sabato 3 aprile 2010

3 Aprile 2010

Per quello che vale, non è mai troppo tardi, o nel mio caso troppo presto, per essere quello che vuoi essere. Non c'è limite di tempo, comincia quando vuoi, puoi cambiare o rimanere come sei, non esiste una regola in questo. Possiamo vivere ogni cosa al meglio o al peggio, spero che tu viva tutto al meglio, spero che tu possa vedere cose sorprendenti, spero che tu possa avere emozioni sempre nuove, spero che tu possa incontrare gente con punti di vista diversi, spero che tu possa essere orgogliosa della tua vita e se ti accorgi di non esserlo, spero che tu trovi la forza di ricominciare da zero.

Dal film "Il curioso caso di Benjamin Button"
tratto da una short story di
Francis Scott Fitzgerald

mercoledì 31 marzo 2010

Nient'altro che un clown.

Mai come in questo strano e distorto periodo, un libro come 1984 di Orwell mi sembra quantomai la semplice cronaca delle odierne vicissitudini più che un semplice libro di ucrònia.
Come un clown, ogni mattina dipingo il mio volto per cercare di fare del mio meglio sulla pista del circo, tra le bestie feroci, per compiacere il pubblico pagante e cercare di proteggere chi amo dai nuovi e vecchi dittatori.



Noi ti ringraziamo nostro buon Protettore per averci dato
anche oggi la forza di fare il più bello spettacolo del mondo.

Tu che proteggi uomini, animali e baracconi,
tu che rendi i leoni docili come gli uomini
e gli uomini coraggiosi come i leoni,
tu che ogni sera presti agli acrobati le ali degli angeli,
fa' che sulla nostra mensa non venga mai a mancare pane ed applausi.

Noi ti chiediamo protezione, ma se non ne fossimo degni,
se qualche disgrazia dovesse accaderci, fa che avvenga dopo lo spettacolo
e, in ogni caso, ricordati di salvare prima le bestie e i bambini.

Tu che permetti ai nani e ai giganti di essere ugualmente felici,
tu che sei la vera, l'unica rete dei nostri pericolosi esercizi,
fa' che in nessun momento della nostra vita
venga a mancarci una tenda, una pista e un riflettore.

Guardaci dalle unghie delle nostre donne,
ché da quelle delle tigri ci guardiamo noi,
dacci ancora la forza di far ridere gli uomini,
di sopportare serenamante le loro assordanti risate
e lascia pure che essi ci credano felici.

Più ho voglia di piangere e più gli uomini si divertono,
ma non importa, io li perdono, un pò perchè essi non sanno,
un pò per amor Tuo, e un pò perchè hanno pagato il biglietto.

Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene,
rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola,
ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura.

C'è tanta gente che si diverte a far piangere l'umanità,
noi dobbiamo soffrire per divertirla;

manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me
come io faccio ridere gli altri.



Principe Antonio de Curtis, in arte Totò.

mercoledì 10 marzo 2010

Polveroni e Polverini

Torneremo un bel giorno in quel di piazzale Loreto,
a festeggiar l'odioso dittatore nuovamente appeso.

Ma fino ad allora, senza corde nè saponi,
continueranno senza sosta a romperci i coglioni!

E quando ormai canuto
ai nipoti spiegherò l'accaduto,
dirò lor senza arroganza: "colpa mia non fù, ma dell'ignoranza!"

lunedì 8 marzo 2010

Che cos'è il genio?

