffè con le mamme al bar, la Signora Merati prende l’ascensore fermandosi al terzo piano invece che al primo, “a fare due chiacchere con l’ingegnere, che poverino ha la gamba rotta e sta tutto il giorno solo solo” dice lei. E dopo i soliti urli e strepitii, a mezzogiorno si sente riaprire la porta e loro due parlare sottovoce, rinnovandosi zitti zitti l’appuntamento per la mattina successiva, con la paura che qualcuno possa sentirli. Giusto in tempo per farsi una doccia, andare a riprendere i figli da scuola e preparare il pranzo al povero cornuto che tutte le mattine passa con il collo della camicia logoro, mentre lei va in giro con le scarpe di Prada e gli jeans firmati che “trova sempre all’outlet a prezzo di fabbrica…”.
E la signora Agostina del quinto, l’infermiera, che con quei tacchi alti sveglia sempre il signor Mimmo del piano di sotto che fa la guardia giurata e di giorno deve dormire; la signora Sporta, che è impazzita dopo la morte di suo marito e di notte si ubriaca e mette la radio a tutto volume svegliando i figli della signora Pinna del terzo piano. E gli immigrati del secondo e del sesto, che non danno fastidio a nessuno, ma con gli odori della loro cucina inondano alle sette del mattino la scala che per respirare ci vorrebbero le maschere a gas.
Tutto passa da quel bancone silente, come l’acqua.
E quello che non passa, viene riportato dallo stuolo di mogli, comari e affini che si lamentano della studentessa del settimo che esce con la minigonna più corta della cintura e dei mariti che quando la vedono passare le lasciano in dono gli occhi, sul culo.
Colonnelli fedeli che riportano puntualmente tutto quello che, per un fortuito caso, dovesse essere sfuggito al reportage quotidiano.
E poi la posta ovviamente: la quantità di informazioni che si può trarre dalla posta è incalcolabile.
Il figlio degli Sberna che si fa arrivare le riviste zozze a casa; l’architetto Sasso che non paga le bollette e gli staccano la luce un mese si e un mese no.
La signora Marisa, che invece non ne riceve mai e accusa ogni due giorni la custode, il deus ex machina del palazzo, di nascondergliela gridando e sbattendo le mani sul lindo bancone con il piano in vetro che poi tocca lucidare di nuovo con il vetril.
Chiudi a mezzo giorno, mangi il tuo piatto di pasta. Riposino dall’una alle tre meno un quarto e riapri il portone dalle 15 alle 19, passando il tuo tempo tra Oggi, Gente, Novella 2000 e altre interessanti letture, perché in fondo quel risicato pezzo di mondo all’angolo tra via Maria Maddalena e piazza Indipendenza è troppo piccolo per quel potere che una mucca non avrà mai.
Gli indù non hanno capito niente e io, se rinasco, voglio reincarnarmi in una portinaia.

martedì 10 novembre 2009

La bestemmia, il gatto e i veneti.

