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venerdì 16 settembre 2011

Post-it

Avere figli vuol dire riuscire a modificare l'impianto dell'acquario sulla scrivania mentre controlli che il piccolo nano di casa non si faccia troppo male con i vari attrezzi disseminati sul tavolo.
Avere figli vuol dire prendere il saldatore con le dita dalla parte del cannello perché eri distratto, facendo attenzione a non cacciare troppe bestemmie per non spaventare il piccolo.
Essere padre vuol dire rassicurare il piccolo prima di pensare di mettere del ghiaccio su quella bruciatura che ti fa malissimo.
Avere una famiglia vuol dire andare in ufficio in giacca e cravatta con un cerotto con topolino e minni al dito perché è l'unico che hai trovato.
Essere sereni vuol dire guardare quel cerotto per tutta la giornata e sorridere, fottendosene degli sguardi dei colleghi e non capire ancora adesso come hai fatto a cambiare.

mercoledì 29 dicembre 2010

Time caspule 2010

Visto che il blog è mio e me lo gestisco io, ecco una lista di cose in ordine più o meno sparso fatte quest'anno, a mia futura e ad imperitura memoria.

Lavorato tanto, ma davvero tanto, troppo as usual.
Sopravvissuto al giro di varicella di entrambi le pesti.
Portata la grande peste al Circo per la prima volta.
Fatta amicizia con il mio secondo figlio: certe cose hanno bisogno di tempo per essere metabolizzate, tipo la roba di essere di nuovo padre.
Fatta revisione caldaia e ottenuta certificazione dall'idraulico che l'ha installata dopo solo due anni di tentativi: se rinasco voglio fare l'idraulico.
Il primo giorno di scuola (elementare) di mio figlio Lorenzo e i primi passi di mio figlio Manuele.
Visti Il curioso caso di Benjamin Button, Avatar, The Road e altri non degni di menzione.
Ristrutturata cantina dopo solo quattro anni che mi ripromettevo di farlo, in compenso è venuta davvero bene.
Ho perso 18 kg e sono dimagrito due taglie, dalla 54 alla 50.
Acquistati gli ultimi lampadari e dipinta la parete della camera da letto di un bel rosso lampone dopo solo due anni dalla fine dei lavori: non sono pigro è solo la volontà a mancarmi.
Ritrovato ciò che avrei voluto (dovuto) trovare molti anni fa nel posto più bello che potessi pensare. Meglio tardi che mai.

Bye Bye 2010 and thank you for all.


[Gli umani sono sempre pronti a rimanere impigliati
nelle inutili regole che loro stessi si impongono.]
- Alucard

martedì 9 novembre 2010

Una mattina

Il cellulare che vibra, la sveglia sul comodino, il caffè fumante e il panino al latte con la marmellata di frutti di bosco, la doccia, l'eco dei cartoni alla tv, il solito ingorgo sull'autostrada dei condannati che prima di me hanno già effettuato le stesse operazioni che sto per compiere.
Gel, deodorante, profumo.
Camicia, pantaloni, cravatta, medaglietta al collo.
"A stasera..."
Scuola, ingresso, bambini che urlano, madri uguali.
"Mi raccomando, studia e fai tutti i compiti..."
Solite frasi di giorni uguali sotto un cielo grigio.
9 novembre, 20 Ottobre, 12 Gennaio, 37 Melambre, 14 Festante... che differenza fa?
Coda, traffico.
I soliti idioti alla radio che mi strappano un sorriso.
I soliti idioti al governo che mi strappano un vaffa.
I soliti...
Ufficio, caffè, brioche con marmellata.
Pausa pranzo, sette euro e quarantacinque primo e secondo con contorno.
E fuori piove, il cielo è grigio, freddo ed ormai è così dentro di me da esserci affezionato, da essere parte di me.
E in un balzo sono fuori, in un bosco, a vagare senza meta per le foglie e i rami secchi, a contemplare solo il fumo vaporoso che esce dalla bocca per il fiatone. Devo smettere di fumare.
Il pianoforte di Einaudi in sottofondo, Una mattina.
Una mattina, ripeto guardando fuori.
E riprendo a lavorare perché... perché devo, perché contano su di me.
A volte è dura essere me.
A volte, ma per fortuna non sempre.
Solo... una mattina, come tante.