"Che cos'è il genio?" si domandava il Perozzi nel primo atto di Amici Miei, riferendosi allo scherzo del vasino del Necchi.
"È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione" chiosava al termine.
Perché il genio non puoi impararlo, devi averlo dentro, coltivarlo sin da piccolo senza vergognartene mai.
Il genio è quell'istinto che ti consente di risolvere i problemi con una semplice intuizione.
Non è prendere una decisione, ma applicarla con rapidità e fermezza.
Il genio è quello che ti porta a ridere anche e soprattutto quando in una situazione non c'è molto da ridere e in quello, trovare la forza di andare avanti.
Il genio è divertirsi, è ridere della vita più di quanto essa non lo faccia già con noi.
E' rispondere semplicemente "si" alla domanda se fosse quello il cellulare della sig.ra Federica T. quando una inaspettata e sconosciuta chiamata internazionale arriva sul tuo cellulare personale, mentre stai fumando una sigaretta fuori sul cortile. Così', con naturalezza e senza pensarci due volte.
E' quello che ti fa rispondere istintivamente "io sono un suo amico, Federica è sotto la doccia, lei chi è?" alla voce maschile che continua a domandarti chi sei.
Il genio è quello che ti ripaga ascoltando il marito (quello vero) che impreca verso di te e la grandissima messalina della quale tu non conosci nemmeno le fattezze.
E' quello che, non pago di ciò, ti fa andare avanti a rispondere con voce basita di come Federica non ti avesse detto nulla di avere un marito e dei figli (informazioni appena recepite dal malcapitato).
Di averla solo conosciuta qualche giorno prima e di come lei ti avesse mosso tutte quelle avances. Di come lei seppur più grande di te (desumendolo dalla voce non più giovane del marito), sapesse ben compensare la sua età con la sua immensa voglia e spregiudicatezza.
Il genio è quello che fa in modo che tutte le tue supposizioni, in un modo o nell'altro, vadano ad incastrarsi come tessere di un mosaico all'interno della vita delle due ignare vittime e chissà perché non porta il telefonico cornuto a chiedere quelle semplici spiegazioni che avrebbero fatto subito crollare il castello di carte che avevi costruito sul nulla, ma semplicemente a crederci.
Il genio è quello che ti porta a scusarti di averle trombato senza sosta la moglie per due giorni, perché tu non sei un rovina famiglie e non potevi immaginare; che ti porta a chiedere di richiamare fra 10 minuti, giusto il tempo di avere la possibilità di chiarirti con la meretrice sotto la doccia.
Il genio è sentirsi rispondere "certo, che poi tocca a me fare due conti con quella puttana!".
Il genio è chiudere il telefono, spegnere la sigaretta e tornare al lavoro di tutti i giorni con il sorriso sulla faccia, senza il minimo senso di colpa.
Basta poco in fondo per cambiare una vita, ma ancora meno per essere dei grandissimi bastardi.

martedì 23 febbraio 2010

Ostie and chips

Da qualche tempo non ho più la fede.
Intendo quella al dito.
Quella al cervello l'ho tolta verso i 12 anni, nel momento in cui mi resi conto che l'unico motivo per il quale prendevo la comunione era il sapore dell'ostia.
Adoravo quel dolce sapore di grano sciogliersi in bocca.
Avevamo un amico prete all'epoca che aveva una piccola chiesa ricavata all'interno di un garage.
Faceva al massimo 40 coperti o dieci posti auto.
Un giorno scoprii che nell'armadietto della sagrestia aveva una tale scorta di ostie da poterci comunicare due interi concerti degli Europe o in alternativa le prossime quattro generazioni di vecchiette.
D'altronde erano gli anni '80 e gli Europe andavano fortissimo. Le vecchiette un po' meno.
Sgranocchiavo quelle ostie come fossero patatine nell'attesa che iniziasse la messa cosicché al momento della comunione, quando mia nonna mi esortava a prendere l'eucarestia, rispondevo semplicemente "no grazie. Magari se ci fosse una coca...".
Mia nonna pensava fossi un senza Dio. Ero solo sazio e assetato.
Alla fine il nostro amico prete dovette iniziare a comunicare le vecchiette con le chipster.
Smisi.
Mia nonna aveva il colesterolo alto ed era molto religiosa.
Quando le ostie tornarono sull'altare, le vecchiette insorsero in massa lamentandosi del pessimo servizio offerto: aspettavano con ansia anche due olivette e uno spritz.
Ma sto divagando e il divagar m'è dolce in questo mare. Soprattutto a giugno e settembre.
Da qualche tempo non porto più la fede al dito, dicevo, e il numero dei sorrisi femminili nei miei riguardi si è più che triplicato.
Non che la cosa mi dia fastidio anzi, una donna che sorride è uno degli spettacoli più belli che si possa vedere in natura. L'unico problema è che ormai il mio ego è talmente smisurato che ha cominciato a chiedermi gli alimenti e un appartamento in centro.
E dire che ho smesso di metterla solo perché mi dava fastidio e sfilandola in continuazione avevo paura di perderla.
D'altronde se due persone decidono di stare assieme, come me e la mia compagna di vita, non è uno stupido cerchietto di metallo a farli stare assieme.
E' il mutuo.