Ci sono giorni nei quali sento crescere dalle viscere una irresistibile voglia di bestemmiare e per bestemmiare non intendo l'utilizzo di locuzioni avverbiali quali "perdindirindina" o "poffarbacco", intendo proprio quella serie di volgari improperi rivolti verso quell'entità mistica e sovrannaturale comunemente chiamata Dio o Signore.
La cosa di per se sembra piuttosto facile ma purtroppo per una mente razionale e totalmente annullata dall'alcool e da qualche altra decina di vizi, non lo è.
Analizzando infatti l'etimologia della parola ateo possiamo notare che essa proviene dal greco atheos, ovvero l'unione della lettera α- "senza" e da θεός (theos) "dio", quindi letteralmente un ateo è una persona che ha deciso di non ammettere una entità superiore nella propria vita.
Di fatto razionalmente è la stessa rinuncia ad una qualcosa ad ammetterne implicitamente l'esistenza, perché di contro rinunciare a qualcosa di inestistente risulterebbe un gioco lessicale o una metafora priva di ogni significato; un pò come rinunciare ad un grifone o ad un ippogrifo.
In altri termini un ateo è come quelle persone che decidono di vivere senza macchina: se loro hanno deciso di andare in giro a piedi è proprio perché ammettono l'esistenza delle automobili e per certi versi, le automobili esistono proprio grazie alla loro rinuncia.
Quindi nel mio caso se bestemmiassi in qualità di ateo creerei un paradosso tale per il quale non solo diverrei io stesso il creatore di dio, ma ne dovrei accettare subito dopo l'esistenza per poterne successivamente rinunciare in modo da poterlo così offendere impunemente.
Ora non è tanto il fatto di offendere pesantemente qualcuno di superiore che mi spaventa, quanto il fatto di poter divenire senza volerlo il creatore di Dio, il che per un ateo è una grossa responsabilità e sicuramente per un semplice sfogo non ne vale la pena.
Quindi ora, alla luce di quanto espresso in precedenza, non solo non posso ancora bestemmiare ma non posso neanche più definirmi un ateo, bella sfiga!
Ma ecco che il cappellaio matto che risiede nel mio cervello mi passa di sottobanco una buona carta da giocare: mi definirò agnostico!
Già agnostico... Non ci avevo pensato!
Il termine agnostico deriva dal greco a-gnothein che letteralmente significa "non sapere", indicando cioè quell'atteggiamento concettuale con cui si sospende il giudizio rispetto a un problema poiché non se ne ha (o non se ne può avere) sufficiente conoscenza o sufficienti prove sulle quali basarsi, il che di per se può anche andarmi bene.
Ovverosia: io sono convinto che non esista alcuna entità superiore, però razionalmente la mano sul fuoco non posso metterla perché sulla base dei concetti quantistici per i quali qualcosa esiste se esiste un osservatore esterno che possa certificarlo, per quanto ne sappiamo potremmo anche essere tutti gatti Schrödinger dentro una scatola chiamata universo.
Quindi in definitiva, non avendo sufficienti basi sulle quali affermare l'esistenza di una entità chiamata Dio, non posso bestemmiare neanche in qualità di agnostico.
Vaffanculo, a volte vorrei essere nato in Veneto e ingnorante.

mercoledì 29 ottobre 2008

Ad ogni azione corrisponde una reazione senza formaggio.