giovedì 23 settembre 2010

Anno XXXVI, Vita V

Cosa dire sul numero Trentasei, a parte essere il quadrato del numero 6, a sua volta numero perfetto? Bhè, potremmo ad esempio cominciare con il dire che si tratta di un numero semi-perfetto poiché è uguale alla somma di quasi tutti i suoi divisori; il ché lo fa rientrare altresì nella famiglia dei numeri di Harshad vista la sua divisibilità per la somma dei due numeri che lo compongono.
Trentasei è il numero atomico del kripton (Kr), il numero di tasti neri di un pianoforte e il prefisso internazionale dell'Ungheria.
Il 36° Articolo della Costituzione Italiana recita: "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa" ma come purtroppo sempre più spesso notiamo, non sempre esso viene ad essere rispettato.
Se decideste di fare un viaggio e inseriste le coordinate 36°36'N 36°36'E sul vostro navigatore satellitare, vi ritrovereste in un desolato campo montuoso nei pressi di Karri in Turchia, mentre se foste a Parigi, al 36 de Quai des Orfèvres, lungo la Senna, trovereste la storica sede della polizia della capitale.
Tutte le mamme, a Parigi o in qualsiasi altra parte del mondo, alla trentaseiesima settimana di gestazione sono ormai arrivate al termine del loro cammino e attendono impazienti di conoscere da un momento all'altro la propria creatura.
In questo mio trentaseiesimo anno di età, undicesimo da sposato, sesto da padre, il primo della mia quinta vita, ho visto muovere i primi passi di Manuelito, ho visto varcare per la prima volta la soglia delle elementari al mio piccolo grande uomo, ho visto gli occhi della mia compagna come mai prima d'ora e ho imparato che alcune cose non vanno chieste, ma semplicemente prese.
E mai come adesso, mi ritrovo più giovane di tanti anni fa.
Dimenticavo, se dovesse capitarvi di sognare delle nacchere ('e Ccastagnelle), giocate il 36.


[Per quello che vale, non è mai troppo tardi, o nel mio caso troppo presto, per essere quello che vuoi essere. Non c'è limite di tempo, comincia quando vuoi, puoi cambiare o rimanere come sei, non esiste una regola in questo. Possiamo vivere ogni cosa al meglio o al peggio, spero che tu viva tutto al meglio, spero che tu possa vedere cose sorprendenti, spero che tu possa avere emozioni sempre nuove, spero che tu possa incontrare gente con punti di vista diversi, spero che tu possa essere orgogliosa della tua vita e se ti accorgi di non esserlo, spero che tu trovi la forza di ricominciare da zero.]
Dal film "Il curioso caso di Benjamin Button"


martedì 4 maggio 2010

Ogni giorno


Le mie mani odorano di te e di te ricordano ogni curva, ogni piega del corpo.
Dovessi diventar cieco domani avrei già visto tutto ciò che volevo vedere: i tuoi sorrisi, le tue labbra socchiuse nell'assaporare il piacere di quell'attimo fugace alla tenue luce della candela, tremante, i tuoi occhi.
E i tuoi sospiri, i tuoi silenzi e le parole mai dette riecheggiano nelle mie orecchie.
Se non fossi mia ti chiederei 100, 1000 volte di diventarlo.
Ogni giorno.

(foto: Les loups dans la bergerie, 1960)

lunedì 8 marzo 2010

Che cos'è il genio?

"Che cos'è il genio?" si domandava il Perozzi nel primo atto di Amici Miei, riferendosi allo scherzo del vasino del Necchi.
"È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione" chiosava al termine.
Perché il genio non puoi impararlo, devi averlo dentro, coltivarlo sin da piccolo senza vergognartene mai.
Il genio è quell'istinto che ti consente di risolvere i problemi con una semplice intuizione.
Non è prendere una decisione, ma applicarla con rapidità e fermezza.
Il genio è quello che ti porta a ridere anche e soprattutto quando in una situazione non c'è molto da ridere e in quello, trovare la forza di andare avanti.
Il genio è divertirsi, è ridere della vita più di quanto essa non lo faccia già con noi.
E' rispondere semplicemente "si" alla domanda se fosse quello il cellulare della sig.ra Federica T. quando una inaspettata e sconosciuta chiamata internazionale arriva sul tuo cellulare personale, mentre stai fumando una sigaretta fuori sul cortile. Così', con naturalezza e senza pensarci due volte.
E' quello che ti fa rispondere istintivamente "io sono un suo amico, Federica è sotto la doccia, lei chi è?" alla voce maschile che continua a domandarti chi sei.
Il genio è quello che ti ripaga ascoltando il marito (quello vero) che impreca verso di te e la grandissima messalina della quale tu non conosci nemmeno le fattezze.
E' quello che, non pago di ciò, ti fa andare avanti a rispondere con voce basita di come Federica non ti avesse detto nulla di avere un marito e dei figli (informazioni appena recepite dal malcapitato).
Di averla solo conosciuta qualche giorno prima e di come lei ti avesse mosso tutte quelle avances. Di come lei seppur più grande di te (desumendolo dalla voce non più giovane del marito), sapesse ben compensare la sua età con la sua immensa voglia e spregiudicatezza.
Il genio è quello che fa in modo che tutte le tue supposizioni, in un modo o nell'altro, vadano ad incastrarsi come tessere di un mosaico all'interno della vita delle due ignare vittime e chissà perché non porta il telefonico cornuto a chiedere quelle semplici spiegazioni che avrebbero fatto subito crollare il castello di carte che avevi costruito sul nulla, ma semplicemente a crederci.
Il genio è quello che ti porta a scusarti di averle trombato senza sosta la moglie per due giorni, perché tu non sei un rovina famiglie e non potevi immaginare; che ti porta a chiedere di richiamare fra 10 minuti, giusto il tempo di avere la possibilità di chiarirti con la meretrice sotto la doccia.
Il genio è sentirsi rispondere "certo, che poi tocca a me fare due conti con quella puttana!".
Il genio è chiudere il telefono, spegnere la sigaretta e tornare al lavoro di tutti i giorni con il sorriso sulla faccia, senza il minimo senso di colpa.
Basta poco in fondo per cambiare una vita, ma ancora meno per essere dei grandissimi bastardi.