venerdì 22 gennaio 2010

The butterfly effect

Sono appena uscito da una riunione con degli strani personaggi vestiti in maniera buffa.
Ho detto la stessa cosa anche sabato scorso, quando ho portato mio figlio al circo per la prima volta e io odio essere ripetitivo.
Era un piccolo circo di periferia, di quelli a conduzione familiare nei quali la bigliettaia fa lo spettacolo con le colombe, la ragazzina dei popcorn fa il numero con gli hula op e il clown nei momenti liberi aiuta a liberare il palco.
Non che tutti i circhi di periferia debbano avere per forza gli stessi spettacoli con bigliettaie, colombe, hula op e clown, intendiamoci. Solo il mio, credo.
Per quanto ne so, magari tutti i circhi di periferia si sono riuniti in una specie di sindacato dei circhi di perferia con regole ferree e inderogabili secondo le quali le donne nei circhi di periferia possono fare solo le bigliettaie e gli spettacoli con le colombe e per vendere i pop corn occorrono ragazzine di 14 anni che sappiano far girare hula op.
Se sai fare i pop corn e non sai far girare gli hula op, niente da fare, sei fuori.
Se nasci con la faccia da pirla puoi fare il fachiro.
Non lo saprò mai a meno di non adare a vedere un altro circo di periferia ed avere così la conferma, ma dubito che sputtanerò di nuovo i soldi di mio cognato per comprare i biglietti di ingresso ad un circo di periferia in un altro paese.
Solo grandi città d'ora in poi.
Eppure ci siamo divertiti e per la prima volta ho accarezzato un boa che sapeva di borsetta.
Finora avevo toccato solo vacche che sapevano di scarpe con un boa nella borsetta sotto forma di dildo. Ovviamente per motivi professionali. Il boa del circo aveva dimensioni più ridotte.
Un vecchio ha continuato per tutta la riunione a tossire e sputare nel fazzoletto come un lama, il che è insolito. I lama del circo non hanno sputato neanche una volta.
E puzzavano meno.
Mio nipote è rimasto affascinato dal fachiro.
Un tipo con la faccia conforme alle regole imposte dal sindacato che con due spiedini di marshmallows infuocati prima si è depililato gli avambracci e poi se li è cacciati in gola, il tutto cercando di restare in bilico su una panca posta sopra un cilindro.
Praticamente ciò che faccio ogni giorno. A parte depilarmi gli avambracci.
Per quello solitamente utilizzo un comodo e pratico scoiattolo albino dell'entroterra iraniano.
Al termine della riunione siamo stati tutti concordi sul fatto che la relatrice pur non avevendo colombe a sua disposizione, ci sapeva davvero fare con gli uccelli.
Peccato non ci fossero i pop corn e la ragazzina degli hula op anche se ad essere sincero, personalmente preferisco il fluimucil.

"Questo circo è già pieno in due, non aumentiamo il numero degli squilibrati!"
(Bolt - Un eroe a quattro zampe)

Ok mi sono inventato tutto. Tranne il boa, quello l'ho toccato davvero. Sapeva di stivali.

martedì 10 novembre 2009

La bestemmia, il gatto e i veneti.