Avete presente quei film in cui uno scienziato è intento a far correre un topolino dentro un labirinto e sol perché la cavia raggiunge il tozzo di formaggio posto alla fine del tunnel, lo scienziato riesce a trovare la cura per tutte le malattie del mondo compresa la cellulite? Ecco, più o meno questa è la sensazione che provo da qualche giorno, come se qualcuno o qualcosa voglia mettermi alla prova. Ecco, troppi anni di tabacco geneticamente modificato e di fitocannabinoidi hanno dato i loro frutti e quel che rimane della sua mente instabile è definitivamente andato in pappa, direte voi, e invece vi sbagliate perché il mio neurone funziona ancora correttamente, anche se al mattino trova sempre traffico sulla tangenziale ovest delle sinapsi, ma non divaghiamo perché il punto qui non è ciò che resta del mio ipotalamo, quanto le strane situazioni che mi trovo ad affrontare ultimamente nel corso delle giornate. L'altra mattina ad esempio, dopo aver lasciato come tutte le mattine la macchina in seconda fila con le quattro frecce ed aver gustato in pace il meraviglioso cornetto alla marmellata e il caffè dell'Ambrogina, mi accorgo che si era fatta una certa.
Una vecchina mi si avvicina e mi chiede "Scusi, mi darebbe qualcosa per fare colazione?"
Visto che un palermitano non negherebbe un caffé manco al suo peggior nemico, rientro nel bar ordino una brioches ed un cappuccino per la signora, quindi pago saluto ed esco.
"Oh, corbezzoli, son già le dieci... è opportuno che mi sbrighi a recarmi in ufficio" o come direbbero a Courmayeur esclamo "Minchia ch'è tairduuu!!".
Sgommo via, passo con il giallo che però c'aveva ancora quel qualcosa di verde, giro, allazzo, accellero e arrivo sotto l'ufficio. Uno dei parcheggi più ambiti della zona si libera al mio passaggio, frenata, retromarcia e alè, op è fatta.
"Minchia culo!" Parcheggio, prendo zaino, cellulare e ipod e scappo in ufficio.
Passo le solite otto, dieci ore a buscarmi u pani e magicamente alle 18,30 riesco a venir via da quel luogo di perdizione mentale. Camminando verso il parcheggio, noto una macchina posta in seconda fila davanti la mia,
"fanculo a stì terroni che parcheggiano sempre in seconda fila" penso, ma non lo dico.
Poco più indietro noto due vigili in moto che fanno i rilevamenti e una seconda macchina nel mezzo della carreggiata.
"Ah, niente, incidente ci fu."
Dopo essermi comunque accertato che la mia Lei fosse incolume, chiedo al proprietario della vettura in seconda fila se può liberarmi l'uscita.
La scena che si presenta ai miei occhi è a questo punto la seguente: vecchietto sul rincoglionito andante le cui mani ancora tremavano per lo spavento provocato dall'incidente con la vettura posta indietro all'altezza dei vigili, moglie del di cui sopra vecchietto - anch'ella sul rincoglionito andante - totalmente terrorizzata, macchina della succitata coppia non marciante, nel senso che non si accendeva manco con un fiammifero. I vigili, gentili come un calcio sui denti, mi informano che la macchina comunque non poteva essere spostata finquando non avessero completato i rilevamenti e che quindi mi conveniva aspettare. La terza sigaretta post uscita era già tra le mie labbra. Al termine, i gendarmi belli belli, salutano, salgono sulla moto e vanno via. L'automobilista coinvolto, fa firmare il CID, saluta e bel bello va via. Insomma per farla breve questa bella manata di fanghi, come dicono alle mie parti, questo manipolo di gaglioffi ci abbandona e sulla scena rimaniamo io e i due anziani con la macchina in panne. Armato di buona pazienza, faccio scendere la signora dall'auto e la faccio accomodare nella mia macchina, quindi provvedo a spostare la loro fino allo spiazzo del benzinaio e qui, tra i pianti della signora convinta di dover lasciare la macchina li e il totale rimbambimento del marito, cerco di far partire la loro auto, rassicurandoli che alle brutte li avrei accompagnati io a casa. Intanto quella cazzo di macchina non ne voleva sapere di mettersi in moto. All'improvviso il colpo di genio: le auto nuove bloccano il flusso della benzina in caso di urto violento, quindi chiedo al signore il libretto di istruzioni della vettura. Dopo aver visto porre nelle mie mani il libretto di istruzioni dell'autoradio, intuisco che forse è meglio desistere e torno a cercare nel buio quel fottutissimo pulsante di sblocco. Forse qui, forse li ed ecco che ad un certo punto le mie dita lo toccano! E' lui... trovato...
Un liberatorio E vafan 'ntò cuuuulooooo! smorza la tensione.
Lo spingo, giro la chiave e vrroooom, la vettura è pronta all'uso. Dopo i convenevoli di rito, mi accerto che il signore sia comunque in grado di guidare, quindi rimetto i due signori in strada e alle 20 riesco finalmente a dirigermi verso casa.
Ora ditemi voi se questo non è un preciso disegno! Analizziamo i fatti.
Da quando mi son trasferito in quell'ufficio non ero mai riuscito a parcheggiare in quel posto, quindi vuol dire che nell'esatto momento in cui ho parcheggiato lì al mattino, ero già entrato nel mio labirinto. Era evidentemente previsto che parcheggiassì lì, perché era previsto che i due signori quella sera dovessero tornare a casa con la loro auto. Si, ma il mio formaggio? Mah!
Insomma è un pò di tempo che qualsiasi poveraccio che incontro per strada ha bisogno del mio aiuto, che sia un turista perso dalla parte opposta di Milano, una signora che mi chiede un passaggio o un qualsiasi altro fottuto cittadino del mondo che ha bisogno di qualcosa.
Vado a far benzina ad un self service sperduto nella campagna Milanese? Ecco che subito trovo pronta la signora che non sa neanche dove si trovi il tappo della benzina.
Ma che ho scritto in fronte? Mutuo Soccorso?
"Dai, madiamogli quella vecchia che deve attraversare, vediamo come si comporta..." mi sembra di sentir dire alle mie spalle.
E se mi ribello cosa succede? Finisce il gioco? Cala il sipario ed esce fuori il regista? E se mi mettessi pure io a fare il pezzo di merda, di quelli che non guarda in faccia nessuno?
No, non sarò una persona buona e questo è sicuro, ma manco un fango però!
Quindi ora chiedo a colui il quale si sta divertendo: DOVE CAZZO E' IL MIO PEZZO DI FORMAGGIO?