mercoledì 23 settembre 2009

Anno XXXV, Vita V

Poche sono le cose da dire sul numero Trentacinque, a parte il fatto di essere il quinto numero pentagonale, che può essere scritto come somma di numeri primi dispari in 35 modi diversi e come somma di numeri primi in 35 x 5 modi diversi, che nella smorfia napoletana rappresenta l'uccellino e che indica il numero dei millimetri di larghezza della pellicola cinematografica.
Poco davvero eppure per me rappresenta tanto.
Nel corso dell'anno appena trascorso ho aggiunto una nuova vita al mio percorso, la quinta. Un nuovo figlio alla mia vita, il secondo e cosa non meno importante ho ritrovato la persona che per prima mi ha addomesticato, come direbbe il piccolo principe, più di vent'anni fa.
Ho dato per scontato tante, forse troppe cose per fretta, per volontà di rivalsa, di vittoria, di aiutare il prossimo, di aggiustare da solo il mondo.
Forse in parte ci sono riuscito, in parte no, ma come Atlante ho caricato troppo sulle mie spalle ed alla fine ne sono rimasto schiacciato dal peso.
Ho voglia di ricominciare, di intraprendere nuove strade, nuove abitudini. Di vedere il mondo con occhi ancora diversi. Ho voglia di guardare negli occhi la mia compagna di vita e perdermi in lei. Ho voglia di ridere del futuro con la mia piccola stella ritrovata. Ho voglia di vita.

[Chi non comprende che la vita è una ripresa,
e che in questo consiste tutta la bellezza della vita,
merita soltanto il destino che l'attende: perire.]
(S. Kierkegaard, "La ripresa", 1843)

giovedì 17 settembre 2009

Ogni volta

ogni volta che viene giorno
ogni volta che ritorno
ogni volta che cammino
e mi sembra di averti vicino
ogni volta che mi guardo intorno
ogni volta che non me ne accorgo
ogni volta che viene giorno

ogni volta che mi sveglio
ogni volta che mi sbaglio
ogni volta che sono sicuro
e ogni volta che mi sento solo
ogni volta che mi viene in mente
qualche cosa che non
c'entra niente ogni volta

ogni volta che non sono coerente
ogni volta che non e' importante
ogni volta che qualcuno
si preoccupa per me
ogni volta che non c'e'
proprio quando la stavo cercando
ogni volta ogni volta quando

ogni volta che non c'entro
ogni volta che non sono stato
ogni volta che non guardo
in faccia niente
e ogni volta che dopo piango
ogni volta che rimango
con la testa tra le mani
e rimando tutto a domani

[Ogni Volta, Vasco Rossi 1982]

lunedì 14 settembre 2009

27 Agosto 2009

L'altra notte ho fatto un sogno, cosa che già di per se mi ha stranito perché ormai di norma mi capita di sognare solo ad occhi aperti.
Nel sogno ero vecchio, anche se forse trattandosi di me stesso dovrei dire anziano.
Insomma ero vecchio e avevo una lunga coda di capelli bianchissimi tenuti insieme da un elastico, un paio di jeans vecchissimi e una camicia a quadri ovviamente fuori dai pantaloni.
Insomma, a parte qualche ruga e i capelli lunghi, per il resto ero io.
Ero seduto a farmi una tromba di ganja (n.d.r spinello) con mio nipote: un ragazzotto ben messo di circa sedici anni che mi somigliava abbastanza, su un vecchio divano di pelle marrone nel mio box. L'erba gatta l'avevo messa io, rollare aveva rollato lui perché a me, vista l'età, tremavano un po' le mani. Ed ero felice. Fatto e felice. E ridevo, come un ragazzino, parlando di politica e donne.
Ridevo tanto insieme a mio nipote, mentre quel carciofo passava di mano in mano, finquando la nonna (ovvero la mia compagna di vita) non ci ha scoperto e solennemente redarguito con frasi di circostanza del tipo "Mi meraviglio di te, non di lui! Quando siete assieme sei tu responsabile per lui, lo sai!", riferendosi ovviamente a mio nipote.
Per fortuna non appena il ragazzo fu andato via, dopo aver promesso alla nonna di non dire nulla al padre, anche lei si sedette sul divano a farsi un bell'assolo di tromba.
Insomma non so davvero come sarà il mio futuro, ma spero che più che un sogno, l'altra notte abbia avuto una premonizione, perché a vederlo così il mio futuro non era niente male.
L'unica cosa che del sogno non ricordo è di quale dei miei due figli fosse il figlio.
Come dite? Ah già, forse non ve l'ho detto, ma lo scorso 27 agosto alle 17.07 Manuele Mattia è entrato a far parte del nostro mondo e non so se per fortuna o meno, gli hanno assegnato d'ufficio questo papà. Per fortuna hanno rimediato assegnandogli come mamma la mia compagna.
Auguri Manuelito: io, Lore e Mamma ce la metteremo tutta per donare anche a te i giusti occhi affrontare questo mondo. In bocca al lupo!