Ci sono giorni nei quali sento crescere dalle viscere una irresistibile voglia di bestemmiare e per bestemmiare non intendo l'utilizzo di locuzioni avverbiali quali "perdindirindina" o "poffarbacco", intendo proprio quella serie di volgari improperi rivolti verso quell'entità mistica e sovrannaturale comunemente chiamata Dio o Signore.
La cosa di per se sembra piuttosto facile ma purtroppo per una mente razionale e totalmente annullata dall'alcool e da qualche altra decina di vizi, non lo è.
Analizzando infatti l'etimologia della parola ateo possiamo notare che essa proviene dal greco atheos, ovvero l'unione della lettera α- "senza" e da θεός (theos) "dio", quindi letteralmente un ateo è una persona che ha deciso di non ammettere una entità superiore nella propria vita.
Di fatto razionalmente è la stessa rinuncia ad una qualcosa ad ammetterne implicitamente l'esistenza, perché di contro rinunciare a qualcosa di inestistente risulterebbe un gioco lessicale o una metafora priva di ogni significato; un pò come rinunciare ad un grifone o ad un ippogrifo.
In altri termini un ateo è come quelle persone che decidono di vivere senza macchina: se loro hanno deciso di andare in giro a piedi è proprio perché ammettono l'esistenza delle automobili e per certi versi, le automobili esistono proprio grazie alla loro rinuncia.
Quindi nel mio caso se bestemmiassi in qualità di ateo creerei un paradosso tale per il quale non solo diverrei io stesso il creatore di dio, ma ne dovrei accettare subito dopo l'esistenza per poterne successivamente rinunciare in modo da poterlo così offendere impunemente.
Ora non è tanto il fatto di offendere pesantemente qualcuno di superiore che mi spaventa, quanto il fatto di poter divenire senza volerlo il creatore di Dio, il che per un ateo è una grossa responsabilità e sicuramente per un semplice sfogo non ne vale la pena.
Quindi ora, alla luce di quanto espresso in precedenza, non solo non posso ancora bestemmiare ma non posso neanche più definirmi un ateo, bella sfiga!
Ma ecco che il cappellaio matto che risiede nel mio cervello mi passa di sottobanco una buona carta da giocare: mi definirò agnostico!
Già agnostico... Non ci avevo pensato!
Il termine agnostico deriva dal greco a-gnothein che letteralmente significa "non sapere", indicando cioè quell'atteggiamento concettuale con cui si sospende il giudizio rispetto a un problema poiché non se ne ha (o non se ne può avere) sufficiente conoscenza o sufficienti prove sulle quali basarsi, il che di per se può anche andarmi bene.
Ovverosia: io sono convinto che non esista alcuna entità superiore, però razionalmente la mano sul fuoco non posso metterla perché sulla base dei concetti quantistici per i quali qualcosa esiste se esiste un osservatore esterno che possa certificarlo, per quanto ne sappiamo potremmo anche essere tutti gatti Schrödinger dentro una scatola chiamata universo.
Quindi in definitiva, non avendo sufficienti basi sulle quali affermare l'esistenza di una entità chiamata Dio, non posso bestemmiare neanche in qualità di agnostico.
Vaffanculo, a volte vorrei essere nato in Veneto e ingnorante.

mercoledì 23 settembre 2009

Anno XXXV, Vita V

Poche sono le cose da dire sul numero Trentacinque, a parte il fatto di essere il quinto numero pentagonale, che può essere scritto come somma di numeri primi dispari in 35 modi diversi e come somma di numeri primi in 35 x 5 modi diversi, che nella smorfia napoletana rappresenta l'uccellino e che indica il numero dei millimetri di larghezza della pellicola cinematografica.
Poco davvero eppure per me rappresenta tanto.
Nel corso dell'anno appena trascorso ho aggiunto una nuova vita al mio percorso, la quinta. Un nuovo figlio alla mia vita, il secondo e cosa non meno importante ho ritrovato la persona che per prima mi ha addomesticato, come direbbe il piccolo principe, più di vent'anni fa.
Ho dato per scontato tante, forse troppe cose per fretta, per volontà di rivalsa, di vittoria, di aiutare il prossimo, di aggiustare da solo il mondo.
Forse in parte ci sono riuscito, in parte no, ma come Atlante ho caricato troppo sulle mie spalle ed alla fine ne sono rimasto schiacciato dal peso.
Ho voglia di ricominciare, di intraprendere nuove strade, nuove abitudini. Di vedere il mondo con occhi ancora diversi. Ho voglia di guardare negli occhi la mia compagna di vita e perdermi in lei. Ho voglia di ridere del futuro con la mia piccola stella ritrovata. Ho voglia di vita.