mercoledì 17 settembre 2008

Elogio dell'inutile

Vi siete mai chiesti che razza di colore sia il pervinca? Io si, ed è questa una delle differenze tra voi e me: io mi pongo delle domande che nella maggior parte dei casi non servono a nulla e voi no; io utilizzo ancora il punto e virgola per separare due concetti interconnessi tra loro e non solo per fare le faccine sorridenti. Se ad esempio uno per la strada mi fermasse e così, d'amblè, indirizzasse verso il mio cospetto la parola "Blu", ecco che subito i miei occhi comincerebbero a visualizzare le immagini del mio mare siciliano o lo splendido vestito indossato da mia madre nel suo quarantesimo compleanno, e tutto senza che io abbia avuto la benchè minima volontà di farlo. Se lo stesso passante, non pago dell'esperienza precedente, tornasse ad esclamare nella mia direzione la parola "Rosso" ecco che - dopo aver ricevuto da parte mia una testata in pieno volto - il mio cervello o quello che ne è rimasto mi trasporterebbe per esempio nel bel mezzo di una corrida, ma senza Gerry Scotti, o tra le poltrone di quel piccolo cinema di periferia dove per la prima volta vidi un film insieme alla mia compagna di vita. Questo semplicemente perché, che lo vogliate o meno, l'occhio segue le vie che nell'opera gli sono state disposte* e voi non potete farci nulla. Perché il pervinca è un colore, che voi lo vogliate o meno; il pervinca è un fiore che senza alcuna richiesta, semplicemente... fiorisce: e voi non potete farci nulla. Perché se è facile apprezzare la splendida e quanto mai banale rosa rossa spuntata a seguito delle amorevoli cure del giardiniere, è altrettanto difficile apprezzare il meraviglioso sforzo compiuto da quel papavero che ha deciso di crescere ai margini di un campo di grano: egli è l'unica pianta inutile nel mezzo di un omogeneo campo di piante utili, ma il vostro occhio - che voi lo vogliate o meno - non noterà la spiga posta nella quarta fila da sinistra, no, il vostro occhio si poserà proprio sul quel piccolo fiore rosso cresciuto ai margini del campo, tra quelle stesse spighe con le quali morirà nel momento della mietitura, senza che lui o voi possiate farci nulla. Perché l'uomo è un pianista convinto di eseguire la più bella sinfonia mai composta, ma nella maggior parte dei casi il suo pianoforte non ha mai avuto alcun tasto, ed egli non solo non è mai stato in grado di suonare alcuna musica, ma non è stato neanche in grado di saper ascoltare l'assoluto silenzio che un pianoforte senza tasti è in grado di suonare e così, come quelle spighe di cui nessuno si ricorderà mai, morirà insieme al papavero rosso che aveva deciso di crescere sul ciglio della strada. Perché se un orologio rotto segna sempre l'orario esatto almeno due volte al giorno, che voi lo vogliate o meno, un orologio perfettamente funzionante ma sfalsato di qualche centesimo di secondo, in avanti o indietro fate voi, quel sottile piacere di perfezione non lo proverà mai. E così, anche se la pervinca è un colore assolutamente inutile, dopo aver letto queste righe che lo vogliate o meno, la prossima volta che incontrerete un uomo per strada che vi griderà "Pervinca!" voi visualizzerete quel piccolo fiorellino posto in alto a sinistra di questo post e anche in questo caso, non potrete farci nulla.

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[* Paul Klee (1879 – 1940), Pädagogisches skizzenbuch]

mercoledì 19 marzo 2008

AB qualcosa o AB normal ?