P.S.
Ragazzi, fra qualche anno non incazzatevi troppo se vedete tornare a casa vostro figlio un po' allegro dopo essersi fatto una canna con il nonno.

giovedì 16 luglio 2009

La mia strada

E ora la fine è vicina
E quindi affronto l'ultimo sipario
Amico mio, lo dirò chiaramente
Ti dico qual è la mia situazione, della quale sono certo

Ho vissuto una vita piena
Ho viaggiato su tutte le strade
Ma più. Molto più di questo
L'ho fatto a modo mio

Rimpianti, ne ho avuti qualcuno
Ma ancora, troppo pochi per citarli
Ho fatto quello che dovevo fare
Ho visto tutto senza risparmiarmi nulla

Ho programmato ogni percorso
Ogni passo attento lungo la strada
Ma più, molto più di questo
L'ho fatto a modo mio

Sì, ci sono state volte, sono sicuro lo hai saputo
Ho ingoiato più di quello che potessi masticare
Ma attraverso tutto questo, quando c'era un dubbio
Ho mangiato e poi sputato
Ho affrontato tutto e sono rimasto in piedi
L'ho fatto a modo mio

Ho amato, ho riso e pianto
Ho avuto le mie soddisfazioni, la mia dose di sconfitte
E allora, mentre le lacrime si fermano,
Trovo tutto molto divertente

A pensare che ho fatto tutto questo;
E se posso dirlo - non sotto tono
Oh No, oh non io.
L'ho fatto alla mia maniera

Cos'è un uomo, che cos'ha?
Se non se stesso , allora non ha niente
Per dire le cose che davvero sente
E non le parole di uno che si inginocchia
La storia mostra che le ho prese
E l'ho fatto a modo mio

--
Frank Sinatra - My Way (1969)
Scritta da: Paul Anka, Claude Francois, Gilles Thibault, Jacques Revaux

mercoledì 15 luglio 2009

V, 11 Luglio 2009

Ho pianto quella notte, come non avevo mai fatto prima, urlando il dolore per la mia morte.
Gridando la rabbia per la mia nascita, ho sbattuto i pugni contro il muro fino a far sanguinare le mani e con le lacrime ho lavato il mio corpo da tutte le mie vite passate, dai paradigmi, gli schemi, le falsità, i concetti astrusi.
Gli stessi occhi che mi hanno donato la morte, mi hanno donato la vita e condotto nel buio attraverso il vuoto.
Non ho più certezze a parte le poche rimaste. Quelle che avevo perso.
Sono un allievo desideroso di apprendere, perché tutto ciò in cui credevo è morto.
E mi sento vivo, come mai prima d'ora.
Ci siamo strappati a vicenda gli occhi, donandocene di nuovi.

A R. che con i suoi occhi mi ha fatto ricordare chi sono.
A P. che con il suo amore, mi ha reso libero.


lunedì 6 luglio 2009

Modì

Si adagia la sera
su tetti e lampioni
e sui vetri appannati dei bar
e il freddo ci mangia
la mente e le mani
e il colore dell'ambra dov'è?
ripensa alla luce
e al sole d'Italia
che Dante d'autunno cantò

che io sto vicino a te
e tu sai perché
stai vicino a me
questa notte e domani se puoi

ricordi via Roma
la luna rideva
lì ti ho scelto e voluto per me
mi guardavi e parlavi
dei volti tuoi strani
degli occhi a cui hai tolto l'età
e ora si scioglie la sera
nei pernod, nei caffè
nei ricordi che abbiamo di noi
per amore tradivi
per esister morivi
per trovarmi fuggivi fin qua
perché Livorno dà gloria
soltanto all'esilio
e ai morti la celebrità

ma io sto vicino a te
in silenzio accanto a te
stai vicino a me
questa notte e domani se puoi

questa notte e altre notti
verranno anche se
non sentiremo ancora cantar
ascolteremo la pioggia
bagnarci i colori
e mischiare i miei pensieri nei tuoi
ormai è l'alba e ho paura
di stare a restare
da sola a scordarmi di noi

e allora sto
vicino a te
anche se non vedi che
io son qui vicino a te
questa notte e domani
sarò...