[Chi non comprende che la vita è una ripresa,
e che in questo consiste tutta la bellezza della vita,
merita soltanto il destino che l'attende: perire.]
(S. Kierkegaard, "La ripresa", 1843)

giovedì 17 settembre 2009

Ogni volta

ogni volta che viene giorno
ogni volta che ritorno
ogni volta che cammino
e mi sembra di averti vicino
ogni volta che mi guardo intorno
ogni volta che non me ne accorgo
ogni volta che viene giorno

ogni volta che mi sveglio
ogni volta che mi sbaglio
ogni volta che sono sicuro
e ogni volta che mi sento solo
ogni volta che mi viene in mente
qualche cosa che non
c'entra niente ogni volta

ogni volta che non sono coerente
ogni volta che non e' importante
ogni volta che qualcuno
si preoccupa per me
ogni volta che non c'e'
proprio quando la stavo cercando
ogni volta ogni volta quando

ogni volta che non c'entro
ogni volta che non sono stato
ogni volta che non guardo
in faccia niente
e ogni volta che dopo piango
ogni volta che rimango
con la testa tra le mani
e rimando tutto a domani

[Ogni Volta, Vasco Rossi 1982]

lunedì 14 settembre 2009

27 Agosto 2009

L'altra notte ho fatto un sogno, cosa che già di per se mi ha stranito perché ormai di norma mi capita di sognare solo ad occhi aperti.
Nel sogno ero vecchio, anche se forse trattandosi di me stesso dovrei dire anziano.
Insomma ero vecchio e avevo una lunga coda di capelli bianchissimi tenuti insieme da un elastico, un paio di jeans vecchissimi e una camicia a quadri ovviamente fuori dai pantaloni.
Insomma, a parte qualche ruga e i capelli lunghi, per il resto ero io.
Ero seduto a farmi una tromba di ganja (n.d.r spinello) con mio nipote: un ragazzotto ben messo di circa sedici anni che mi somigliava abbastanza, su un vecchio divano di pelle marrone nel mio box. L'erba gatta l'avevo messa io, rollare aveva rollato lui perché a me, vista l'età, tremavano un po' le mani. Ed ero felice. Fatto e felice. E ridevo, come un ragazzino, parlando di politica e donne.
Ridevo tanto insieme a mio nipote, mentre quel carciofo passava di mano in mano, finquando la nonna (ovvero la mia compagna di vita) non ci ha scoperto e solennemente redarguito con frasi di circostanza del tipo "Mi meraviglio di te, non di lui! Quando siete assieme sei tu responsabile per lui, lo sai!", riferendosi ovviamente a mio nipote.
Per fortuna non appena il ragazzo fu andato via, dopo aver promesso alla nonna di non dire nulla al padre, anche lei si sedette sul divano a farsi un bell'assolo di tromba.
Insomma non so davvero come sarà il mio futuro, ma spero che più che un sogno, l'altra notte abbia avuto una premonizione, perché a vederlo così il mio futuro non era niente male.
L'unica cosa che del sogno non ricordo è di quale dei miei due figli fosse il figlio.
Come dite? Ah già, forse non ve l'ho detto, ma lo scorso 27 agosto alle 17.07 Manuele Mattia è entrato a far parte del nostro mondo e non so se per fortuna o meno, gli hanno assegnato d'ufficio questo papà. Per fortuna hanno rimediato assegnandogli come mamma la mia compagna.
Auguri Manuelito: io, Lore e Mamma ce la metteremo tutta per donare anche a te i giusti occhi affrontare questo mondo. In bocca al lupo!

P.S.
Ragazzi, fra qualche anno non incazzatevi troppo se vedete tornare a casa vostro figlio un po' allegro dopo essersi fatto una canna con il nonno.