Sono una persona strana, e questo è un fatto. La mia vita è un continuo altalenarsi di momenti che vanno dalla produttività estrema alla totale apatia. Ci sono giorni ad esempio in cui riesco a svolgere da solo in poco più di una giornata lavorativa, il lavoro che normalmente verrebbe svolto in una settimana da due persone. Ce ne sono altri in cui per svolgere un compito che richiederebbe non più di una o due ore di lavoro, impiego due o tre giorni. E anche questo è un fatto. Se prendiamo quindi i due postulati e li mettiamo in quadrante cartesiano, potrei definire una giornata normale quella in cui il comportamento medio si pone al centro tra i due estremi. Quindi, nella migliore delle ipotesi, la mia normalità non supera mai il 50%. Ma qual'è la vera normalità? Volendo analizzare matematicamente il concetto, potrei definire normale un comportamento x, se tale azione rientra nella media delle azioni compiute giornalmente dalla maggior parte delle persone. Ora, non potendo analizzare il comportamento di tutta la popolazione terraquea, sia per l'esiguità dei mezzi a mia disposizione, sia per l'immane rottura di coglioni che comporterebbe, posso statisticamente definire un campione di persone e su quello basare la mia ricerca scientifica.
Dall'analisi del campione preso in esame, i comportamenti medi risultano quindi essere:

a. Pensare con qualche mese di anticipo alla meta per le prossime vacanze di Pasqua e/o Primo Maggio e/o Natale, etc. e contare i giorni che mancano ad essi.
b. Tifare per una squadra di calcio e a volte dover prendere la valeriana per sedare l'ansia da prestazione in vista di un match importante.
d. Riconoscere Ratzingher (o come cavolo si scrive) come una carica ecclesiastica o comunque una persona cui fare riferimento.
e. Non pensare costantemente alla propria compagna come un oggetto del desiderio, ma piuttosto alla bionda del negozio all'angolo.

Se tale campione fosse uno dei test di cioè, avrei totalizzato zero punti. Ciò significa che, secondo la mia teoria, anche la mia presunta normalità che pensavo si attestasse al 50%, in realtà si riduce ad un risibile 12,3% circa. Ovviamente non vi svelerò mai l'algoritmo usato per effettuare tale calcolo, ma sappiate solo che a me di essere normale non me ne frega un cazzo.
A me piace battere il cucchiaino sulla crosta bruna della crema catalana per romperne il guscio, parlare della giornata svolta a tavola con la propria famiglia, farmi tirare il dito da qualcuno prima di mollarne una, pensare che il mondo sarebbe migliore se la gente imparasse ad ascoltare il proprio cuore e non le banalità di un pastore tedesco, assaporare l'odore sprigionato dal legno dopo aver tagliato un nodo.
Adoro guardare il disegno che la mia piccola peste mi ha regalato ieri esclamando: domani è tua festa papà! e vederlo bellissimo. Adoro la mia anormalità.

venerdì 3 agosto 2007

Piange il telefono...

Alle donne, è risaputo, piace parlare, cianciare, conversare, dialogare, discorrere, malignare, spettegolare, mormorare, ragionare, colloquiare, discutere, esprimere, intervenire, narrare, trattare. Gli uomini comunicano.
Su focus di qualche tempo fa (il giornale era di quelli che finiscono ingialliti sul tavolino del barbiere sotto l'ultima freschissima copia di Max e Quattroruote) lessi un articolo che sosteneva come la razza umana abbia sviluppato il linguaggio proprio grazie al gentil sesso. Infatti, mentre gli uomini preistorici andando a caccia avevano la necessità di comunicare a gesti, per non produrre rumori che potessero far scappare le prede le donne delle caverne, non avendo di questi problemi, iniziarono a sviluppare la forma verbale tra loro. Sicuramente per spettegolare con la vicina della signora della grotta di sopra.
Con l’avvento del telefono, le donne potevano finalmente parlare tra loro non solo con le persone a loro vicine, ma anche con altre amiche a notevoli distanze. Penso che dopo la prima telefonata effettuata da Meucci per provare le funzionalità della sua invenzione, la moglie chiamò subito un’amica per raccontarle della scoperta del marito e di come era vestita quel giorno. Si, perchè le amiche parlano, comunicano, conversano. Si raccontano ogni piccolo particolare della propria esistenza: il colore delle scarpe con le quali sono andate a fare la spesa, il tessuto del reggiseno che portavano all'ultimo appuntamento con il lui di turno, il collega figo che si fa la collega brutta, acida e malvestita [traduzione maschile: una gnocca e con due pere enormi ndr.], e ovviamente noi: i loro compagni, mariti, uomini, amanti, figli, etc. Se il telefono fosse stato inventato al tempo degli egiziani, non occorrerebbe il test del DNA per definire il sesso di una mummia: basterebbe controllare se nei paraggi fosse presente o meno un apparecchio telefonico. Anche la mia dolcissima compagna di vita ovviamente non è immune dalla pratica, ma quello che proprio non riesco a comprendere è come le donne riescano a passare ore al telefono senza accusare il minimo cedimento. L’altra sera ad esempio era al cellulare con un’amica che non sentiva da un pò. Nello stesso lasso di tempo credo di aver cenato, fatto una doccia, giocato con mio figlio, visto un film alla televisione fino ai titoli di coda e ri-letto l’intera collezione di Dylan Dog [Ok.. solo l'ultimo numero... ma non è questo il punto.]