Vinicio Capossela, Modì (1991)

venerdì 3 luglio 2009

Nel blu.

Sono qui, ci sono eppure non sono lo stesso.
La lunga assenza è stata solo l'effetto di un ovvio cambiamento che era in atto, anche se io non lo sapevo ancora.

Ho bisogno di trovare ancora altri occhi per guardare il mondo.
Ho bisogno di rinascere un'altra volta forse.

Devo capire, anche se non so dove andare o come.

Forse da oggi il cielo è un po' più blu come non lo era da quindici anni, forse è solo il tramonto di un'alba iniziata anni fa, forse è solo la quiete prima della tempesta.

Sono qui, pronto a ricominciare un'altra volta e questo per adesso mi basta.

mercoledì 12 novembre 2008

IV

Ti vedo crescere ogni giorno che passa e ogni giorno ti vedo diverso, più grande. Tra i capricci e le monellerie della tua età scorgo il tuo carattere forte, deciso, testardo che se da un lato a volte ci fa urlare, dall'altro ci rende orgogliosi di te. Ti guardo mentre salti sul divano nuovo, mentre sei intento a disporre secondo il tuo ordine i libri e i ninnoli della libreria che ormai ci siamo rassegnati a tener così come vuoi tu. Ti osservo mentre giochi nella tua stanza canticchiando le canzoncine della inseparabile radio. L'unico modo per farti comprendere le regole è spiegartele: importele è inutile perché - come tuo padre prima di te - rifiuti ogni imposizione. Oggi compi quattro anni e hai già capito che i libri sono amici inseparabili da rispettare, che un regalo è sempre bello da ricevere e non importa se esso sia un giubbotto o un giocattolo. Auguri piccolo grande uomo e ricorda che ogni volta che lo vorrai, sarò sempre di dietro di te o almeno ci proverò.

mercoledì 29 ottobre 2008

Ad ogni azione corrisponde una reazione senza formaggio.

Avete presente quei film in cui uno scienziato è intento a far correre un topolino dentro un labirinto e sol perché la cavia raggiunge il tozzo di formaggio posto alla fine del tunnel, lo scienziato riesce a trovare la cura per tutte le malattie del mondo compresa la cellulite? Ecco, più o meno questa è la sensazione che provo da qualche giorno, come se qualcuno o qualcosa voglia mettermi alla prova. Ecco, troppi anni di tabacco geneticamente modificato e di fitocannabinoidi hanno dato i loro frutti e quel che rimane della sua mente instabile è definitivamente andato in pappa, direte voi, e invece vi sbagliate perché il mio neurone funziona ancora correttamente, anche se al mattino trova sempre traffico sulla tangenziale ovest delle sinapsi, ma non divaghiamo perché il punto qui non è ciò che resta del mio ipotalamo, quanto le strane situazioni che mi trovo ad affrontare ultimamente nel corso delle giornate. L'altra mattina ad esempio, dopo aver lasciato come tutte le mattine la macchina in seconda fila con le quattro frecce ed aver gustato in pace il meraviglioso cornetto alla marmellata e il caffè dell'Ambrogina, mi accorgo che si era fatta una certa.
Una vecchina mi si avvicina e mi chiede "Scusi, mi darebbe qualcosa per fare colazione?"
Visto che un palermitano non negherebbe un caffé manco al suo peggior nemico, rientro nel bar ordino una brioches ed un cappuccino per la signora, quindi pago saluto ed esco.
"Oh, corbezzoli, son già le dieci... è opportuno che mi sbrighi a recarmi in ufficio" o come direbbero a Courmayeur esclamo "Minchia ch'è tairduuu!!".
Sgommo via, passo con il giallo che però c'aveva ancora quel qualcosa di verde, giro, allazzo, accellero e arrivo sotto l'ufficio. Uno dei parcheggi più ambiti della zona si libera al mio passaggio, frenata, retromarcia e alè, op è fatta.
"Minchia culo!" Parcheggio, prendo zaino, cellulare e ipod e scappo in ufficio.
Passo le solite otto, dieci ore a buscarmi u pani e magicamente alle 18,30 riesco a venir via da quel luogo di perdizione mentale. Camminando verso il parcheggio, noto una macchina posta in seconda fila davanti la mia,
"fanculo a stì terroni che parcheggiano sempre in seconda fila" penso, ma non lo dico.
Poco più indietro noto due vigili in moto che fanno i rilevamenti e una seconda macchina nel mezzo della carreggiata.
"Ah, niente, incidente ci fu."
Dopo essermi comunque accertato che la mia Lei fosse incolume, chiedo al proprietario della vettura in seconda fila se può liberarmi l'uscita.
La scena che si presenta ai miei occhi è a questo punto la seguente: vecchietto sul rincoglionito andante le cui mani ancora tremavano per lo spavento provocato dall'incidente con la vettura posta indietro all'altezza dei vigili, moglie del di cui sopra vecchietto - anch'ella sul rincoglionito andante - totalmente terrorizzata, macchina della succitata coppia non marciante, nel senso che non si accendeva manco con un fiammifero. I vigili, gentili come un calcio sui denti, mi informano che la macchina comunque non poteva essere spostata finquando non avessero completato i rilevamenti e che quindi mi conveniva aspettare. La terza sigaretta post uscita era già tra le mie labbra. Al termine, i gendarmi belli belli, salutano, salgono sulla moto e vanno via. L'automobilista coinvolto, fa firmare il CID, saluta e bel bello va via. Insomma per farla breve questa bella manata di fanghi, come dicono alle mie parti, questo manipolo di gaglioffi ci abbandona e sulla scena rimaniamo io e i due anziani con la macchina in panne. Armato di buona pazienza, faccio scendere la signora dall'auto e la faccio accomodare nella mia macchina, quindi provvedo a spostare la loro fino allo spiazzo del benzinaio e qui, tra i pianti della signora convinta di dover lasciare la macchina li e il totale rimbambimento del marito, cerco di far partire la loro auto, rassicurandoli che alle brutte li avrei accompagnati io a casa. Intanto quella cazzo di macchina non ne voleva sapere di mettersi in moto. All'improvviso il colpo di genio: le auto nuove bloccano il flusso della benzina in caso di urto violento, quindi chiedo al signore il libretto di istruzioni della vettura. Dopo aver visto porre nelle mie mani il libretto di istruzioni dell'autoradio, intuisco che forse è meglio desistere e torno a cercare nel buio quel fottutissimo pulsante di sblocco. Forse qui, forse li ed ecco che ad un certo punto le mie dita lo toccano! E' lui... trovato...
Un liberatorio E vafan 'ntò cuuuulooooo! smorza la tensione.
Lo spingo, giro la chiave e vrroooom, la vettura è pronta all'uso. Dopo i convenevoli di rito, mi accerto che il signore sia comunque in grado di guidare, quindi rimetto i due signori in strada e alle 20 riesco finalmente a dirigermi verso casa.
Ora ditemi voi se questo non è un preciso disegno! Analizziamo i fatti.
Da quando mi son trasferito in quell'ufficio non ero mai riuscito a parcheggiare in quel posto, quindi vuol dire che nell'esatto momento in cui ho parcheggiato lì al mattino, ero già entrato nel mio labirinto. Era evidentemente previsto che parcheggiassì lì, perché era previsto che i due signori quella sera dovessero tornare a casa con la loro auto. Si, ma il mio formaggio? Mah!
Insomma è un pò di tempo che qualsiasi poveraccio che incontro per strada ha bisogno del mio aiuto, che sia un turista perso dalla parte opposta di Milano, una signora che mi chiede un passaggio o un qualsiasi altro fottuto cittadino del mondo che ha bisogno di qualcosa.
Vado a far benzina ad un self service sperduto nella campagna Milanese? Ecco che subito trovo pronta la signora che non sa neanche dove si trovi il tappo della benzina.
Ma che ho scritto in fronte? Mutuo Soccorso?
"Dai, madiamogli quella vecchia che deve attraversare, vediamo come si comporta..." mi sembra di sentir dire alle mie spalle.
E se mi ribello cosa succede? Finisce il gioco? Cala il sipario ed esce fuori il regista? E se mi mettessi pure io a fare il pezzo di merda, di quelli che non guarda in faccia nessuno?
No, non sarò una persona buona e questo è sicuro, ma manco un fango però!
Quindi ora chiedo a colui il quale si sta divertendo: DOVE CAZZO E' IL MIO PEZZO DI FORMAGGIO?

martedì 23 settembre 2008

Anno XXXIV, Vita IV

Trentaquattro era un numero molto caro agli alchimisti per le sue proprietà particolari. Ad esempio è la costante magica all'interno del quadrato magico 4x4, riportato anche all'interno dell'incisione Melancholia I di Albrecht Dürer.
E' il nono numero della successione di Fibonacci e il sesto in quella di Markov.
L'inesattezza della formula φ(x)=34 lo rende un numero nontotiente e al contempo, l'impossibile eguaglianza x-φ(x)=34 lo rende altresì un numero noncototiente.
E' il numero atomico del Selenio, nella smorfia napoletana corrisponde alla testa e digitandolo sulla tastiera telefonica il prefisso 0034 raggiungeremo la Spagna. Infine, se dalla nostra libreria preleviamo il Conte di Montecristo, potremo notare che 34 è il numero di prigioniero assegnato ad Edmond Dantès.
Per me è solo un anno in più: il quarto da padre, il nono da marito e da milanese I miei trentatré anni non sono stati poi così male perché hanno visto concretizzarsi molte delle idee e degli obiettivi che mi ero prefissato, speriamo che anche questo nuovo numero che il contatore anagrafico ha deciso di incrementare oggi non mi dia troppi grattacapi .