Compagna Di Vita - Allora ciao… si si ci sentiamo… ciao.. ciao.. Click.
MMMa chi era?
CdVXXXX… era un po’ che non ci sentivamo…
MMAh…
CdVSai, si è laureata … bla bla … ma il ragazzo è uno stronzo e l’ha mollato perché… bla bla... sua madre è una stronza…bla bla … sua sorella è una stronza… bla bla…
MMe il cane?
CdVdai… non fare come al solito… era tanto che non ci sentivamo…
MMcredo un mese..
CdVappunto!

Appunto? A me non succede nulla in un mese! Certo, se ti fai raccontare anche la lunghezza del tacco con la quale è andata a dibattere la tesi e il colore della maglietta con la quale il ragazzo l’ha mollata allora tutto si spiega. Si, perchè in tutto quel tempo non può averti detto solo queste quattro cose! Ok. Va bene. Adesso proviamo, per amore della scienza, a paragonare una situazione simile, ma condotta da un uomo.
Qualche tempo fa ho sentito un vecchio compagno di scuola che mi aveva inviato la partecipazione perché si sposava. Ci eravamo visti di sfuggita circa sei mesi prima all’aeroporto. Visto che non siamo potuti andare al matrimonio, la sera dopo lo chiamo per congratularmi.

MMOuu? Compà! Tutt’apposto?
AmicoOh… compà…Sì
MMTi sei sposato?
AmicoSi, tutt’apposto
MMMangiato?
Amico Si, bene. Pesce.
MM - Bevuto?
AmicoSi, tutt’apposto
MMGliel’hai calata?
[Traduzione: è andata bene la prima notte di nozze? ok… è volgare, ma tanto eravamo tra maschietti]
AmicoSi.. compà… apposto
MMVabè... allora ci sentiamo.
AmicoOk.
MMCiao, salutami… com’è che si chiama tua moglie?
AmicoXXXX.
MMok. cià
Amicocià.

La mia dolce metà, al termine della telefonata, mi chiede informazioni circa l’avvenimento.

CdVHai chiamato XXXX?
MMsi. Tutt’apposto.
CdV allora? Com’è andato il matrimonio?
MMbene.
CdV – com’era vestito?
MMbhò? Penso avesse una cravatta.
CdV non gliel’hai chiesto?
MM no.
CdVe lei? Com’era vestita?
MMbhò? penso in bianco.
CdVnon gliel’hai chiesto?
MMno. Però mi ha detto che hanno mangiato pesce e hanno bevuto bene.
CdVe il viaggio di nozze? Dove vanno?
MMBhò?
CdVMa non gli hai chiesto neanche questo?
MMNo… Però so che l’ha trombata bene!

Che dire. Penso che l'unico motivo per il quale la razza umana sia riuscita ad evolversi fino ai nostri giorni è perchè in fondo, a noi maschietti piace averle accanto, respirare il loro profumo, accarezzarle, guardarle cullare i nostri cuccioli. Anche se a volte preferiremmo lo facessero in silenzio.