[34ma regola di Internet: Se esiste X allora in Internet esiste pornografia basata su X.]

mercoledì 20 agosto 2008

Scrivere, ovvero sognare.

Ho sempre sentito la necessità di fissare i miei pensieri su un supporto che mi consentisse anche a distanza di tempo di rileggere i colloqui strampalati che quotidianamente intraprendo con il saggio cappellaio matto che risiede nel mio cervello.
Nel corso degli anni ho scritto dappertutto: bigliettini, post-it, moleskine, quaderni. Una volta ho scritto persino sulla Repubblica, con un bel pennarello rosso, ma poi mia madre usò il giornale per rivestire la lettiera dei gatti. Nel tempo, la penna ha lasciato spazio alla tastiera e la morbida carta si è trasformata in un freddo e lucido monitor, ma l'esigenza è rimasta immutata: scrivere, sognare. Forse la colpa è di quel fastidiosamente melodioso ticchettio della macchina da scrivere che da bambino accompagnava le mie notti.

tip... tic... tlak... tlok
Ricordo la luce della lampada che dallo studio di mio padre filtrava verso la mia camera, attraverso la grande vetrata che separava la mia stanza di allora dalla sua. A volte mi alzavo nel cuore della notte e senza farmi vedere, aprivo piano piano la porta per vedere le sue dita picchiare senza sosta sui tasti della olivetti blu. Ad ogni pressione un omino di metallo si alzava dal suo letto semicircolare e imprimeva la sua lettera sul foglio di carta ben disteso sul tamburo e, a volte, anche sul suo gemello nero, nato dall'unione con il velo di carta carbone che veniva inserito fra i due.
stump... stamp...
Il cestello delle lettere che andava su e giù per consentire l'inserimento delle lettere maiuscole.
crick... clack
La leva bianca che alla fine di ogni riga veniva azionata dalla mano destra per consentire l'inizio di un nuovo pensiero. Punto e a capo.
Io restavo lì sulla porta, immobile, affascinato da quel certosino lavoro di codifica che consentiva il passaggio dalla minuta, scarabocchiata, annotata, cerchiata e vergata a mano ad un foglio di carta pulito, esteticamente perfetto, in carattere Courrier New, come si direbbe oggi. L'unico allora disponibile. E alla fine, se passavi un dito sul foglio, riuscivi a percepirne le asperità: i punti, le virgole, gli accenti, le lettere. Una maggiore affilatura del metallo e una maggiore pressione delle dita faceva in modo che la lettera o dei testi si tramutasse spesso un buchino circolare. Il numero 1 non presente tra i numeri, era abilmente sostituito dalla lettera "elle" minuscola.
Perché lo scrittore è, deve essere prima di tutto un esteta, un attento osservatore ma soprattutto un lettore. "Leggere molto, scrivere molto e pubblicare poco" ripete sempre mio padre e mai come oggi, dove chiunque si è scoperto capace di scrivere un libro, tale frase risulta una assoluta verità.
Oggi, la vera recherche di proustiana memoria non riguarda più le madeleine, ma il ritrovamento in libreria di un buon libro che al termine riesca a lasciare nella memoria del lettore la sensazione di aver finalmente chiuso uno dei tanti cassetti che purtroppo sempre più spesso la gente tende ormai a lasciare aperti o semplicemente ad ignorare. La percezione di aver appagato almeno per un po' la nostra sete. Alla fine di ogni testo dovremmo accorgerci che una piccola parte di noi stessi non è più la stessa, ma è mutata in qualcos'altro e toccherà a noi soli scoprire in cosa. Questo è quello che piace donare a me stesso quando leggo e quando ho la presunzione di scrivere. Scrivere solo a patto di riuscire a percepire durante la lettura le stesse emozioni provate al momento della stesura o illuminarsi di una nuova luce che prima non avevi colto. Ed è proprio questo amore per la carta, per la parola nella sua accezione più alta il più bel regalo che io abbia mai ricevuto da mio padre e mia madre.

Scrivere non è niente di più che un sogno che porta consiglio
[Jorge Luis Borges]


[Nella foto, mio padre, la sua macchina da scrivere e il compianto gatto Raffaele]

mercoledì 30 luglio 2008

L'insostenibile leggerezza di un uccello padulo....

Ci sono giorni in cui il tuo sesto senso di programmatore è in fermento sin dal mattino. Immagini apocalittiche di sistemi al collasso, server che affogano nell'acqua, telefoni che si impiccano con il filo della cornetta passano davanti ai tuoi occhi mentre continui a ripeterti che è solo superstizione. Quella stessa notte un dolore lancinante al tallone ha ulteriormente ridotto il già esiguo quantitativo di sonno che riesci a concederti, costringendoti a zoppicare per tutto il giorno peggio di Dr. House e, cosa ancor peggiore, facendoti comprendere di non avere esattamente i 20 anni ai quali il tuo cervello si è fermato tanto tempo fa. Infine nell'esatto istante in cui il tuo piede - quello buono - ha calpestato la moquette dell'ufficio, uno stormo di uccelli paduli ha iniziato a volteggiare minacciosamente sulla tua testa facendoti intuire che nulla di buono stava per stagliarsi all'orizzonte. Se continua così a breve, a forza di uccelli che cercano di insinuarsi nel mio deretano, al posto delle mie immacolate chiappe mi ritroverò una voliera.
Nel frattempo, oggi mio figlio ha passato due ore sul balcone a godersi la spettacolare vista del camion dei pompieri che con il suo bel colore rosso e la luce lampeggiante, mandava tanti omini su per la scala a risolvere problemi rivelatisi poi inesistenti, dimostrando come le rotture di coglioni di alcuni possono diventare svago per altri.
Ora mi chiedo: ma chi cazzo è che si diverte a vedermi maledire tutti i santi del calendario gregoriano?

sabato 28 giugno 2008

Tornaaaa... sta casa aspetta te!

Miei cari e accaldati lettori, siamo tornati. Siamo a casa.

Dopo due mesi di lavoro, circa 450 sacchi di materiale, 60 scatole di parquet, 1600 piastrelle, 4 metri di cartongesso, 40 prese nuove, 6 matasse di filo elettrico e 12 chili in meno (i miei), siamo tornati nel nostro piccolo regno. Un regno vuoto alla vista dei più, ma un vuoto che per noi vuol dire oro. Un vuoto che vale molto più di 100 divani comodi. Si andrà riempiendo poco a poco, verranno le porte, le tende, i lampadari. Verrà il divano, la cameretta per Lore, la libreria. Verrà la scrivania, la parete del soggiorno, i soprammobili. Ma per adesso Who cares? dicono gli inglesi. Chissenefrega!
Abbiamo un materasso adagiato sul morbido legno per me e la mia compagna, il lettino per la nostra piccola peste, qualche giocattolo, il bagno, la cucina, il frigo pieno e - soprattutto - la cosa più importante: abbiamo noi stessi.
Gli infissi verranno ultimati martedì: mancano le tapparelle ma almeno abbiamo tutte le finestre (anche se qualcuna è senza maniglia). Domattina la luce farà capolino fin dalle prime ore, sui nostri volti, ma sarà bello trovarsi a a casa.
Certo, a dirla tutta, avrei preferito avere anche l'acqua calda ma ovviamente non tutto poteva andare per il verso giusto. Giovedì scorso, nell'esatto istante in cui l'idraulico ha ruotato la mandata dell'acqua calda proveniente dalla nuova caldaia, ecco che il muro della cucina ha cominciato a gocciolare, proprio in corrispondenza del deviatore del box doccia. Quindi domani, mi toccherà spaccare il muro e trovare la perdita bastarda. Spero solo di riuscire a raggiungerla da dietro, in modo da non dover rifare il rivestimento al box. Certo, quando Patry mi ha chiamato in ufficio annunciandomi un problemino, devo dire che mi sono sentito crollare il mondo addosso. Ma poi la ragione prende il sopravvento e ti rendi conto che è alla fine è solo un altro di quegli innumerevoli aneddoti che ricorderemo fra qualche anno, davanti un bel bicchiere di birra gelata e qualche amico.
Ma adesso, siori e siore, il momento che tutti stavate aspettando... le foto !!
Come nelle migliori trasmissioni di restyling, eccovi il prima e il dopo!!

- Corridoio -



- Soggiorno -



- Disimpegno zona notte -

- Camera da Letto -



- Camera della Piccola Peste (con P.P. intenta a scartare i nuovi giocattoli)



... e last but not least - Il bagno!

(Before)


(After)






Che dite... ne è valsa la pena? Secondo me si!
Alla prossima ragazzi, buonanotte!

giovedì 1 maggio 2008

Pronti? Via!!!

Ieri ultimo giorno di lavoro in ufficio. Questo week end ci vedrà impegnati più che mai nell'ultimare i preparativi prima dell'avvio ufficiale dei lavori. Oggi abbiamo smontato l'armadio, il nostro talamo, il lettino e tutto quello che era rimasto in casa. Le assi sono imballate e pronte per il trasporto di domani verso il box che abbiamo affittato per contenerle. Sabato e domenica spero di finire finalmente il mio banco da lavoro e lunedì andrò in quel di Modena a ritirare il materiale ordinato: vasca, lavabo, mattonelle, scarichi, tubi e raccordi vari: praticamente un bagno interno in un furgone. Ma visto che ovviamente tutto ciò non era sufficiente, al ritorno in qual di Milano dopo aver scaricato tutto il materiale, vestirò nuovamente i panni dell'informatico per un bell'intervento notturno presso un cliente. Una o due ore di sonno, e martedì 6 maggio sarò con la mazzetta in mano a distruggere il nostro appartamento. A chi tocca nun se 'ngrugna dicono nella capitale e per fortuna adesso tocca a noi!
Passo e chiudo... fino al prossimo aggiornamento...